1 Agosto 2026
Addio a don Mazzi, prete degli ultimi e fondatore di Exodus
Scomparso a 96 anni don Antonio Mazzi, fondatore della Comunità Exodus. Dedicò la vita al riscatto di migliaia di giovani fragili e vittime delle dipendenze.
Addio a don Antonio Mazzi: «Se fossi stato saggio, non avrei fatto tutto quello che ho fatto», diceva il sacerdote che ha salvato migliaia di ragazzi dalla droga e dalla disperazione. «Papà mi ha lasciato a 13 mesi: spero di rivederlo in Paradiso». Il 31 luglio 2026 si è spento a 96 anni don Antonio Mazzi, fondatore della «Comunità Emmaus», nella sua storica Casa all’interno del Parco Lambro di Milano.
Dedica l’intera esistenza al recupero dei giovani più fragili, degli emarginati e dei tossicodipendenti. Il suo nome resta indissolubilmente legato alla «Fondazione Exodus», fondata nel 1984 per offrire una via d’uscita e una nuova dignità a migliaia di ragazzi rimasti indietro. Molto conosciuto e riconosciuto per il suo impegno umano – «Famiglia cristiana» lo ha premiato nel 2025 come «Italiano dell’anno» – ha combattuto fino all’ultimo contro l’indifferenza delle istituzioni – a cominciare dal governo di destra – verso il disagio giovanile e psichico. Con la sua scomparsa, il Paese perde un pilastro del cattolicesimo sociale, un educatore instancabile.
I funerali il 3 agosto nella basilica di Sant’Ambrogio nel cuore di Milano; la camera nella storica sede di «Exodus» alla Cascina Molino Torrette, nel Parco Lambro a Milano, dove tutto è iniziato e dove ha sempre vissuto: «Non sarà una cerimonia formale – annuncia «Exodus» – ma una liturgia viva, animata dai canti, dalla musica e dalle parole dei ragazzi e degli educatori di tutte le realtà Exodus presenti in Italia e nel mondo». La tumulazione nell’Abbazia di Maguzzano (Brescia) nel cimitero dell’Opera don Giovanni Calabria.
Nato a Verona il 30 novembre 1929, studia in quel Seminario e si laurea in Filosofia all’Università di Ferrara dove è ordinato prete il 26 marzo 1956 nella congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza (PSDP), fondati da san Giovanni Calabria a Verona nel 1907. Dal 1960 è responsabile di diverse iniziative di assistenza e formazione per giovani: la «Città del ragazzo» di Ferrara e la «Casa di Formazione» a Roncà (Verona) e poi del Centro giovanile della parrocchia San Filippo Neri nella borgata romana di Primavalle. A Roma e Milano frequenta corsi di psicologia e psicopedagogia e a Bologna studia psicanalisi nella Facoltà di Pedagogia.
Dopo il 1979 il grande salto: direttore dell’Opera don Calabria di Milano in via Pusiano, a ridosso del Parco Lambro incappa nella vastità e gravità della tossicodipendenza che lo porta a elaborare il «Progetto Exodus» e a fondare la «Comunità Exodus, che nasce nel 1980 per il recupero di ragazzi tossicodipendenti. Nel 1984 ottiene dal Comune di Milano la cascina «Molino Torrette» che diventa la casa madre di «Exodus». Dal 1997 avvia una serie di iniziative chiamate «Tremenda voglia di vivere».
Cresciuto orfano di padre e con una madre segnata dalla fatica del lavoro e dal dolore fisico, Antonio ricorda «di non aver mai ricevuto un gesto di tenerezza e di aver passato Natali e Pasque in collegio perché a casa non si mangiava». A lungo porta il marchio di «bocciato in condotta» e classificato come «irrecuperabile». Da quelle ferite nasce la vocazione: «Volevo farmi prete perché sarebbe stato il mio modo di fare il padre per chi non lo aveva». La svolta nel 1951: davanti ai bambini dell’alluvione del Polesine la sua scelta di campo è netta: le periferie dell’esistenza.
Don Mazzi ha consumato la vita per gli ultimi, adattandosi alle nuove fragilità e alle dipendenze emergenti, sempre con lo spirito di chi non si arrende alla stanchezza. Con i ragazzi difficili sapeva creare un ponte perché «in ciascuno di loro vedeva sé stesso com’era e nelle loro madri in lacrime la propria». Alla Chiesa chiedeva vescovi pastori, meno organizzazione e meno burocrazia e più carità e più fraternità e propone di vendere la basilica di San Pietro e il Vaticano. Ha idee chiare sull’attualità: sulla «famiglia nel bosco» commenta: «Li riporterei a casa domani mattina».
La rivista «Credere» lo intervista per gli 85 anni: «Il mio metodo? Credere che l’educazione può salvare tutti i ragazzi. Vedevo morire di eroina i ragazzi e mi dicevo: “Dobbiamo fare qualcosa”. E così è partita la prima carovana». Nel 2019 per i 90 anni «Corriere della Sera» titola «Don Antonio, il prete pazzo di Dio e dei suoi ragazzi». «La sua assistenza a servizio degli ultimi» lo ricorda il presidente Sergio Mattarella: «Sacerdote, educatore, comunicatore che ha speso interamente la sua esistenza al servizio degli ultimi e dei fragili: emarginati, poveri, disabili, tossicodipendenti. Ha reso una testimonianza di impegno sociale e civile, vigoroso e spesso coraggioso, nella formazione dei giovani, nella creazione di ambienti e di occasioni, spesso innovative, di solidarietà e di amicizia». «Ci lascia un vuoto incolmabile» dice la Fondazione: «Per oltre 40 anni ha guidato con dedizione instancabile “Exodus”, trasformando la strada in un luogo di rinascita, riscatto e speranza per migliaia di giovani fragili e per le loro famiglie, e ha aperto nuove frontiere in Italia e nel mondo, quello povero, attraverso associazioni e cooperative, portando avanti insieme il grande messaggio di speranza nell’essere umano e nella umanità. Don Mazzi lascia un vuoto incolmabile anche nell’intero panorama del sociale italiano. È una delle figure più rappresentative del Terzo Settore, un innovatore nelle politiche dell’assistenza, un punto di riferimento nel contrasto alle dipendenze e al disagio giovanile e ha dedicato la sua vita a chi la società tende a “scartare”». Aggiunge: «La sua non è mai stata un’opera di semplice assistenza, ma un abbraccio paterno capace di restituire dignità, sogni e futuro a ragazzi feriti dalle dipendenze e dall’emarginazione. Prete di strada, educatore fuori dagli schemi, giornalista e attivista, non si è limitato a fare il sacerdote: è stato, prima di tutto, un padre. Ha dedicato la sua intera esistenza al recupero dei giovani più fragili, convinto che una rinascita fosse sempre possibile».
Pier Giuseppe Accornero
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