Molti nell’isolamento forzato delle ultime settimane avranno provato un po’ di invidia per gli abitanti dei comuni montani e la loro “libertà”.

Chissà quanti però in tempi normali sarebbero pronti a condividerne la scelta di vita. In fondo si tratta di un dilemma – gli agi della città opposti ai vantaggi di una vita più vicina alla natura – nato già ben prima della pandemia e la cui discussione nell’ultimo periodo ha solo guadagnato terreno.

Il sindaco di Usseaux, Andrea Ferretti

Ad Usseaux da anni gli amministratori ragionano e operano per far recuperare alla montagna, almeno in parte, il divario di opportunità rispetto agli ambienti urbani. Il suo sindaco Andrea Ferretti sottolinea: «Sono numerose ormai le riflessioni – da parte del CAI e dei rifugisti e di intellettuali come Enrico Camanni e Annibale Salsa – che propongono la necessità di superare il modello urbano-centrico che caratterizza la nostra società. Già prima della crisi coronavirus (durante la quale le attività locali hanno dimostrato maggiore resilienza rispetto a quelle dei centri urbani) questo modello era stato messo in discussione dalle emergenze climatiche».

Ma se la teoria è bella, non basta da sola a ripopolare i paesi: «Per il momento non ci sono tanti casi di persone che hanno compiuto la scelta di vita di lasciare la città per venire ad Usseaux; è più facile che accada per necessità: c’è chi di fronte a improvvise difficoltà economiche sceglie di salire in montagna dove ha una casa di famiglia e non deve pagare l’affitto». Ferretti è critico rispetto alle “politiche” per ripopolare i borghi montani che ogni tanto salgono agli onori delle cronache. «Le case a un euro, gli incentivi una tantum o le promesse di sconti sulle tasse servono ad avere il titolo sul giornale, ma non servono per far tornare le persone. Il problema non è tipo economico: chi sceglie di vivere in montagna, deve poterci lavorare senza spostarsi troppo, altrimenti la montagna diventa un dormitorio per pendolari, che non hanno il tempo di presidiare il territorio».

L’esperienza del telelavoro durante la pandemia però «dimostra che per diverse categorie di lavoratori sarebbe possibile spostarsi in un paese montano e scendere in città solo una o due volte a settimana». Ma per scelte simili «le politiche per la montagna devono non solo difendere i servizi, ma ampliarli il più possibile: questo non vuol dire difendere per forza la scuolina in ogni paese – in altri territori la scuola di valle funziona benissimo! – quanto riuscire ad aprire i nostri paesi all’innovazione tecnologica e culturale». Rete internet – che per altro «a Usseaux funziona abbastanza bene e i ragazzi della didattica a distanza possono testimoniarlo» – e capacità di inventarsi nuovo lavoro in loco. «Stiamo cercando di far conoscere il modello della Cooperativa di comunità: a Succiso sull’appennino, dove esiste da trent’anni, l’iniziativa dei paesani riesce non solo a erogare servizi a tutti, ma anche a tenere vivo il paese e a creare posti di lavoro. Da noi il ragionamento è ancora in fase embrionale, ma da un’esperienza simile potrebbero essere coinvolte diverse persone, ad esempio per lavori nella manutenzione del territorio e nell’accoglienza turistica».

GUIDO ROSTAGNO