Le polemiche sull’apertura o meno delle stazioni sciistiche suscitano grande incertezza, rendendo complicato il compito degli amministratori dei comuni che di sciovie vivono, tenuti a mediare tra la prudenza davanti alla pandemia e le esigenze economiche del sistema neve,  «un sistema che produce reddito, occupazione, investimenti con una forte e massiccia ricaduta turistica», come rivendicano il presidente dell’Unione Montana Via Lattea, Maurizio Beria e l’assessore alla Comunicazione (e sindaco di Pragelato), Giorgio Merlo. Che innanzitutto chiedono chiarezza: «Servono posizioni chiare e decisioni politiche trasparenti ed efficaci. Pur sapendo, come ovvio e scontato, che molto se non tutto, dipende esclusivamente della curva epidemiologica che quotidianamente ritma e condiziona le singole decisioni politiche ed amministrative». La loro non è però una presa di posizione che chiude gli occhi davanti all’emergenza sanitaria: «non tutto, come ovvio, può essere solo una questione di euro, cioè economica. Se gli impianti di risalita saranno aperti è certo che si genera maggiore PIL che però, al contempo, rischia di dover coprire i maggiori costi sanitari per nuovi e potenziali contagi».

Di fronte alla prospettiva preannunciata di tenere chiusi gli impianti sciistici, Beria e Merlo chiedono in tempi brevi al governo di «provvedere con rapidità ed efficacia al ristoro dei mancati incassi dei vari operatori colpiti dalla chiusura», compresi i danni del «cosiddetto “fermo macchina” e gli effetti psicologici negativi per gli stessi operatori e soggetti che non potranno godersi la neve nel periodo natalizio».

La scelta sull’eventuale chiusura, in ogni caso, va definita a livello sovranazionale ed europeo: «Sarebbe, infatti, curioso se l’Italia decidesse di chiudere tutto per motivi di prevenzione e di sicurezza sanitaria e i paesi confinanti assumessero decisioni contrastanti se non opposte sul medesimo tema. Sarebbe un atteggiamento incomprensibile nonché punitivo per un settore importante della economia del nostro paese». Un settore che, vista la «sconsiderata libertà di movimento autorizzata dal Governo nel periodo estivo a favore delle realtà turistiche balneari», si sente ingiustamente penalizzato dalle scelte del governo.