Santa Barbara è molto popolare in Val Chisone. D’altronde il lavoro nelle miniere e nelle cave, ancor oggi diffuso, probabilmente risale (anche se documenti precisi scarseggiano) all’antichità. Talco e grafite, granito e rame a seconda delle zone.

A metà ‘800 un uomo dall’aura romantica, Pietro Giani, divenne celebre nel settore minerario tanto nella bassa valle in cui gestì le cave del Malanaggio – da cui provengono le pietre delle colonne della Gran Madre e delle arcate del Ponte Mosca a Torino -, come nel pragelatese dove fu attratto dal rame depositato nelle viscere del Beth.

Fabio Solimini Giani, regista RAI e pronipote di Pietro, ha raccontato in un documentario – “Le miniere del Beth – Sulle orme di Pietro Giani” – l’impresa più ardita del suo romantico antenato: lo sfruttamento minerario del Beth. Tragicamente rimaste nella memoria della valle per via della valanga del 19 aprile 1904 (in cui perirono 81 minatori), queste miniere furono messe a coltura alcuni decenni prima proprio da Pietro Giani. Assieme al socio Giacomo Guilin, si lanciò infatti in questa avventura, investendo notevole parte dei suoi capitali sia per realizzare la strada – che sale ai quasi tremila metri del colle del Beth -, sia per scavare e attrezzare le miniere. Nonostante l’entusiasmo, l’impresa – anche a causa di un’errata valutazione della percentuale di rame presente nella roccia – quasi lo condusse in rovina. La collaborazione di molti studiosi e delle guardie del Parco Alpi Cozie (Domenico Rosselli in primis) ha permesso al documentario di ben raccontare sia la povera vita dei minatori, sia le vicende quasi romanzesche della nascita delle miniere (con molti dettagli inediti tratti da un manoscritto del Giani ritrovato dalla pronipote Graziella, madre del regista).

Il regista Fabio Solimini Giani con la madre Graziella Giani

Ma se il filmato si concentra su quest’impresa senza lieto fine, la biografia di Pietro Giani merita qualche altra attenzione per la sua attività in quel di Porte. Dove il mestiere di “picapere” (scalpellino) ancora nel XIX secolo rivaleggiava per diffusione con quello di contadino, in special modo per merito della famiglia Giani.

Pietro, classe 1806, ereditò dal padre Francesco la gestione delle cave del Malanaggio e cercò di modernizzarne lo sfruttamento, realizzando sia nuovi magazzini, officine e laboratori, sia alloggi e mense per la manovalanza, sia ancora strade di collegamento all’interno della concessione. Le attenzioni di Giani, però, andarono oltre la semplice ricerca di profitto, riversandosi anche sui suoi lavoratori. Racconta ancora la sindaca: «Da recenti ricerche nell’archivio comunale, abbiamo scoperto che Pietro Giani cercò di alfabetizzare i suoi dipendenti, facendoli fermare dopo il lavoro per insegnar loro a leggere e scrivere». Quest’iniziativa incontrò le resistenze del parroco locale – «Giani non faceva distinzioni, istruendo insieme cattolici e valdesi» -, le cui polemiche riuscirono infine a far cessare le lezioni.

All’epoca accadeva spesso che i notabili assumessero ruoli istituzionali, e Giani non fece eccezione, diventando a un certo punto sindaco del paese. A Porte, d’altronde, l’imprenditore restò sempre legato prima e, soprattutto, dopo il fallimento delle miniere del Beth (quando le cave di pietra gli permisero di restare a galla), nonostante qualche contenzioso con i comuni vicini. «All’epoca c’era ancora il comune di Inverso Porte – spiega Laura Zoggia – che vantava un credito per una concessione non pagata siccome Giani era “sconfinato”. In cambio dell’estinzione del debito, si impegnò a realizzare, con le pietre delle cave, un ponte tra le due sponde del Chisone al posto del guado preesistente». Così «nel 1859 Giani costruì il ponte che fu chiamato – e si chiama tuttora – “Palestro” in onore della famosa battaglia della seconda guerra d’indipendenza, combattuta qualche giorno prima».

Il ponte “Palestro”

GUIDO ROSTAGNO