I latini, a proposito del carnevale, dicevano “una volta l’anno è lecito impazzire“. Eppure – complici regole più blande e una maggiore semplicità d’animo – in passato sembra che si impazzisse di più o, almeno si festeggiava con maggior entusiasmo. Quasi in ogni paese (Villar, Perosa, Pinasca) qualche buontempone si occupava di allestire un carro allegorico col quale festeggiare il carnevale.

«Cominciavamo a lavorarci appena dopo Capodanno», ricorda Marco Bleynat parlando dei carri di Carnevale che venivano approntati negli anni ‘70 a Pinasca. E non c’entravano il comune o la pro loco: «Eravamo un gruppo di amici (Bernardin, Ettore, Elio, Flavio, Renzo e altri ancora) – io ero tra i più giovani – che tutti i sabati e domeniche in un garage ci ingegnavamo per allestire un carro bello e soprattutto divertente». Un lavoro d’un certo peso si può dire: «Ai tempi era più complicato di come potrebbe essere oggi, non usavamo tanto polistirolo e cartapesta, ma facevamo un’armatura in ferro ricoperta di scagliola. Non solo pesava da matti, ma era facile che si rompesse o si filasse». Ma con tutti i limiti delle tecniche costruttive, «costruivamo grandi animali, poteva essere una tartaruga, un coccodrillo e altro ancora». Immancabile era «la botticella di vino» con cui, nell’anno dell’austerity, venne improvvisato un’improbabile pompa di carburante che non era proprio benzina, ma faceva carburare la festa.

Ad accogliere l’impalcatura coreografica era «il camion che metteva a disposizione Bernardin, un signore che ci teneva molto alla festa. L’unico inconveniente è che per legge non si poteva chiudere superiormente il carro, così noi che viaggiavamo là sopra soffrivamo un freddo cane». Sul carro infatti venivano messe delle panche per i figuranti, ma soprattutto per «i suonatori che con la loro musica creavano un clima gioioso dovunque passassimo. Andavamo in giro per Pinasca, facendo soste in vari posti, poi scendevamo a Villar e a San Germano. Dappertutto molta gente che ballava e si divertiva». Un impegno quasi a tempo pieno: «si partiva al mattino, mangiavamo pranzo fuori, e finiva per tradizione con la cena al ristorante in Chiabriera». Certo erano altri tempi: «Oggi ci metterebbero in galera – scherza Bleynat – ma che bei ricordi!»