La decisione sulla sorte della “Compania Teatral Piemonteisa” sembra inevitabile. Seppure a malincuore. «A metà gennaio – spiega il presidente della compagnia, Beppe Maretto – l’assemblea dei soci delibererà se mettere la parola fine alla nostra esperienza».

Un’esperienza, quella del teatro a Perosa, che risale a quando i salesiani, sull’esempio di don Bosco, utilizzavano questo strumento per avvicinare i giovani. Racconta Maretto: «Il teatro era l’anima dei salesiani a Perosa. Recitavano gli allievi salesiani, i loro genitori e persino qualche sacerdote, ma erano tutte le famiglie ad essere coinvolte. La maggior parte di noi ha cominciato da bambini». Tanto da rendere inestricabili la storia del teatro e quella del paese.

A metà anni ‘60 trapelarono voci sulla chiusura dei salesiani e «i componenti della Compania iniziarono a pensare al da farsi per rendere autonoma la compagnia teatrale». E fu così, grazie al carisma di Agostino Fassi (regista , attore e autore di commedie) e al generoso impegno di tanti – «nella compagnia tutti erano sullo stesso piano: da chi recitava a chi attaccava i manifesti» -, che nacque la “Compania Teatral Piemonteisa”.

Epocale innovazione l’ammissione delle ragazze al palcoscenico. «In precedenza – racconta Piero Marchesi, attore e regista del gruppo – erano i ragazzi più giovani a recitare i ruoli femminili. La prima attrice era stata la mia futura moglie Bruna Fassi, che avrà avuto sei o sette anni, ma c’era suo padre Agostino a vigilare». Erano anni in cui gli scrupoli morali non erano quelli odierni, «a Perosa c’erano addirittura tre oratori: quello maschile e due femminili Abegg e Gutermann».

La compagnia rimase però improntata alla moralità e agli insegnamenti trasmessi dai seguaci di don Bosco. «Tra gli scopi affermati dallo statuto, oltre a tramandare i valori, la cultura e la lingua piemontese, si ricorda l’importanza di portare in scena spettacoli consoni alla matrice salesiana del gruppo». La vena vulcanica di Fassi – «un vero maniaco della scrittura» – produsse negli anni una ventina di copioni in cui, senza mai cedere a volgarità, un sano divertimento era sempre garantito. E il pubblico ha sempre apprezzato: «Negli anni d’oro – ricordano Maretto e Marchesi – abbiamo replicato una commedia anche per venti e più serate, sempre con oltre trecento spettatori». Anni in cui tutti parlavano il piemontese e in cui il legame col paese era stretto e le possibilità di evasione non erano quelle di oggi. Una passione non dei soli attori – «Chiunque avesse un incarico lo ha sempre svolto al meglio: le nostre scenografie spettacolari richiedevano, ad esempio, mesi di lavoro artigianale» – e capace, nel periodo della regia di Fassi, di attirare qualcosa come «122 mila spettatori alle 370 rappresentazioni».

Salvo una breve parentesi in cui, per ragioni contingenti, si dovette spostare a Villar (nel teatro RIV, dove oggi sorge un supermercato), la “Compania” è sempre rimasta legata a Perosa e al suo Teatro Piemont. Un gioiello a cui i volontari hanno dedicato infinite cure. «Il ricavato dei nostri spettacoli è sempre andato in beneficenza, fatti salvi gli interventi sul teatro. Pur non essendo di nostra proprietà, lo abbiamo sempre curato come se lo fosse, migliorandolo nel tempo».

Nel 1997 Agostino Fassi, per motivi personali, si ritirò dal teatro, ma questo non fermò la compagnia che, per un paio d’anni riprese alcuni copioni dello stesso Fassi, prima di affidarsi, con inalterato successo, alle commedie di Flavio Galliano: «ne scrisse ben 12 e a vederle a Perosa furono altri 33 mila spettatori in 120 rappresentazioni».

Il saluto di Flavio Galliano al “suo” pubblico

Proprio la prematura scomparsa di Galliano ha aggravato l’attuale crisi. «Ormai non abbiamo più chi possa scrivere nuovi copioni nello stile della “Compania”, l’età degli attori avanza e non siamo riusciti a trovare giovani rincalzi per integrare l’attuale organico». Non che siano mancati i tentativi, ma i mutamenti della società non hanno aiutato. «Non tutti ormai parlano il dialetto – commenta Marchesi – poi a volte chi si dice disponibile ha idee non brutte, ma diverse da quella che è l’identità della “Compania”». Per molti, che lavorano lontano, diventa poi arduo «trovare il tempo necessario a mettere in piedi  spettacoli dignitosi».

Forse però a mancare è soprattutto l’entusiasmo che avevano i giovani di ieri. «Con Fassi le prove erano molto impegnative: 3-4 volte a settimana per mesi e mesi – ricorda Maretto – eppure tutti, anche quelli che venivano da fuori Perosa, c’erano sempre. Uno su tutti Flavio Galliano, che lavorava e viveva a Torino, ma saliva tutte le sere a Perosa per le prove».

E prima di congedarsi, Maretto e Marchesi aggiungono il loro «grazie di vero cuore a tutti gli amici che ci hanno sempre sostenuti e incoraggiati con la loro presenza a Perosa Argentina».

GUIDO ROSTAGNO