6 aprile 2016

«Quando si sentiva la sirena voleva dire che stavano arrivando gli aerei, allora si entrava nei tunnel»

Italo Bernardi, classe 1938, originario del padovano, da anni abita a Perosa Argentina in quelle che chiamano “le case venete” e che nascondono un piccolo gioiello di storia: i Rifugi Antiaerei Gütermann. Italo si è preso a cuore questo luogo, impegnando il proprio tempo e le proprie energie e continua tutt’ora con entusiasmo ma con una certa apprensione. Oggi più che un custode è un “angelo-custode” dei rifugi che apre a turisti e scolaresche «per non dimenticare». Il suo numero di cellulare è sul cartello all’ingresso dei Rifugi. Fissiamo l’appuntamento.

«Quando possiamo venire per una visita e una intervista?»

«Anche subito» risponde Italo. Una risposta che da sola racconta il personaggio. Ci accoglie all’ingresso del complesso sito dietro la grande curva all’ingresso di Perosa, di fronte l’Oratorio. Accento veneto e un berretto con il suo nome stampato sopra. Si parla come vecchi amici e iniziamo la visita. La sensazione è quella di entrare a casa di Italo e i suoi racconti ci fanno tuffare in un passato vivo. Era la Seconda Guerra mondiale. Molte fabbriche della Val Chisone erano possibile obiettivo di bombardamenti degli alleati. Gli imprenditori all’epoca, a seguito di ordinanza del governo fascista, accanto ai piccoli borghi operai che erano nati attorno alle attività lavorative avevano costruito dei rifugi per salvare le famiglie in caso di attacco. È il caso della Riv di Villar Perosa ma anche del setificio Gütermann di Perosa Argentina. La seta serviva per costruire i paracadute ed era quindi un possibile bersaglio militare. «Lavorando giorno e notte, i Rifugi di Perosa furono costruiti in 6-7 mesi nel 1942 e furono utilizzati fino al 1944. Noi fummo fortunati – spiega la nostra guida con molta partecipazione – perché non cadde mai nessun ordigno su Perosa. Fu bombardata, invece, Villar. Ma la paura c’era eccome». Italo aveva 8 anni quando si rifugiava con la famiglia nei tunnel sotto casa. «Quando si sentiva la sirena voleva dire che stavano arrivando gli aerei, allora si entrava nei tunnel. C’erano lunghe panche che costeggiavano i muri e si aspettava che suonasse di nuovo la sirena. Talvolta sentivamo dei colpi da fuori. Per passare il tempo si chiacchierava e talvolta qualcuno scriveva sui muri. Ci sono ancora quelle scritte».

Lui conosce a memoria ogni angolo di quei metri di tunnel che si sviluppano a S come un serpente. «Le molte curve all’ingresso servivano ad attutire lo spostamento d’aria dell’eventuale bombardamento che da solo poteva ferire le persone», spiega ancora Bernardi con precisione. La particolarità dei rifugi di Perosa è la presenza di un camino verticale di 17 metri che fungeva da “uscita di sicurezza”. «È dotato di una scala marinara (fatta di pioli di ferro piantati direttamente nel muro, n.d.r.) che sale talvolta da un lato e talvolta dall’altro interrotta da terrazzi a cadenza regolare per facilitare l’uscita e limitare i rischi di eventuali cadute durante la fuga. Non fu mai utilizzato per fuggire. Ma fu usato come camino per cucinare durante la permanenza dei rifugiati». Perle dei rifugi di Perosa sono le ricostruzioni che Italo, negli anni, ha potuto e voluto fare. «Dopo la guerra serviva la legna e le panche che erano qui furono smantellate da chissà chi e utilizzate. Ora ne ho ritrovate due lunghe e sto raccogliendo vecchie sedie per “segnare” gli oltre 340 posti di cui disponeva il Rifugio». Non solo le panche con i posti numerati: Italo ha ricostruito il vano dell’infermeria con un lettino e alcuni antichi attrezzi medici oggi adattati su manichini di plastica. Davanti all’infermeria vi è anche un piccolo impianto audio. Estrae dalla borsa un lettore cd, abbassa le luci del tunnel e per un momento riviviamo la sensazione della sirena che fischia nelle orecchie. Sentiamo Radio Londra e il rumore delle bombe che esplodono. Una ricostruzione sonora di pochi minuti, semplice ma efficace. Sono i rumori della guerra e il silenzio della paura.

Il piccolo orgoglio di Bernardi è il suo museo personale: «Col tempo ho potuto raccogliere, grazie ad amici e conoscenti che mi hanno regalato tante cose, questi oggetti di guerra e le foto del bombardamento di Villar, nonché alcune foto storiche di Perosa». L’ultima parte del tunnel, infatti, è tappezzata di oggetti militari: elmetti e vecchi fucili, una baionetta, giacche e indumenti mimetici, le razioni alimentari in dotazione ai soldati e attorno alle pareti si possono ammirare le foto d’epoca. Dietro un angolo fa bella mostra di sé una bomba (in sicurezza) del peso di 500 libbre. La disposizione non museale (gli oggetti non sono catalogati e non tutti sono “del tempo”) rende questo ambiente ancora più famigliare e più vivo. Oggi la preoccupazione di Italo è una sola: chi si occuperà di tutto ciò dopo di lui? «Comune e Pro Loco non hanno fondi sufficienti per poter gestire e promuovere la visita dei luoghi senza l’aiuto di volontari che per ora non ci sono, a parte il sottoscritto».

Al di là degli spazi storici del rifugio, il “di più” di questa visita è proprio, e senza dubbio, la passione che Italo è in grado di offrire.

Firmiamo il quaderno delle visite che è più ricco di quanto ci si potrebbe aspettare. «Vengono anche scolaresche», puntualizza.

L’ingresso è gratuito. Chi vuole può lasciare un’offerta per la Pro-Loco.

I rifugi di Perosa meritano davvero una visita. Per non dimenticare quello che è stato e anche per conoscere Italo Bernardi, testimone vivente degli anni della guerra.

Per visite e info: 347.9922404.

 Ives Coassolo