Dubbione. Intervista al medico Roberto Rostagno sulla reale situazione del Paese africano A quattro ore d’auto dalla capitale Bujumbura, sorge Kiremba la città del nord del Burundi divenuta, sul finire di novembre, tristemente nota per l’uccisione di due missionari, il veronese Francesco Bazzani e la croata Lukrecija Mamic. Quasi tutta la popolazione (la metà è analfabeta) si dedica alla coltivazione, in piccoli appezzamenti, del caffè dalla cui vendita si ricavano i tre euro al mese pro capite con cui sopravvivere acquistando pochi chili di fagioli e riso. A mitigare la durezza di queste vite intervengono la parrocchia retta da sacerdoti italiani, la missione e l’ospedale al cui interno collaborano le suore Ancelle della Carità e i volontari dell’associazione per la Cooperazione Missionaria di Legnago (per ulteriori notizie: www.ancelledellacarita.it e www.kiremba.org); sempre l’As.Co.M in collaborazione con le Università di Verona e di Torino si occupa della fornitura gratuita di farmaci per i malati cronici (per aiuti o informazioni la referente è Ilaria Masi: torino.spagna@yahoo.it).
Roberto Rostagno, medico dubbionese, negli scorsi anni ha preso parte al programma di cooperazione tra l’Università di Torino e l’ospedale di Kiremba e nel tempo trascorso in questo ambiente ha maturato una visione a tuttotondo della realtà burundese tanto da poter raccontare qualità e contraddizioni di una terra appena sfiorata, altrimenti, dai mass media nostrani.
Quali ricordi conservi delle vittime di fine novembre?
Francesco Bazzani lo conobbi solamente nel mio ultimo viaggio. Era il timido e gentile coordinatore locale dell’As.Co.M. Lucrezia, una suora croata vissuta a lungo in Ecuador, era in Burundi da pochi anni. Sempre sorridente, parlando un misto di croato, spagnolo, italiano, francese e kirundi (la parlata locale), seguiva il Centro Terapeutico della Malnutrizione. Suor Carla Brianza (ferita da un machete nell’assalto), l’energica e carismatica superiora bresciana, è la responsabile infermieristica dell’ospedale: sempre in movimento, sempre intenta a discutere animatamente con gli infermieri. Ha 60 anni e da pochi anni appena è partita per la missione: solo pochi sanno accettare la sfida della missione dopo una vita passata in Italia!
Perché tanta violenza contro chi faceva del bene?
Il concetto di bene cambia tra chi lo fa e chi lo subisce. Gli europei della missione aiutano gente impoverita, ieri come oggi, da ingerenze straniere – penso all’intero Burundi e non solo a Kiremba – volte allo sfruttamento delle risorse: non sempre è facile per gli indigeni distinguere il bianco che sfrutta da quello che aiuta.
Quali sono le ragioni di questo omicidio?
Sembra probabile che qualche influente personaggio locale, per riaffermare il proprio potere, abbia commissionato un attacco ai maggiori esponenti europei di Kiremba (Francesco e Suor Carla). In ogni caso all’evento ha fatto seguito un clima xenofobo contro i bianchi, un sentimento serpeggiante in alcune fasce della popolazione, anche se non in maniera universale. Non è difficile provare risentimento se si muore di fame e si convive con chi, l’andirivieni di medici europei, ha un reddito medio mille volte superiore al proprio. Le fonti locali, ad ogni modo, ribadiscono come i presunti mandanti non siano affatto poveri.
Raccontaci qualcosa della missione di Kiremba e di chi ci vive.
La parrocchia segue principalmente l’aspetto spirituale dei cattolici (la maggioranza), ma questo spesso porta a confrontarsi anche con la realtà sociale. Spicca per carisma don Carlo Masseroni: questo sacerdote novarese, in Burundi da circa 40 anni, è sempre in giro per l’ospedale mostrando a chiunque lo incontri una fede profonda unita a un pizzico di ironia e a un amore instancabile verso i figli del “suo” Burundi. Nonostante le violenze patite (nel 2000 gli spararono una fucilata in volto) e gli oltre ottant’anni, aggiorna spesso via mail (il suo indirizzo è cmasseroni@yahoo.it) i suoi contatti sulla vita di Kiremba.
Ci sono speranze per il Burundi?
Il Paese vive ancora nel ricordo della recente guerra civile e del genocidio a radice etnica. La criminalità e l’instabilità politica vanno di pari passo con l’estrema povertà, soprattutto, di alcune zone. Ma una volta fatte cessare le intromissioni straniere e raggiunta la stabilità politica, anche le rivalità etniche, esasperate sotto l’occupazione belga dai privilegi concessi ai tutsi, verrebbero superate, garantendo pace e benessere. Il popolo burundese è forte e orgoglioso come ha dimostrato più volte durante la sua storia.
Del soggiorno in Burundi cosa ti è rimasto?
Le colline verdi viste dall’aereo: simili alle langhe, ma di un verde più selvaggio, frammiste a una rossa terra argillosa e a fiumi di fango. Di quei fiumi, ripieni neanche vent’anni fa di corpi straziati, mi è rimasto dentro il silenzio. E poi – chissà perché? – mi ricordo quando l’infermiere anziano dell’ospedale, mentre stavamo commentando le notizie sentite alla radio, mi domandò perché avessi lasciato, certo solo per un breve periodo, la ricca Italia per un Paese povero. Cercai di spiegargli quanto povera fosse l’Italia, priva della sua antica spiritualità, non più capace di apprezzare la pioggia come il sole. Fu tutto inutile, soltanto quando gli parlai della neve, ammise ciò di cui era già convinto, che in Burundi si stava bene. Immaginammo le colline ricoperte di bianco e lui rabbrividì per una neve mai vista. E che non avrebbe visto mai.

Guido Rostagno