Puntuale arriva Sant’Antonio poco dopo la metà di gennaio. Anche a Gran Dubbione dove gli abitanti si contano ormai sulle dita di una mano. Una volta non era così. Tante borgate, il cui nome oggi ai più dice poco, pullulavano di vita.

Guerino Ughetto, classe 1930, lo ricorda bene: «A Sant’Antonio si faceva una bella festa, persino con 40-50 cm di neve (se era compatta) salivano da Giaveno e dal Talucco. C’erano tre posti diversi dove si ballava – bastava un cortile -. Si cantava, si beveva, spesso poi finiva a “patele” (ndr a botte), soprattutto per questioni di ragazze, ma poi si tornava subito amici». Erano d’altronde tempi di povertà e nei giorni di festa diventava normale lasciarsi un po’ andare. Neppure i parroci facevano eccezione: «Quante “patele” da don Bessone quando ci faceva scuola». E con la forza erculea – che gli riconosce anche il comandante “Bluter” Marcellin nelle sue memorie partigiane – don Bernardino Trombotto talora poteva ricordare il don Camillo di Guareschi. «Durante un rosario, una volta sul sagrato arrivarono due giovani che si misero a disturbare, don Trombotto uscì fuori e quelli attaccarono briga», ma con la persona sbagliata: «A uno spaccò due costole, all’altro una mano». Storie come queste animavano le veglie serali trascorse in qualche stalla – magari dove abitava una bella figliola – ad ascoltare gli anziani. Altri racconti avevano per protagonisti i “Framasson”, malvagi esseri dediti a far dispetti alle persone: «Non li ho mai visti, ma ricordo di un tale che, fucile in spalla, trascorse la notte a far la guardia, e non appena andò a dormire si ritrovò coi tomini girati all’ingiù». Storie esoteriche che spaventavano i piccini e non solo loro, mentre si cuocevano le caldarroste da consumare tutti insieme fin quasi a mezzanotte.

Guerino Ughetto, classe 1930, originario di Gran Dubbione

Gran Dubbione era anche patria di provetti carbonai: fatica tanta, guadagni pochi. Tanti migravano in Francia, anche se «chi se ne andava, spesso avrebbe fatto meglio a restare». E chi restava fin da piccolo si abituava al lavoro. «Già a tredici anni portavo fino a Dubbione 40-50 chili di carbone, mia madre ne portava 80! Sulla schiena perché i saliscendi della via non permettevano di usare la lesa (ndr una specie di grossa slitta da trasporto) come chi scendeva da Serre Marchetto». Nel dopoguerra a prendere il posto delle persone o dei muli (che venivano benedetti alla festa patronale) arrivarono le teleferiche «Una arrivava vicino al Ponte Annibale, un’altra al Ponte delle Balze». Il carbone di legna finiva quasi tutto al setificio di Perosa che ne aveva bisogno per produrre il gas necessario per una delle fasi di lavorazione. «Nel ‘92, invece, quando col mio grande amico (ndr e compagno di lavoro come muratore), Enrico Vinçon abbiamo fatto per dimostrazione una carbonaia, quel carbone è finito a un ristorante per la carne alla griglia».

La chiesa di Gran Dubbione, dedicata a Sant’Antonio Abate

Una vita lunga, quella di Guerino e come tutte le vite non priva di prove: la dolorosa malattia che gli ha strappato, dopo sessantun anni insieme, la compagna, problemi di salute causati anche dal duro lavoro – «fino a settantacinque anni ho fatto il muratore, fino a ottantuno ho tagliato legna» -. Eppure gioia e altruismo non sono mancati mai. Come con la Pro Loco a cui Guerino gratuitamente e volentieri diede il terreno dove fare le feste della montagna. E tra i volontari, Guerino era sempre in prima linea: «Durante il lavoro, cantavamo sempre. Senza l’allegria non si può far nulla!» Con allegria il suo aiuto Guerino non l’ha riservato solo alla Pro Loco: «Aiutai anche gli Alpini quando col volontariato realizzarono la loro sede, anche se non ho fatto il soldato. Per ringraziarmi Pierino Ughetto e Nadir Bernardi mi regalarono il cappello da alpino: me l’ero meritato, dissero».

Una vita, in fondo, condotta seguendo l’esempio e gli insegnamenti della mamma Giuseppina, per tutti la Beppa: «Mattina e sera recita le preghiere e non fare agli altri quello che non vorresti facessero. E, se possibile, aiuta sempre tutti».

GUIDO ROSTAGNO