In ogni paese ci sono dei personaggi che si danno da fare un po’ in tutte le iniziative pubbliche, ma di certo pochi possono vantare la militanza nel volontariato di Giovanni Berger: socio fondatore di una serie di associazioni pinaschesi come Pro Loco, Alpini, Volontari Cottolenghini, Avis (le sue oltre 180 donazioni gli sono valse anche la prestigiosa medaglia della Fiods – Federazione internazionale delle organizzazioni dei donatori di sangue). Ma al di là dei confini di Pinasca, molti lo conoscono come GiBe, la sigla con cui dal 1970 ha firmato i suoi articoli su vari giornali locali e non solo, spaziando dalla cronaca allo sport, in particolare le bocce (da vent’anni, tra l’altro, Giovanni è lo speaker ufficiale delle partite casalinghe della Perosina in serie A).

In occasione dei cinquant’anni di carriera giornalistica (compiuti a inizio giugno), Giovanni ha risposto a qualche domanda sulla sua esperienza in questo settore.

Quando hai cominciato a scrivere sui giornali?

L’inizio della mia sperimentazione sulla carta stampata è iniziata il lontano 8 giugno del 1970 con l’allora elezione a sindaco di Riccardo Richiardone. Giravo da giovanotto con i pantaloncini corti in comune per sapere chi veniva eletto sindaco per poi comunicarlo a mia nonna Virginia da tutti conosciuta come “Ginia dla Meridiana” (La Meridiana era un’osteria aperta dalle 5 del mattino con il primo turno degli operai della RIV di Villar Perosa fino alla mezzanotte per 365 giorni all’anno).

E poi?

Proprio Riccardo Richiardone mi disse battendo la sua mano sulla mia spalla: «Dai Giovanni, tu che sei bravo, scrivi sull’Eco del Chisone che adesso siamo noi che abbiamo le redini del comune». Detto fatto salii sul mitico tranvai “Gibuti” e andai a Pinerolo dal direttore dell’Eco del Chisone, che veniva letto anche nella nostra osteria, don Vittorio Morero, sacerdote e giornalista. Affacciandomi alla porta del suo ufficio, una mini biblioteca piena di libri, mi disse: «Entra Giovanni ti aspettavo perché voglio che i giovani laici scrivano sull’Eco del Chisone: non voglio solo i parroci». Così è stato.

In quanti giornali hai lavorato e di che cosa ti sei occupato?

Ho collaborato da giornalista professionale per l’Eco del Chisone, La Stampa, Il Monviso, Vita Diocesana. Per lo più ho scritto cronaca dei comuni di Pinasca e Inverso Pinasca (qui ho iniziato su invito dell’allora sindaco , il commendator Andrea Olivero) e per il popolare sport delle Bocce che probabilmente dopo mezzo secolo è nel mio DNA.

Che ricordi hai dei tuoi direttori nei vari giornali?

Molto positivi, anche se a volte i pareri erano diversi, ma con il dialogo si arrivava al risultato finale di collaborazione.

Il vescovo Derio ha dedicato quest’anno pastorale alle relazioni: quanto sono importanti nel tuo lavoro i rapporti personali?

Le relazioni sono molto importanti tra le persone. Ha fatto bene il Vescovo Derio Olivero ad affrontare questo delicato e importante argomento. Certo che il lavoro del giornalista non è facile, in particolare nelle interviste bisogna talvolta indossare i panni dell’intervistato, anche se a volte ti raccontano una cosa che è accaduta, ma poi ti dicono di non scriverla sul giornale.

C’è qualche articolo/intervista che ti è rimasto nel cuore?

Articoli in gergo giornalistico vengono denominati semplicemente “pezzi” e proprio di questi ne ho parecchi nel cuore sia da autorità, sia da semplici persone che ho intervistato, semplicemente: “basta parlare con il cuore in mano”.

Come è stato il passaggio nel tempo dalla macchina da scrivere al computer dall’albo pretorio alle comunicazioni via internet?

È stato necessario e obbligatorio adeguarsi ai tempi della tecnologia. Nel passato sulla macchina da scrivere le dita al giornalista scorrevano come quelle del pianista sul pianoforte.

Ricordi qualche aneddoto in 50 anni di carta stampata?

I più bei ricordi erano gli strilloni che vendevano i giornali. Per me era un simpatico gesto quando entravano nella nostra osteria e mia nonna offriva un bicchiere di vino bianco o rosso a richiesta “per possé giù ‘l grup ca l’era fasse ‘nt el col” (per spingere giù il nodo che si era formato nel collo).

Che consigli daresti a un ragazzo che volesse fare il giornalista?

È senza dubbio una bella professione non facile da svolgere. Non bisogna mai gettare la spugna, ma andare sempre avanti mai girarsi indietro. Soprattutto è necessario dialogare e comprendere lo status della persona che ti sta davanti.

Quando smetterai, che cosa ti mancherà di più di questo lavoro?

Il contatto e il dialogo con le persone anche se a volte il boccone da deglutire diventa un poco amaro.