Se a Torino c’è chi (per protesta contro la DAD) fa lezione fuori da scuola, a San Germano Chisone invece la didattica si fa all’aperto.

«Si tratta di un progetto – spiega la referente Martina Borretta – proposto lo scorso giugno a tutto l’Istituto Comprensivo “Franco Marro”, che ha trovato il sostegno entusiasta della dirigente, Linda Zambon, e qui a San Germano, dove le insegnanti della Primaria hanno deciso di aderire, dell’amministrazione comunale e di tutta la comunità».

Il comune di San Germano, con una parte dei fondi statali stanziati per predisporre le aule alle lezioni in tempi di covid ha acquistato tavoli da esterno che, alloggiati nell’ex bar del palasport (vicino alla scuola) possono essere spostati con facilità nello spiazzo lì davanti per consentire di fare all’aperto attività da interno. Al contrario di quanto si potrebbe pensare, però, la didattica all’aperto non è nata in conseguenza del coronavirus: «Esistevano già, soprattutto in Emilia, delle scuole che la mettevano in pratica (raccogliendo il plauso pure del ministro dell’Istruzione). Diciamo che il covid – vista l’insistenza sull’evitare di stare a lungo in luoghi chiusi – la valorizza». Non è però qualcosa di estemporaneo poiché i docenti prima di adottare questa didattica seguono degli appositi corsi (per saperne di più si può consultare il sito https://scuoleallaperto.com/ ).

Ma in che cosa consiste questo tipo di scuola?

«L’idea di base – racconta la maestra Martina – è di partire dal territorio in cui i bambini vivono, cogliendo spunto dagli aspetti della natura e della cultura per portare avanti l’insegnamento delle varie materie in un modo alternativo dalla didattica tradizionale». Ad esempio «la mia pluriclasse quando con la Prima abbiamo visto la lettera U come uva ha colto l’occasione per fare un’uscita a vendemmiare. Una volta nella vigna la “lezione” è proseguita in modo interdisciplinare toccando argomenti di scienze come di italiano. Il segreto da parte di chi insegna è prestare attenzione agli stimoli che si trovano nell’ambiente intorno». Tra i vantaggi di questo stile educativo: «i ragazzi sono molto rilassati e motivati e possono imparare utilizzando non solo la vista, ma anche il tatto, l’olfatto e tutti cinque i sensi. Questa didattica è molto inclusiva perché crea un clima favorevole pure per gli alunni con disturbi dell’attenzione».

Un gruppo della Scuola Primaria in occasione della Festa degli Alberi

Accade anche che i ragazzi si trasformino in insegnanti: «chi è nato in questi luoghi, magari conosce già le erbe, le impronte degli animali che si incontrano uscendo nel bosco e possono farle conoscere anche alle maestre». Naturalmente il tempo trascorso all’aperto irrobustisce il corpo e il sistema immunitario dei bambini: «per adesso non ci sono state assenze – sottolinea Martina – anche perché i bambini hanno veramente voglia di venire a scuola così come le famiglie e la comunità nutrono la speranza da un lato che, in questo periodo difficile, la scuola resti aperta e dall’altro che i bambini scoprano il paese». La classe tradizionale non è però diventata inutile poiché «dopo le uscite, in aula si rielaborano le cose viste e grazie a strumenti come la lavagna interattiva si possono guardare le foto scattate all’esterno». Il progetto, però, prevede di «continuare le uscite durante tutte le stagioni: se c’è la nebbia si esce lo stesso e, oltre a scoprire come si forma, si coglie lo spunto per imparare la poesia “San Martino” (La nebbia agl’irti colli…)».

Sempre con questo spirito lo scorso 20 novembre l’intera scuola primaria (e anche quella dell’infanzia) hanno partecipato alla Festa degli Alberi, piantando due nespoli (simbolo di speranza) nel Parco Villa Widemann, «che i bambini ben conoscono avendolo già visitato con la guida del professor Giancarlo Bounous».

GR