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Approfondimenti  

Quando da Airasca decollavano gli aerei con la svastica

Quando da Airasca decollavano gli aerei con la svastica

Tra i tanti lavoratori dello Stabilimento automobilistico SKF situato nel comune di Airasca, che ogni giorno entrano in fabbrica, probabilmente sono davvero pochi a conoscere la storia – anche se nemmeno tanto antica – del luogo su cui essi svolgono la loro normale mansione produttiva. Tra il 1936 ed il 1945 (nel momento critico della Seconda Guerra Mondiale) quella porzione di territorio (ed altre parti circostanti) aveva ospitato l’area di un aeroporto militare, le cui attestazioni tecniche ed operative si estendevano anche ad altre differenti località vicine.

Alla ricerca dell’Aeroporto perduto!
Nelle campagne incolte di Buriasco e airaschesi, si possono ancora scorgere diversi brulli resti di misteriosi edifici in cemento armato, grigi e rovinati dalla azione distruttrice di anni di disuso e di abbandono, che si nascondo dietro, o in parte si elevano oltre, il profilo degli alberi e degli arbusti. E negli immediati dintorni si presentano anche altri frammenti spogli e ignoti di una piattaforma regolare in battuto di cemento anch’essa, con la superficie ormai corrosa dal terriccio e dagli agenti atmosferici, di natura non immediatamente comprensibile.
Si tratta delle rovine sopravvissute agli attrezzamenti tecnici e di volo di un vecchio aeroporto militare utilizzato dai tedeschi nella seconda guerra mondiale, che gli stessi avevano cercato di distruggere nella ritirata di primavera del 1945.
Quanto ancora oggi esiste si trova disperso tra le località di Vicendette (vestigia del bunker presso il vecchio Stabilimento Riv), di Buriasco (pista di cemento tuttora visibile), e di Mombello (un ricovero per aerei). Altri resti tuttavia – adesso distrutti per vari lavori successivi – si trovavano anche a Viotto (nel campo fra il Bocciodromo e la Cascina Roccia), ai Raineri, a Murisenghi, alla Trotta, a Campofiorito, alla Cappona, e a Rivasecca.
E tali reperti appartenevano a quanto rimase dei pesanti bombardamenti alleati effettuati nella Estate del 1944 (con particolare intensità e violenza ad agosto), e poi dalla azione delle mine naziste (già precedentemente applicate in caso di repentino abbandono del campo di volo) posizionate per non lasciare quella importante infrastruttura bellica in possesso ai nemici.
In particolare, i frammenti rimasti risalgono all’ultimo biennio della Seconda Guerra Mondiale allorché i tedeschi dal 1943 – a causa dei sempre più massicci attacchi degli aerei alleati partenti dalle loro basi nord-africane per bombardare l’Italia meridionale e centrale – dovettero spostare più a settentrione i loro aeroporti. Ed Airasca, fino ad allora pressoché abbandonato per minore importanza strategica, diventò di fatto un impianto bellico fondamentale della Luftwaffe, specificamente impiegato per allocare i Bombardieri JU88 che da lì decollavano per distruggere i convogli alleati impegnati nello sbarco in Sicilia.
E soprattutto dopo l’armistizio dell’8 settembre, i nazisti approntarono nuovi lavori di miglioramento e potenziamento del campo, tra cui va ricordata la speciale pavimentazione della pista di decollo e atterraggio attuata con traversine di legno accostate (un sistema pratico per la riparazione e la sostituzione degli elementi danneggiati), insieme alla edificazione del Bunker principale, e la costruzione del deposito di carburante (in località del bivio per la frazione Botteghe). Ma ulteriori opere vennero poi eseguite nell’Inverno del 1943-44, interessando tutta la zona in cui i loro ruderi sono parzialmente ancora riscontrabili: a cominciare dalla pista in cemento in regione San Bernardo nel comune di Buriasco, e continuando con una altra casamatta vicino ad Airasca, fino a concludersi con parecchi ripari per gli aerei, sparsi intorno alle aree di Viotto, e distribuiti anche nei territori di Airasca, Buriasco, e Appendini.

Pochi resti e minimi ricordi
Sulla storia della costruzione dell’aeroporto di Airasca restano poche testimonianze storiche scritte e documentarie, che tuttavia riescono ugualmente a permettere una solida ricomposizione delle vicende esecutive di quell’impianto militare dal 1936, allorché esso veniva chiamato Campo a Volo. E in particolare è stato il libro di Ferdinando Pedriali, dal titolo “Il Campo di Aviazione di Airasca” pubblicato nel 2004, ad averne fornito le maggiori notizie cui tutti i cronisti adesso – per comodità informativa – si rivolgono.
Ma altre fonti, scritte ed orali, si posseggono di quell’episodio particolare di costruzione bellica, insieme ad ulteriori attestazioni di testimoni diretti dell’epoca che sarebbe ingiusto non ricordare (anche perché i loro racconti posseggono notizie dettagliate e perfino molto particolari).
Dalle descrizioni del Pedriali proviene il racconto della realizzazione complessiva, iniziata “nel 1936” e quasi subito interrotta. Per cui «il campo rimase pressoché inutilizzato sino al maggio 1940, ossia sino all’imminenza della dichiarazione di guerra alla Francia»; per bombardare la quale «vi fu dislocato uno stormo di aerei da caccia Macchi MC200», e «per ospitare gli avieri e gli addetti vennero requisite alcune case in Airasca e dintorni (cascine Borda, Vicendette e Torretta e castello di Airasca)». E però «La rapida fine della guerra contro la Francia lasciò di nuovo inutilizzato l’aeroporto per tutto il 1941 e 1942. Ma dal 1943 i massicci bombardamenti degli aerei alleati […] imposero alle forze dell’Asse» di utilizzare tutti gli impianti del settentrione alpino d’Italia disponibili: e così «anche il campo di aviazione di Airasca […] tornò utile».
Altre precisazioni storiche maggiormente tecniche, che rimandano inoltre alle azioni di coinvolgimento della Resistenza piemontese, si trovano nel libro “Nachtigall” (Usignolo: il nome della grande offensiva tedesca verso l’alta montagna, attuata nell’estate del 1944 per tenere sgombre le strade vallive del pinerolese provenienti da Torino e dirette in Francia) che Alberto Turinetti di Priero fece pubblicare dall’editore Chiaramonte di Collegno nel 1998: «Nella primavera del 1944, con il personale in esubero furono formati due Jägkommandos (comandi caccia aerei) di base, uno ad Airasca e l’altro a Lagnasco, destinati alla lotta contro i partigiani. Nel mese di luglio del 1944 fu costituito il Sicherungs-Regiment der Luftwaffe Italien» (Reggimento di Sicurezza delle Forze Aeree Italiche) «con sede di comando a Scalenghe. Questa unità, specializzata nella Bandenbekämpfung (guerra contro le bande), era formata da alcune centinaia di avieri provenienti dagli aeroporti dell’Italia settentrionale, fra cui 80 soldati detenuti nel carcere militare dell’Aviazione, ai quali venne data la possibilità di riabilitarsi combattendo contro i partigiani. Ad Airasca e a None infine era presente un Bauleitung (Direzione delle costruzioni) dell’Organizzazione Todt, il cui personale tedesco poteva, in caso di necessità, intervenire a dare manforte alle unità militari e di polizia».
Infine, dalle ricerche documentarie (anche fotografiche, riprese dagli Archivi della Luftwaffe in Germania) condotte da Gervasio Cambiano di Vinovo, e da lui raccontate nel 2002 sul sito telematico dei “Sentieri della Resistenza nel Pinerolese”, sono pervenute le poche (ma significative) e interessanti immagini esistenti del “campo a volo” airaschese, e degli aerei allora utilizzati.

Corrado Gavinelli

 

 

 

Esplorando il Bunker tedesco

I resti del bunker si trovano nel comune di Airasca, nei pressi della borgata Vicendette. Precisamente si trova in coordinate 44,9153N 7,4560E, situato a circa 100m da una strada pubblica che collega la frazione al paese, a cavallo tra due campi coltivati, perciò l’accesso non è scontato per tutta la durata della stagione estiva a causa delle coltivazioni.
Da lontano si distingue a causa dell’altezza, sollevata dal piano campagna di circa un paio di metri e dalla copertura di alberi e arbusti non presenti altrove nelle vicinanze, a causa dell’utilizzo del suolo come coltivo. Avvicinandosi si possono iniziare a percepire le dimensioni della costruzione, larga poco meno di 10 metri e lunga circa 30-35m con un altezza che non supera i 3m, escludendo la copertura vegetata.
Ha un orientamento sud-nord, con un ingresso ad est, che però è collassato, quindi impraticabile.
Alcune porzioni della volta sono collassate lasciando liberi dei passaggi piuttosto impervi per entrare, in particolare sono cadute le due estremità dell’estensione, non facendo ben capire l’effettiva lunghezza della costruzione.
È stato edificato con grossi blocchi di cemento armato, la volta anch’essa di cemento armato è spessa circa un metro.
Le dimensioni interne sono di circa 4m di larghezza per una lunghezza non ben definita, ma che potrebbe aggirarsi sui 15m contando le parti rovinate.
Anche l’altezza è difficile da misurare perché si è insinuato all’interno del suolo alzando quindi il livello del pavimento, ma una misura verosimile potrebbe aggirarsi sui 3m nel punto più alto, al centro del soffitto a botte.
All’interno sono presenti dei blocchi di cemento armato di notevoli dimensioni lunghi anche 2m probabilmente caduti dal soffitto e rotolati verso il centro del bunker.
La costruzione si presenta spoglia; solo delle nicchie di 50x50cm interrompono la monotonia delle pareti, probabilmente erano l’alloggiamento di un sistema d’illuminazione poiché si trovano ad intervalli regolari.
Non sono presenti segni di pareti o scomparti che avrebbero potuto dividere l’ambiente in più stanze. Sono pochissimi e ormai consumati dal tempo i graffiti a bomboletta, non è presente immondizia o rifiuti di alcun genere, solitamente ritrovati in altri luoghi abbandonati.

Massimo Vaira

 

 

 

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