10 Marzo 2026
Cumiana. La sezione ANPI intitolata a "Lupo" Daghero
Il 15 marzo 2026 a Cumiana la locale sezione ANPI sarà intitolata a Gianni Daghero “Lupo”, valoroso partigiano guastatore caduto nel 1944 alla Cascina Richetta.
Il 15 marzo presso il Circolo Pieve, a Cumiana, la festa per i 10 anni della (ri)fondazione della Sezione ANPI di Cumiana, con l’intitolazione della stessa a Gianni Daghero, detto Lupo.
- Alle ore 10 presso la sede in Piazza Martiri 3 aprile si terrà l’assemblea degli iscritti.
- Alle ore 12 in Piazza Daghero la cerimonia di intitolazione della Sezione a Gianni Daghero “Lupo”.
- Alle ore 13 presso il Circolo Pieve si terrà il pranzo soci e simpatizzanti.

Ma chi era Gianni Daghero detto Lupo?
Tutto accadde alla Cascina Richetta che è, per eccellenza, uno dei luoghi della memoria cari ai cumianesi. Posta poco a monte dell’abitato, sulla strada che conduce alle frazioni più alte (Maritani e poi Picchi e Ravera), è ormai un simbolo della Resistenza perché qui vi trovarono la morte tre tra i più noti protagonisti della lotta contro i nazifascisti, Gianni Daghero Giorgio Catti e Michelino Levrino. Per la verità, il tragico bilancio di quel giorno fu assai più pesante: cinque in totale i caduti del 30 dicembre 1944.
I fatti. All’alba, un reparto di parà repubblicani della “Nembo”, di stanza a Rivoli, sorprese otto partigiani che appartenevano al plotone di Gianni Daghero (detto “Lupo”) all’interno della Villa Pastore, frazione Porta a monte del paese. Sei di loro riuscirono a fuggire, mentre Erminio Long (detto “Minio”) e Giulio Bessone furono catturati. Il primo, sottoposto a torture perché rivelasse dove si nascondeva il capo, si rifiutò di parlare e, dopo varie sevizie, venne assassinato. Il suo corpo fu gettato dal balcone della villa. Il secondo, atterrito dalla scena, condusse i militari alla cascina Richetta, dove si trovava “Lupo”,insieme a due suoi compagni, Giorgio Catti (detto “il partigiano santo”) e Michelino Levrino, figlio dei mezzadri. Il tenente Gravina chCue comandava il drappello dei paracadutisti repubblichini interrogò tutti i componenti della famiglia, ma neppure le bambine del contadino si fecero scappare una parola. I parà si rivolsero verso Bessone, mentre la cascina veniva perquisita in ogni angolo. Ma c’era ancora un posto dove i fascisti non avevano cercato: il fienile. I tre partigiani si trovavano proprio là, nascosti in un rifugio mimetizzato con fascine di legna. Il fienile fu dato alle fiamme ed i tre dopo lunga attesa, già segnati da gravi ustioni, dovettero uscire allo scoperto. Immediatamente furono abbattuti a colpi di mitra. Il tenente Gravina si avvicinò ai corpi dei ragazzi ed esclamò: “Sarebbe questo il famoso “Lupo”? Ma è solo un ragazzo!”.
Per le loro gesta, Gianni Daghero “Lupo” e Giorgio Catti “Il partigiano santo” erano assai famosi nella Divisione Val Chisone. Il primo, studente del Politecnico, era considerato una figura di spicco, soprattutto per la sua abilità nel maneggiare esplosivi. Non per nulla era a capo dei guastatori, il plotone incaricato di minare installazioni e strutture del nemico e di sabotare impianti industriali destinati alla produzione bellica. A più riprese, per esempio, aveva fatto saltare la ferrovia Torino – Pinerolo e nell’estate del ’44 aveva ostacolato in tutti i modi l’avanzata dei tedeschi in alta Val Chisone. Sarà insignito di medaglia d’argento alla memoria.
Giorgio Catti, classe 1925, torinese, esponente dell’Azione Cattolica, era il braccio destro di “Lupo” oltreché fratello di Piero, comandante di un’altra banda. Medaglia di bronzo alla memoria.
Sul muro della cascina Richetta è apposta una lapide che ricorda il sacrificio dei tre partigiani Daghero, Catti e Levrino, un giovane da poco entrato in banda, figlio dei mezzadri della cascina.
Un’altra iscrizione si trova alla villa Pastore, in frazione Porta, in omaggio al silenzio di Erminio Long, pagato con la morte. Medaglia di bronzo alla memoria.
Un cippo è invece presente in località Magnina, nel Parco Tre Denti – Freidour. In quei pressi fu assassinato Aldo Ruffinatto ed il suo corpo gettato nel torrente sottostante. Gli uomini del battaglione “Nembo”, paracadutisti senza aeroplani per volare, si distinsero per la particolare efferatezza dei loro crimini. Il 26 novembre del 1945, la seconda sezione speciale della Corte d’Assise di Torino condannò alla pena di morte Vittorio Gravina, l’ufficiale medico del battaglione di stanza a Rivoli, perché ritenuto colpevole di omicidio. La sentenza non fu eseguita in quanto l’imputato, contumace, non venne mai rintracciato.
Graziella Luttati

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