Gianni Agnelli moriva il 24 gennaio 2023. A vent’anni dalla scomparsa Pier Giuseppe Accornero racconta l’Avvocato e la sua eredità per Torino.

L’Avvocato Gianni Agnelli

 

Non immagina quante cose non conosco

«”Eccolo, è lui” disse Gianni Agnelli all’autista e ai collaboratori indicandomi. Era domenica mattina 7 maggio 1989. Con il suo avvocato Vittorio Chiusano avevamo scelto il giorno e l’ora per evitare sguardi indiscreti e polemiche. Arrivai in bicicletta in anticipo ma lui era già lì: “Piacere, Gianni Agnelli”. L’interrogatorio durò un’ora. Disse che non sapeva nulla delle sale mediche Fiat. L’organizzazione del lavoro non dipendeva da lui: “Non immagina quante cose non conosco”. Personaggio di spessore, acuto, ammaliante, si difese con convinzione ma rispettoso verso di me che ero il suo giudice. “Se nella mia azienda ci sono le storture che mi sta contestando, faremo in modo di provvedere, comunque vada il processo”. Il 7 aprile 1990 prosciolsi Agnelli perché non era coinvolto». L’episodio è narrato dal giudice Raffaele Guariniello in «La giustizia non è un sogno» (2017).

 

In coda per la camera ardente al Lingotto

Vent’anni fa Gianni Agnelli muore alle 8:30 di venerdì 24 gennaio 2003 a «Villa Frescot» sulla collina torinese. «La Stampa» esce in edizione straordinaria. La sirena blocca Mirafiori e sospende lo sciopero. I tifosi della Juve espongono uno striscione «Una nuova stella nel cielo» e un coro possente: «Avvocato, Avvocato». Una fiumana di torinesi, i «barachìn» e le loro famiglie, si mettono in coda per la camera ardente al Lingotto. Mario Antino, ex operaio Fiat: «Due ore al freddo per essere il primo. Sono arrivato nel 1947 dalla Basilicata: la mia vita è trascorsa in fabbrica. Volevo dargli l’ultimo saluto». Il corteo funebre percorre un lungo giro per arrivare in Duomo. I torinesi scortano l’«ultimo re», come gli antenati nel 1861 avevano pianto il conte Camillo Benso di Cavour; come i nonni e i padri nel 1949 avevano singhiozzato per il «grande Toro» caduto a Superga.

 

Il ricordo del cardinal Poletto

Il cardinale arcivescovo Severino Poletto: «Si è affidato nelle mani del Signore. Un uomo grande e potente che si è preparato a morire da buon cristiano. La Consolata, alla quale l’Avvocato era profondamente legato e ai piedi della quale si recava spesso, senza ostentazione, lo accompagni nella luce di Dio e sia la Consolatrice dei familiari e di molti che sentono il vuoto lasciato dalla sua partenza». Una volta disse: «Sono cattolico, come la maggior parte degli italiani; da bambino professavo, poi molto meno. Vado qualche volta in chiesa la domenica, quando sono a Villar Perosa».

 

La tomba di famiglia a Villar Perosa

Dopo la celebrazione il corteo imbocca la Valle Chisone: l’«avucàt» è sepolto nella tomba di famiglia in cima alla collina di Villar accanto alla mamma Virginia Bourbon del Monte (1945), al nonno Giovanni (1945), al padre Edoardo (1935), al nipote Giovanni Alberto (1997), al figlio Edoardo (2000); la moglie Marella lo raggiungerà nel 2019. «Era uno dei nostri» dice la gente: per anni fu sindaco di Villar Perosa.

 

 

L’eredità del Senatore

Nasce a Torino il 12 marzo 1921, ha 14 anni quando il padre Edoardo muore –  «Sono stato a fianco del nonno dai 14 ai 20 anni». Lo fa entrare nel Consiglio di amministrazione Fiat: «Nel 1943 mi portò via dal fronte della Tunisia e mi fece vicepresidente: “Tu sei l’unica persona in famiglia di cui mi fido e devi assumerti questa responsabilità”». Nel 1953 sposa Marella Caracciolo dalla quale ha due figli, Margherita ed Edoardo. Amministratore delegato dal 1963 – «Un padrone che non esige che l’impresa dia profitto è un pessimo padrone» – e il 30 aprile 1966, in corso Marconi 20, Valletta lo propone all’assemblea degli azionisti come suo successore alla presidenza: «Da oggi il dottor Agnelli non è più soltanto il nipote di suo nonno».

Mamma Fiat dalla culla alla tomba

Nel bene e nel male per un secolo «mamma Fiat» segna, a Torino e in Italia, la vita della gente «dalla culla alla tomba»; fa il bello e il cattivo tempo; dà da lavorare e mangiare a milioni di persone; munge dalle casse dello Stato – secondo l’Associazione artigiani e piccole imprese di Mestre – 7,6 miliardi di euro (1977-09), a fronte di 6,2 miliardi di investimenti. Si espande tra battute d’arresto e rilanci, fusioni e alleanze, collaborazioni e ristrutturazioni comportano sempre e comunque l’eliminazione di stabilimenti e lavoratori.

 

Gli ultimi anni

Nel 1997 il trasloco del «cervello» da corso Marconi all’ex fabbrica Lingotto –  «Qui venivo a trovare mio nonno: i fili telefonici calavano dal soffitto e le pareti erano tappezzate di mappe geografiche. Mi sono portato i mobili e il ficus». Don Esterino Bosco, ex cappellano del lavoro: «Lo conobbi in una riunione di auguri ai dirigenti; lo rividi nei pellegrinaggi aziendali. Era sempre presente alle riunioni di fine anno con gli anziani Fiat: scambiavamo qualche parola e mi faceva avere le foto». Nel Natale 1995 Gianni e Marella lasciano l’attico romano che s’affaccia sul Quirinale, e vanno a messa in San Pietro senza scorta. La Fiat è la portaerei, le altre aziende del Gruppo le navi della flotta. Il comandante in capo è uno solo, secondo una linea dinastica maschile, come i Savoia.

 

 

Le lacrime dei dipendenti

Dopo la morte i circoli operai piangono il «padrone»: «Era un simbolo di Torino educato e discreto. Di uomini così ne nasce uno per secolo. Veniamo dal Sud: ci ha dato un futuro». «Se n’è andato un grande: ha dato da mangiare a un sacco di gente. Da ragazzo mi ha sollevato da una povertà senza speranza».  

 

Il legame con Torino

L’avvocato Vittorio Chiusano: «Per noi torinesi i doveri vengono prima dei diritti. Aveva un legame forte con Torino, città di gente seria. Non l’ho mai incontrato in un ristorante. Frequentò il “D’Azeglio” sempre elegantissimo». Il sindaco Sergio Chiamparino: «I Giochi olimpici del 2006 sono l’ultimo suo regalo». L’ex sindaco Diego Novelli: «Fu leale anche nei giorni più difficili». L’ex sindaco Giovanni Porcellana: «Gli chiesi di aumentare l’imponibile per la sua tassa di famiglia perché i comunisti ci accusavano  di averla concordata troppo bassa. Fu d’accordo».

 

Vendere la Fiat? Quando sarò morto

Ai funerali l’appello di Poletto: «La Fiat resti a Torino». Non fu così – Paolo Fresco, presidente Fiat 1998-2002 dopo Cesare Romiti: «Proposi all’Avvocato di vendere Fiat Auto. Mi rispose: “È la cosa giusta da fare. Ma il nonno si rivolterebbe nella tomba. Lo faccia quando sarò morto”». Dopo la morte, il 27 maggio 2004, di Umberto Agnelli comincia l’impero di Sergio Marchionne che cancella la Fabbrica Italiana Automobili Torino e la fonde con Chrysler Automobiles. Il banchiere italo-canadese-elvetico viene dall’America e pensa all’America, dove nasce John Elkann, presidente FCA. Stimolato dagli azionisti – ai quali interessa solo un portafogli ben pasciuto – il duo Marchionne-Elkann porta il Lingotto fuori da Confindustria; sposta il baricentro da Torino a Detroit; trasloca la sede fiscale ad Amsterdam, quella legale a Londra, ma la Brexit la costringe a emigrare. L’amministratore, domiciliato in Svizzera, non paga le tasse in Italia, come non le paga la FCA. Invece i potentissimi e planetari gruppi tedeschi – Bmw, Mercedes, Volkswagen – non traslocano.

 

Che cosa resta della Fiat a Torino

Nel primo decennio del XXI secolo Mirafiori è una «cattedrale» semivuota – I lavoratori calano da 14.200 a 6.000 e su 174 mila dipendenti, in Italia e all’estero, il Gruppo conta 47 mila impegnati nel settore auto. Le avvisaglie negli anni Ottanta: il nuovo piano regolatore mostra l’area con il color salmone – residenze e servizi – e non con il violetto della destinazione industriale. Parlano di «banale errore», di scambio di pennarelli. Non fu un abbaglio ma una precisa scelta. Dopo la perdita della capitale nel 1864, la spoliazione più grande di Torino è perpetrata da Elkann-Marchionne. Nel 2020-21 FCA è venduta ai francesi di Peugeot e l’Iveco ai cinesi. La famiglia – da decenni in lite per l’eredità dell’Avvocato – vende le attività industriali e si dedica alle speculazioni finanziarie. Stellantis, con sede in Olanda e «cervello» a Parigi, non accetta tagli in casa. La mannaia cade su stabilimenti e personale in Italia e a Torino, nonostante i discorsi a vanvera e le promesse al vento.

Pier Giuseppe Accornero