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Territorio  

“Giovanifuturo”: un modello da esportare

“Giovanifuturo”: un modello da esportare

Sabato 10 marzo il Teatro Grande Valdocco di Torino ha accolto, nella mattinata, la XXIX Giornata Caritas. A questo momento di formazione e animazione – intitolato “Sete di giustizia, fame di opportunità – Per rendere protagonisti i giovani” – era presente anche una delegazione della Caritas Valli Chisone e Germanasca, chiamata a raccontare al consesso torinese l’esperienza del progetto “Giovanifuturo”. «Abbiamo spiegato – racconta Mauro Clot, che insieme alla moglie, Daniela Franza e don Rafael Urzua formava la delegazione valligiana, – come funziona il progetto che da un po’ di tempo è nato a fianco delle altre attività. Un progetto che intende aiutare i ragazzi provenienti da famiglie in difficoltà e meritevoli di poter continuare i loro studi». Don Rafael aggiunge qualche dettaglio: «Dapprima sentiamo i servizi sociali che ci segnalano i casi bisognosi di aiuto, poi come Caritas valutiamo dove intervenire, assegniamo i tutor e iniziamo a seguire i ragazzi». L’aiuto economico, come pagare gli abbonamenti del bus o libri e materiale scolastico, «è solo uno degli aspetti; quello più importante è il rapporto umano che si crea con i Tutor». A questo proposito il vicario zonale sottolinea: «Le persone che affiancano i ragazzi sono membri della nostra Caritas, in genere insegnanti o comunque persone che, per la loro esperienza professionale, possono consigliare i giovani su come affrontare al meglio il loro percorso formativo». Questo tipo di aiuto è caratterizzato da una certa flessibilità, come spiega Mauro Clot: «Se e quando il nostro intervento non serve più – per fortuna ci sono casi in cui le difficoltà vengono superate -, passiamo a un altro caso, naturalmente verificando prima che le famiglie capiscano in che cosa consiste il nostro aiuto e che accettino l’intervento del tutor per cercare di risolvere i problemi». «Oltre alle risorse economiche – sottolinea don Urzua – per assistere un maggior numero di ragazzi sarebbe importante che altre persone, magari in pensione, mettessero a disposizione il loro tempo e la loro esperienza per fare da tutor ai giovani». Un auspicio in linea con l’esperienza del sacerdote sudamericano con la Caritas zonale: «In questi cinque anni di attività i laici hanno fatto grandi cose: non solo hanno raccolto gli alimenti, ma hanno saputo organizzare ottimamente la gestione degli aiuti. Ogni settimana i nostri volontari, una trentina, distribuiscono pacchi, ascoltano persone in difficoltà e accompagnano i ragazzi – magari poveri, ma seri e diligenti – nel loro percorso di studi».

L’arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglila

A Torino la Caritas valligiana ha riscosso l’interesse «dei rappresentanti delle altre Caritas che si sono informati sul nostro progetto: ci hanno invitato come rappresentanti di una realtà marginale, ma capace di organizzare un bel progetto per venire incontro ai giovani».

Quegli stessi giovani messi al centro della sua riflessione dall’arcivescovo Cesare Nosiglia: «Ci ha richiamato – ricorda Clot – all’importanza di proporsi come educatori autorevoli e seri, capaci di testimoniare non tanto con le parole, ma con esempi di vita e di impegno». Allo stesso tempo e con realismo, «Nosiglia ha evidenziato come per superare il distacco e l’incomunicabilità tra adulti e ragazzi bisogna dar a questi responsabilità, lasciandoli liberi di fare e anche di sbagliare!» “Vino nuovo in otri nuovi” – direbbe qualcuno…

Nosiglia ha inoltre lanciato un’ulteriore sfida: «Favorire nei ragazzi l’impegno a farsi promotori di proposte ai loro coetanei, iniziando magari con un semplice invito all’oratorio e da qui creare occasioni di confronto e conoscenza da cui iniziare a fare cose insieme in modo da aprirsi a una piena esperienza di Chiesa da rispecchiare nell’impegno di ogni giorno».

La Caritas delle Valli vuole raccogliere questa sfida: «Quelli che meglio possono parlare ai giovani sono altri giovani – s’infiamma don Rafael -: sarebbe importante che nel progetto “Giovanifuturo” ragazzi – magari già alla fine del ciclo di studi o con esperienze di primo impiego – si facessero portavoce verso altri ragazzi un po’ più giovani, consigliandoli e aiutandoli. Sicuramente la loro testimonianza sarebbe più efficace della nostra!» E vista anche l’esperienza della Caritas «Chi è stato aiutato – interviene Clot -, una volta superati i suoi problemi, spesso cerca di restituire il bene ricevuto, dandoci una mano: in un domani magari i ragazzi assistiti da “Giovanifuturo” potranno aiutare altri giovani come loro». D’altronde «L’idea di partenza del progetto – conclude don Rafael – non è di fare assistenzialismo, la prospettiva va capovolta: si tratta di dare linfa a quei giovani il cui entusiasmo e la cui voglia di vivere restituirà a noi adulti, sempre così pronti solo a vedere il male del mondo, la speranza nel domani!»

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