Da lunedì 27 gennaio a venerdì 7 febbraio a Pinerolo il salone a piano terra dell’Istituto Maria Immacolata (viale Rimembranza, 86) ospiterà la mostra “In fuga da Nazareth. Profughi di ieri e di oggi”, a cura dell’associazione culturale “Midrash” (www.associazionemidrash.it) dei Frati Minori Cappuccini, ed esposta per la seconda volta in Piemonte dopo l’evento inaugurale nello scorso mese di dicembre nel Museo Diocesano di Torino. La conferenza stampa di presentazione ufficiale della mostra è in programma martedì 28 gennaio alle 17 nel salone dell’IMI: sarà moderata da Patrizio Righero (direttore dell’Ufficio diocesano Comunicazioni Sociali e di “Vita Diocesana Pinerolese”), con interventi musicali, alla presenza del vescovo Derio Olivero, dell’artista e dei curatori. La mostra sarà liberamente aperta al pubblico dal lunedì al venerdì (dalle ore 16:30 alle 19).

L’esposizione raccoglie le opere pittoriche di Massimiliano Ungarelli, volte a denunciare il dramma umano delle migrazioni, vecchie e nuove, e volutamente ispirate a fotografie reali dal forte impatto emotivo. Spiegano i curatori: «Denunciare il dramma umanitario dei profughi in atto in tutto il mondo è l’intento della mostra. L’idea della mostra nasce durante il periodo di Avvento dopo mesi di dibattiti politici infiniti, che continuano tuttora, sulla tragedia dei profughi trattati come un fastidio, una seccatura, persone che emigrano quasi solo per disturbarci o peggio, per mettere in pericolo la nostra serenità e la nostra sicurezza, colpevoli in realtà di far emergere tutta la nostra miseria umana. Lasciare morire vite umane in mare e perseguitare chi si adopera per salvarle è diventato purtroppo accettabile. Siamo passati da un’indifferenza passiva ad un’azione colpevole dell’intero opulento Occidente».

Senza dimenticare le significative motivazioni bibliche: «Trascuriamo, noi cristiani, che Dio stesso fu profugo come ci racconta la Bibbia: Gesù, il figlio di Dio, fu salvato dai genitori che si rifugiarono in Egitto per sfuggire alla furia omicida del re Erode. Così, Giuseppe, Maria e Gesù stesso divennero di fatto scarto, i profughi più famosi della storia umana. La loro non fu una scelta facile, come quella di qualunque profugo al mondo. Abbandonare la propria terra comporta perdere tutto, diventare poveri, perdere riferimenti culturali, ogni certezza, dalla propria lingua di origine, alla casa, i suoni e gli odori di cui ci si è nutriti. Solo la speranza di sopravvivere ad una morte certa, può spingerci a tanto e fu così per la famiglia di Nazareth ed è così per tutte quelle famiglie che tuttora fuggono dalla propria terra. I quadri della mostra, ad eccezione del primo, che ha dato origine all’intera produzione, sono tratti volutamente da foto vere, sono persone reali, veri profughi, perseguitati e poveri del nostro tempo, veri padri e madri che si accompagnano sempre con i propri figli, l’unica vera ricchezza che possiedono, anche quando questi sono assenti. La fuga per la vita, la fuga in Egitto da Nazareth si ripete tragicamente ogni giorno e sono i profughi a rievocarla in un amaro presepe. Tutto era già scritto, bisognava solo saperlo leggere, è stata questa l’intuizione, che ha spinto a riprodurre tale e quale il tragico presepe dei nostri tempi, mostrando, nonostante tutto, la forza e la bellezza della dignità umana, la sacralità della vita, perché nonostante la povertà e il male, rimaniamo sempre “figli di Re”».

E queste riflessioni non possono che aver avuto un fondamentale riflesso sulla realizzazione materiale dell’esposizione: «Il merito, se ha un merito la mostra, è di essersi sviluppata concettualmente su due aspetti fondamentali: lo scarto e la povertà. Da ciò che oggi il pensiero comune considera scarto e povertà è nato Dio, ricordiamolo. Per queste ragioni, tecnicamente, sono stati scelti, come materiale di supporto, dei pannelli assemblati utilizzando lo scarto di falegnameria che deriva dalla lavorazione industriale del legno ed una tecnica pittorica povera, che utilizza semplici matite, carboncini, pastelli, terre naturali, tempera bianca e per i fondi, della vernice ebanistica. Le cornici sono costituite da naturali assi di legno e a volte neanche squadrati bene perché svirgolati, insomma materiale semplice e povero. Il tentativo è la volontà di avvalorare il tema che da scarto e povertà può nascere ugualmente bellezza, fuori dai canoni imposti dalla pubblicità (e non solo). Bellezza imperfetta come la superficie ferita dei pannelli utilizzati che, grazie alla loro imperfezione, sono resi unici e irripetibili, perfetta incarnazione metaforica di cos’è realmente la vita, di cos’è l’uomo e l’intera umanità».

Vincenzo Parisi