17 Agosto 2026
Per non dimenticare il Massacro di Aigues-Mortes del 17 agosto 1893
Agosto è un mese apparentemente perso nel caldo estivo ma che dovrebbe essere oggetto, invece, di grande attenzione, con i suoi anniversari, per chi non voglia perdere il filo della storia, quella vera, non ricostruita, ideologizzata e polarizzata, sminuzzata e per il ricordo del sacrificio di uomini e donne innocenti. Per la storia più recente c’è l’eccidio nazifascista di Sant’Anna di Stazzema del 12 agosto 1944, la strage neofascista di Bologna del 2 agosto 1980, la Strage di Vergarolla, primo attentato dell’epoca repubblicana, con i sospetti sui comunisti titini, del 18 agosto 1946: valgono le parole del cantautore Simone Cristicchi: «non è un’offesa che cede al rancore/ non è un a ferita da rimarginare/ è l’undicesimo comandamento/ “non dimenticare”» (No dimenticare, in Magazzino 18, ed. Mondadori).
Seguendo questo filo ideale e andando un po’ più indietro, a pochi decenni dopo l’unità d’Italia che vide impegnati i piemontesi, non si può non ricordare il Massacro di Aigues-Mortes del 17 agosto 1893: da dove partire se non da uno dei pochi ricordi esistenti, la targa apposta nel 2017 in Piazza Vittorio Veneto, sulla facciata del Teatro Sociale, dedicata ad una delle vittime brutalmente assassinate, il ventinovenne Luca Vittorio Giuseppe Caffaro e dove appare la seguente motivazione: «quando a morire per il lavoro eravamo noi». Tra agosto e settembre la cittadina nel sud della Francia che ha dato il nome ad un evento così tragico vedeva l’arrivo di centinaia di stagionali destinati alla vendemmia e, soprattutto, alle saline con una scarsa presenza di un apparato di sicurezza a fronte di un numero così elevato di lavoratori tra ardechois (dal dipartimento di Ardèche), tramards (lavoratori nomadi) e piémos (piemontesi, anche se la parte italiana proveniva anche da altre zone come la Toscana, tanto che i capi squadra erano soprattutto piemontesi e toscani). Quello nelle saline era un lavoro che avveniva in condizioni a dir poco estreme e di isolamento con alcune attività più faticose e a rischio, come con il maltempo, pagate di più ma a cottimo con una prevalenza, per queste di italiani. Fin da 16 agosto pare che ci fosse tensione tra trimards e piémos in particolare nella salina della Fangouse, dove i secondi erano in maggioranza, con primi screzi, scontri e feriti per cui i gendarmi giunti fecero arresti, tra cui l’unico italiano che poi andò a processo, Giovanni Giordano. I trimards raggiunto Aigues- Mortes diffusero la voce della morte di francesi per mano italiana: già nel pomeriggio gli italiani presenti presso il panificio, davanti a cui avveniva la distribuzione dello stipendio, furono assaliti e assediati: le forze messe insieme dal sindaco per sedare la rivolta riuscirono a fatica verso sera ad avere la meglio ma al mattino del 17 agosto di fronte alla rivolta che riprendeva vigore il prefetto di Gard richiese l’intervento dell’esercito, intanto il sindaco non riuscì a far scortare tutti gli italiani alla stazione e l’assalto verso le saline che era partito dal paese fu limitato con la promessa della cacciata di questi. Il richiamo dei tamburi di pericolo per la comunità radunarono un secondo gruppo di rivoltosi che uscirono armati dalle case e si diressero fuori le mura verso la Fangouse dove impattarono contro gli italiani che stavano andando verso la stazione e rimasero così presi in mezzo: iniziò così la caccia all’italiano che nessuna autorità presente fu in grado di fermare: a mezzogiorno i trentotto italiani rimasti furono radunati nella torre di Costanza in paese, alle ore 18 l’arrivo dell’esercito permise la loro partenza verso Nimes e Marsiglia: alla fine ci furono, secondo le fonti più accreditate dieci morti ed un centinaio di feriti piémos. Vale la pena di rileggere alcune considerazioni e testimonianze di questa caccia all’italiano con richiesta di rimandarli a casa loro. Innanzitutto il giornalista Gian Antonio Stella che sottolinea una dimensione politica dell’accaduto: «Che cosa fu Maurice Terras, il primo cittadino del paese, se non un “sindaco-sceriffo” che cercò non di calmare gli animi ma di cavalcare le proteste xenofobe dei manovali francesi contro gli “intrusi” italiani? Rileggiamo il suo primo comunicato affisso sui muri dopo avere ottenuto che i padroni delle saline, sotto il crescente rumoreggiare della folla, licenziassero gli immigrati: “il Sindaco della città di Aigues-Mortes ha l’onore di portare a conoscenza dei suoi amministrati che la Compagnia ha privato di lavoro le persone di nazionalità italiana e che da domani i vari cantieri saranno aperti agli operai che si presenteranno. Il sindaco invita la popolazione alla calma e al mantenimento dell’ordine. Ogni disordine deve infatti cessare, dopo la decisione della Compagnia” (Prefazione, in Enzo Barnabà, Morte agli italiani! Il massacro di Aigues-Mortes, 1893, Infinito edizioni)». Di tutt’altro spessore e umanità la testimonianza del parroco don Mauger, accusato di difendere gli italiani, apparsa a inizio settembre dello stesso anno: «la mia condotta in queste deplorevoli circostanze è stata quella del prete che non distingue né nazionalità, né lingue differenti. Da lungo tempo protettore degli italiani che abitano nella mia parrocchia, io mi sono consacrato a proteggerli. Ho assistito a parecchie di queste scene che la penna ricusa di descrivere; ho potuto molte volte dominare gli odii e le collere con pericolo della mia vita. Ho potuto dare i soccorsi spirituali ai morenti. Ho fatto trasferire i feriti in luogo sicuro …» (in Barnabà, cit.).
Insomma passando davanti alla targa dedicata a Luca, la vittima pinerolese di questa follia, dilagata in una comunità dove l’incendio è stato acceso da quello che Alcide De Gasperi definì dopo la distruzione della seconda guerra mondiale “nazionalismo esacerbato” non solo va tenuto ben a mente il valore del sogno europeo per le patrie ma l’umanità stessa inscindibile da esse: «io non ho un nome ma potrei averne tremila. Come gli italiani che ancora oggi vivono in Istria, a Pola e a Fiume. /Io non ho un nome, ma potrei averne milioni. /Come i profughi di tutto il mondo, costretti a lasciare la propria terra per sfuggire alla povertà, all’odio, alla guerra» (Cristicchi).
C’è da notare che al processo ad Argouleme nessun francese accusato fu condannato!
Giancarlo Chiapello




La targa andrebbe corretta. Vittorio Caffaro fu aggredito il 17 agosto 1893, ma morì il 17 settembre, “dopo un mese di atroci sofferenze” causate dal tetano.