17 novembre 2015

Silvano Trucco, già direttore generale di Bene Banca, è oggi portavoce del comitato “Svegliamoci Bene”. Un comitato nato per difendere tutti i soci dell’Istituto che, solo nel pinerolese, sono più di 200. Ma difendere da cosa? La vicenda che vede coinvolta questa banca di credito cooperativo è emblematica e complessa e richiede di fare qualche passo indietro. Abbiamo chiesto a Trucco di aiutarci a delineare il quadro della situazione.

Quando e come è arrivata a Pinerolo BeneBanca?

Nel 2010 Bene Banca è approdata a Pinerolo, ultima delle venti filiali ad essere inaugurata.

La banca di credito cooperativo benese è nata nel 1897 ed ha sempre operato a Bene Vagienna fino al 1986, anno in cui ha aperto uno sportello stagionale a Narzole, nel periodo della vendemmia.

Poi nel 1990 è approdata a Fossano e poi via via al ritmo di quasi una filiale all’anno è arrivata a 20 sportelli. Storia pluricentenaria, di una banca del territorio per eccellenza.

Che cosa è il comitato “SvegliamociBene” che lei rappresenta per l’area pinerolese?

In seguito all’esplosione a livello mediatico dello scandalo del deposito milionario acceso ad opera del Commissario presso la Banca Popolare di Vicenza, alcuni soci della banca hanno dato spontaneamente vita ad un comitato con la precipua finalità di difendere tutti i soci da soprusi e comportamenti “contra legem”, posti in essere ai danni della compagine sociale, in primis dall’emissario di Bankitalia, che ha operato in palese conflitto di interesse invece di tutelare quelli della comunità e della compagine sociale.

E i soldi di Bene Banca sono finiti a Vicenza. Come è successo?

Con possibile violazione della norma sul conflitto di interesse, il commissario Duso, al contempo anche amministratore delegato della Marzotto SIM SpA, controllata al 9,8% dalla Popolare di Vicenza, ha deciso di depositare ingenti somme su di un rapporto di conto corrente all’uopo aperto dallo stesso Duso a 370 km da Bene Vagienna, in barba ai vincoli di territorialità che gravano sulle bcc.

Ma tale deposito, per espressa dichiarazione dei nuovi vertici della Banca, ha assunto la somma elevatissima di 38 milioni, addirittura superiore al 25% del patrimonio della banca stessa e come tale passibile di obbligo di segnalazione alla banca d’Italia.

Proprio da tale obbligo di segnalazione è emersa la citata posizione, dubbia al punto da venire denunciata dall’ex presidente a marzo 2015, fattispecie che ha dato il via ad inchieste giornalistiche e fatto balzare agli onori della cronaca la piccola banca di Bene Vagienna, ben prima dello scoppio del bubbone “prezzo gonfiato” delle azioni della Vicentina, fatto che ha catalizzato l’attenzione dei media data la portata dello scandalo, visto che ben 117.000 azionisti si sono visti ridurre in poche ore il valore del loro pacchetto azionario e con possibilità di ulteriori perdite data la necessità di un aumento di capitale di 1,5 miliardi di euro per garantire alla Popolare di rispettare i ratios patrimoniali imposti dalla vigente normativa e continuare ad operare.

Che ruolo svolge in questa vicenda la Banca d’Italia?

Banca d’Italia è l’Authority sul credito, ha compiti di vigilanza sulle banche per garantire la stabilità del sistema e gli interessi dei risparmiatori. Spesso e volentieri è criticata, per la scarsa trasparenza nelle proprie iniziative, che paiono più orientate a favorire banchieri amici a scapito di altri, con l’adozione di più pesi e più misure. Nella stragrande maggioranza dei Paesi europei la Banca centrale è pubblica, controllata dagli Stati, mentre in Italia ha funzioni di pubblico interesse, ma è di fatto privata, in quanto controllata dalle banche private.

Quindi i controllati detengono il capitale dei controllori e ne condizionano le scelte?

Difficile dare una risposta precisa, ma a ben vedere parrebbe proprio di sì. Pugno di ferro con i deboli e tolleranza con i forti, o meglio con chi partecipa al loro capitale. Non si spiegano altrimenti i mancati commissariamenti di Banca Monte dei Paschi, di Banca Carige e da ultimo della Banca Popolare di Vicenza, vicende caratterizzate da scandali di portata internazionale, con miliardi di euro dei soci di tali istituti letteralmente polverizzati da gestioni poco oculate, ma tollerate dalla Vigilanza.

Ma con i piccoli protervia ed azioni pesantissime come nel caso della Bene Banca, bcc della provincia di Cuneo con i conti in ordine, ma pur sempre commissariata non per problematiche patrimoniali, ma di governance legate a litigi e dissenso tra CdA e Collegio Sindacale. Pur sempre la prima Banca in Piemonte ad essere commissariata, ma anche il caso di amministrazione straordinaria più veloce della storia bancaria italiana, dal 1936 ad oggi.

Quale futuro per le banche di credito cooperativo?

Il futuro è tutto da scrivere ma un progetto di riforma è allo studio di concerto tra MEF e Bankitalia.

Nel nome dello stare ai passi coi tempi, o di adeguarci alle innovazioni imposte dall’Europa, adesso si vuole eliminare un modello cooperativo di fare banca, che ha consentito a migliaia di soci delle bcc di partecipare attivamente alla vita sociale della propria Banca ove ogni socio aveva pari diritti essendo previsto il voto per testa e non per quota e soprattutto un tetto alla partecipazione azionaria (oggi di € 50.000).

Dunque, perché si vuole far sparire un modello ottimamente sperimentato in passato, volendo spogliare i cittadini della possibilità di decidere il futuro delle banche alle quali consegnare in custodia i propri sudati risparmi, privilegiando la logica del profitto e consegnare ai poteri capitalistici di pochi eletti la gestione futura dell’ultimo caso di public company nel credito?

A morte la Banca del Popolo, tanto voluta dai nostri avi, e lunga vita al re denaro di pochi potenti.

Così sembra impostata la riforma del credito cooperativo e l’estinzione della banca dei cittadini.

 

P.R.

Bene-Banca-Pinerolo