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Il Pronto Soccorso di Pinerolo, una porta sempre aperta. Parla la primaria Marina Civita

Il Pronto Soccorso di Pinerolo, una porta sempre aperta. Parla la primaria Marina Civita

Un martedì mattina qualunque nel pronto soccorso dell’ospedale Agnelli di Pinerolo. Alcuni pazienti seduti in corridoio attendono il loro turno, ciascuno con il proprio dolore e la propria preoccupazione. Quasi nessuno indossa la mascherina. A consegnarla, con l’invito a indossarla («Il covid c’è ancora!»), è la primaria Marina Civita. Lavora in Pronto Soccorso dal 2000. «Nel frattempo – racconta – ho avuto un po’ di bambini piccoli e quindi i turni sono stati un problema, però penso che questo sia il lavoro più bello del mondo, anche se tanto stancante. Avere la possibilità di stare vicino alle persone in un momento di paura e di fragilità massima (anche la fine della vita) offre la possibilità di arricchirsi profondamente nell’animo. Quindi per sempre sarò grata a questo lavoro perché mi dà la possibilità di capire quali sono le cose importanti della vita: l’amicizia, la famiglia e l’amore». Per lei la nomina a primario arriva con la pandemia: «il mio primario è andato via il 20 febbraio del 2020. Il 21 avevamo i primi casi di covid, quindi sono stata “incoronata”!»

Oggi, nella struttura ospedaliera, si vede il risultato del suo lavoro di riorganizzazione: «Il Pronto Soccorso di Pinerolo ha la caratteristica di avere solo medici urgentisti (19 unità) dedicati all’attività h 24 e un reparto di medicina d’urgenza con quattro letti di subintensiva e sei letti di osservazione breve intensiva (una pre-rianimazione) per i malati critici. I medici (soprattutto i medici d’urgenza giovani) cercano questo tipo di soluzione: che non ci sia soltanto il Pronto Soccorso, ma che ci sia anche il reparto, proprio per occuparsi di quei pazienti che sono tipici dell’urgenza».

A proposito di urgenza, una delle questioni sempre calde è quella dei tempi di attesa. «In pronto soccorso – Prosegue Civita – arrivano sempre più pazienti, anche perché è un po’ il faro della sanità, cioè il posto dove un cittadino può rivolgersi per qualsiasi problema di salute e trovare la porta sempre aperta, anche se non si tratta propriamente di una patologia urgente. Per far fronte a questi casi abbiamo attivato, per le “mono patologie”, percorsi rapidi con l’otorino, l’oculista e l’ortopedico. I codici minori sono gestiti da neolaureati o dai nostri specializzandi. In questo modo i medici d’urgenza possono concentrarsi sulle patologie maggiori, quindi il codice azzurro, arancione e rosso (quello che entra subito). Il codice arancione dovrebbe entrare in 15 minuti e quello azzurro in 60 minuti. Ovviamente è un po’ utopistico riuscire a stare in questi tempi sia per il numero di pazienti (tanti), sia per la quantità di medici (pochi) e per il limitato spazio che abbiamo a disposizione. Grazie alla riorganizzazione riusciamo, tuttavia, a rispettare abbastanza questi tempi: la media di attesa sui codici arancioni è di 13 minuti e sugli azzurri di 76 minuti».

Il pronto soccorso intercetta non solo le urgenze, ma sempre più tutta una gamma di disagi anche sociali. «Si danno tutte le risposte possibili ai bisogni di salute dei cittadini: dalle violenze di genere, che sono in aumento, ai disagi degli anziani e delle persone fragili anche dal punto di vista economico, dalla povertà alla solitudine. Poi ci sono le patologie neuropsichiatriche in netto aumento dopo il covid».

La grande quantità di RSA sul territorio costituisce una risorsa ma, spesso, anche un problema: «ne traiamo beneficio sui pazienti, per esempio, socio assistenziali in quanto nel giro di 24 ore riusciamo a trovare un percorso adatto a loro. D’altro canto molte case di riposo, dove di notte magari ci sono solo OSS, spesso portano qui i loro ospiti all’insorgere del minimo problema. Credo che nel futuro si debba investire in termini di comunicazione tra ospedali e territorio. Prima del Covid avevamo già fatto un’analisi sulle strutture rilevando una quota di invio inappropriata. Occorrerebbe, innanzitutto, razionalizzare il modulo di invio in maniera da avere un modulo unico per tutte le strutture, dove ci sia un riassunto sintetico perché spesso alle 4 del mattino non è così facile leggersi tutta la storia clinica di un paziente ultranovantenne che ne ha viste di tutti i colori!»

Il pronto soccorso di Pinerolo ha un’altra caratteristica: l’alta percentuale di donne impegnate. «Abbiamo 14 donne su 19 medici totali. Da parte dei maschi c’è grande disponibilità, anche a coprire turni. Essendoci molte donne giovani spesso ci sono delle maternità che implicano lunghe assenze, ma molte delle sostituzioni sono poi rimaste con noi.

Dobbiamo aggiungere che il Pronto Soccorso sottrae molto tempo alla famiglia, anche nei giorni festivi.

La mia esperienza di direttore la posso riassumere con l’inizio burrascoso della pandemia che mi ha fatto stare qui praticamente h24. Ma abbiamo fatto sempre tutto insieme. Certo la mia vita è dedicata al mio personale. Io ho tre figli e quindi sposo la causa di avere dei figli, sono molto contenta di questo e so che non sarei la stessa persona se non avessi avuto questi tre figli che a volte mi rimproverano dicendo che i medici e gli infermieri del Pronto Soccorso per me sono più importanti di loro!»

Fiore all’occhiello del dipartimento di emergenza è il centro di formazione. «Lo gestiamo perlopiù noi direttamente – conclude la primaria –. Abbiamo un’offerta formativa molto importante: giovani specializzandi vengono qui da tutta Italia. In questo momento chi vuole venire da noi ha un’attesa di 2 anni e mezzo».

Tutte queste peculiarità fanno del Pronto Soccorso di Pinerolo un’eccellenza da difendere e tutelare. Per la salute e il benessere di tutti.

Cristina Menghini

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