7 marzo 2016

«Mi ritrovo una figliola femmina con altri tre maschi, e questa femmina, come è piaciuto a Dio, havendola drizzata nella professione di pittura, in tre anni si è talmente praticata, che posso ardir di dire che hoggi non ci sia pari a lei, avendo per sin adesso fatte opere, che forse principali maestri di questa professione non arrivano al suo sapere…».

Così scriveva Orazio Lomi Gentileschi alla granduchessa di Toscana nel 1612 descrivendole le qualità artistiche della figlia Artemisia, vissuta tra il 1593 e il 1653-54.

Se nel 1611, all’età di 17 anni, fu segnata dallo scandalo legato allo stupro per mano di Agostino Tassi, con cui il padre della pittrice collaborava per la decorazione a fresco delle volte del Casino delle Rose nel Palazzo Pallavicini Rospigliosi di Roma, fu probabilmente più famosa in vita per le sue capacità artistiche, che non in epoca moderna, non essendo menzionata dalla critica se non in relazione al padre o alla violenza subita.

Sicuramente un’indole fuori dal comune la portò per affari a viaggiare in Italia e non solo. Da Roma a Firenze. Da Genova a Venezia; da Napoli all’Inghilterra di Carlo I.

A Firenze fu la prima donna ad essere stata accettata presso l’Accademia del Disegno all’età di soli 23 anni, versando il 19 luglio 1616 i 4 scudi che inserivano il suo nome “ad vitam” alla pagina 54 dei registri della più preziosa società di artisti. L’importanza di tale evento faceva sì che da quel momento in poi le fossero riconosciuti la professione e lo status sociale con il quale non dipendeva né dalla potestà del padre, né tantomeno da quella del marito (Pier Antonio Stiattesi, dal quale si separò dopo aver messo alla luce due figlie). Nei registri di censimento figurava ormai come «padrona di casa, Artemisia Gentileschi pittrice».

Anche in termini di mercato, raggiunse un riconoscimento senza precedenti nell’ambito della pittura femminile. Godette della protezione e dell’amicizia di personaggi influenti, a cominciare dal Granduca Cosimo II de’ Medici e dalla granduchessa madre Cristina. Conobbe Galileo Galilei con il quale rimase in contatto epistolare (il fatto che una donna sapesse leggere e scrivere nel XVII secolo, pur non appartenendo al mondo aristocratico, costituisce un’eccezione) anche in seguito al suo periodo fiorentino. Suo grande estimatore fu Michelangelo Buonarroti il giovane (nipote dell’artista autore della volta della Sistina). Fu amica di Cassiano dal Pozzo, grande umanista e mentore delle belle arti e godette della stima del viceré di Napoli duca d’Alcalà.

Arrivò perfino a conquistarsi le commissioni dei grandi cicli che, appartenendo ai generi alti della pittura (quella di soggetto storico e religioso), erano di dominio esclusivamente maschile. Ricordiamo a tal proposito le tele dedicate alla “Vita di san Gennaro” per la cattedrale di Pozzuoli.

Tante sono le opere firmate dalla Gentileschi: dalla “Susanna e i vecchioni”, alla famosa raffigurazione di “Giuditta che decapita Oloferne” del 1612-13 oggi alla Galleria degli Uffizi di Firenze (una seconda versione si trova a Capodimonte). Dalla “Lucrezia” al celebre “Autoritratto come allegoria della pittura” di Londra, il cui soggetto richiama fortemente la consapevolezza della sua professione. Ancora la “Cleopatra” del 1620 che Vittorio Sgarbi descrive come un’opera il cui «realismo è assoluto, imminente, senza nessuna concessione lirica o intimistica […] Noi di questa Cleopatra – esposta fino al 14 marzo al Castello di Miradolo nella mostra “Caravaggio e il suo tempo” e curata dallo stesso Sgarbi – sentiamo gli odori, il sudore, la puzza».

Sicuramente le eroine della storia, sante o divinità che fossero, sono state tra i soggetti prediletti da Artemisia, ma ciò che tecnicamente emerge da queste composizioni artistiche sono l’abile disegno, la raffinatezza tanto negli impasti dei colori, quanto nella resa della trasparenza. L’uso sapiente di una luce di matrice caravaggesca. Le sue raffigurazioni non si preoccupano di imitare i grandi maestri. Partono da una tecnica il cui sapore è paterno, per poi staccarsene, divenendo elaborazioni personali del suo modo di concepire la realtà, di interpretare le sue tele e i suoi personaggi come un campo d’azione attivo, non statico, ma vibrante.

Roberto Longhi la definì nel 1916 «L’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialità» paragonandola al fiammingo Vermeer. Per Elisabeth Cropper, Artemisia aveva «un animo di Cesare nell’animo di una donna». Se agli occhi dei suoi contemporanei poteva essere considerata alla stregua di un’amazzone, ai nostri altro non è che una figlia, moglie, madre e lavoratrice che lottò tutta la vita per una passione e per mantenere da sola la sua famiglia. Lei Artemisia Gentileschi. Lei pittrice e donna moderna nell’Italia del Seicento.

Cinzia Pastore

Artemisia Gentileschi, Cleopatra- Collezione privata