In questa intervista esclusiva a Vita Diocesana il Presidente del Comitato Olimpico Nazionale, Giovanni Malagò,  racconta emozioni e progetti dello sport italiano olimpico e non: dall’inclusione alle pari opportunità.

Il presidente del CONI, Giovanni Malagò

 

Nei Giochi Olimpici di Tokyo 2020 (disputati nel 2021 per via del Covid) la spedizione italiana ha raccolto grandi soddisfazioni, frutto della passione ma anche della programmazione messa in piedi dal nostro Comitato Olimpico. Ma per il mondo dello sport, la parentesi olimpica è solo una (bella) tappa di un lavoro quotidiano, come ha raccontato in esclusiva a Vita Diocesana il presidente del CONI, Giovanni Malagò.

Presidente, siamo a quasi un anno dalle grandi imprese dei nostri atleti ai giochi olimpici e paralimpici di Tokyo, dopo la giustificata euforia qual è il bilancio che avete tracciato?

Una stagione fantastica, dai contenuti eccezionali: lo certifica il secondo posto dietro agli Stati Uniti per numero di podi conseguiti ai Giochi Olimpici, ai Mondiali e nelle manifestazioni continentali, limpida sintesi del livello di competitività del nostro movimento. Un grande risultato che ha premiato la tradizione e il talento che fanno parte del nostro DNA e il grande gioco di squadra tra la Preparazione Olimpica del CONI e le Federazioni. Il bilancio è strepitoso ma dobbiamo continuare a lavorare: ogni traguardo è sempre un nuovo punto di partenza.

Si aspettava, viste le difficoltà dovute alla pandemia e dei vari problemi in ambito sportivo che il nostro paese ha attraversato negli ultimi anni, un tale successo?

Credo in realtà che le scelte adottate durante la pandemia, di concerto con il Governo, abbiano rivestito un ruolo decisivo nell’ambito della marcia di avvicinamento ai Giochi Olimpici. Le decisioni assunte hanno permesso alle atlete e agli atleti di non interrompere la preparazione, pur nel rispetto delle prescrizioni, e questo ha influito positivamente. Alla vigilia di Tokyo 2020 avevo previsto sorprese anche per questo motivo.

Ci sono sport che hanno compiuto incredibili exploit, altri hanno raccolto meno di quanto ci si aspettasse. Ci traccia anche qui un bilancio?

Il bilancio è estremamente positivo e ha confermato la grande vocazione multidisciplinare del movimento. Non abbiamo lasciato indietro nessuno, sviluppando un percorso in senso orizzontale, che ha portato sul podio venti sport diversi a Tokio. È il messaggio più bello, che rende il senso dell’impegno profuso in modo capillare. È naturale, se scendiamo nel particolare, che esistano ricambi generazionali e annate meno propizie in qualche ambito o che si possa raccogliere meno di quanto seminato. È una logica da accettare, che offre spunti costanti per migliorare.

Quali sono i momenti o le medaglie più belle che l’hanno fatta saltare dalla sedia? Una olimpica e una paralimpica…

Sarebbe riduttivo stilare una classifica, perché ogni podio ci ha regalato una gioia speciale. Non posso però dimenticare il momento indimenticabile vissuto grazie ai due storici ori conquistati in 13 minuti dall’atletica con Gianmarco Tamberi e Marcell Jacobs. Un’emozione infinita, considerando lo spessore e il significato di quei successi. Una pagina indelebile che ha trainato tutta l’Italia Team verso il record di medaglie ai Giochi. Le Paralimpiadi le ho vissute da tifoso: sicuramente la tripletta tricolore nei 100 metri femminili – firmata da Sabatini, Caironi e Contraffatto – ha assunto contorni magici.

Il CONI sta facendo un ottimo lavoro dal punto di vista dell’inclusione: quali step avete sostenuto e quali altri porterete avanti?

Lo sport, la sua diffusione a ogni livello, è la declinazione di tutte le azioni sviluppate, al di là della competenza nell’alto livello e dell’impegno profuso nel raggiungimento dei risultati di vertice. Negli anni abbiamo intrapreso percorsi sinergici con diversi attori istituzionali proprio per favorire inclusione e integrazione. Il nostro mondo, per i valori che incarna ed esprime, è un vettore formidabile per favorire molti processi sociali.

Dove si pone il nostro paese con le nuove frontiere del professionismo? Ci dà un suo pensiero sulle pari opportunità nello sport?

Siamo in prima linea da sempre sul fronte delle pari opportunità, lo dimostrano le decisioni assunte, come l’introduzione della quota del 30% di genere diverso nella composizione dei Consigli Federali, oltre a una serie di decisioni assunte nel solco di questo principio. Per quanto riguarda il professionismo, faccio i complimenti alla FIGC per aver saputo cogliere l’opportunità, ma esiste un problema: i fondi stanziati non sono sufficienti neppure per la prima stagione e dunque tutto va a carico delle società. Il discorso deve essere affrontato in profondità, investe ambiti legati alla sostenibilità del fenomeno, anche sotto il profilo giuslavoristico, considerando che parliamo di una fattispecie regolata da una legge del 1981 da revisionare: è un’esigenza che riguarda l’intero sistema, non è solo un problema di genere. Come CONI possiamo esercitare “moral suasion” ma non abbiamo il potere di legiferare.

Qual è il rapporto tra il CONI e le federazioni di sport non ancora in orbita olimpica come ad esempio bocce (popolari nel nostro territorio), pattinaggio a rotelle, hockey a rotelle/in-line?

La forza del CONI, come ricordavo precedentemente, insiste proprio nel saper valorizzare ogni declinazione del movimento. Riconosciamo 371 discipline e credo che il numero dica tutto relativamente alle politiche adottate e alla filosofia che ispira ogni decisione. C’è grande rispetto e considerazione nei confronti di ogni sport, nell’interesse della loro diffusione che rappresenta un motivo di orgoglio per un mondo che è una risorsa fondamentale per lo sviluppo e la crescita del Paese.

STEFANO GENTILE

Nel video seguente, il saluto di Malagò ai lettori di Vita: