Nel 2018 ad aggiudicarsi il prestigioso Premio Giovedì Scienza per giovani ricercatori è stata la torinese Serena Aneli. Laureata in Biologia Molecolare e Cellulare, Serena ha iniziato il dottorato in Scienze Biomediche e Oncologia presso l’Università di Torino e la fondazione IIGM (Italian Institute for Genomic Medicine), specializzandosi in bioinformatica applicata a dati di genetica di popolazioni e dati clinici. Nell’ambito di un progetto che prevede lo studio della variabilità genetica della popolazione italiana, ha poi cominciato a collaborare con il gruppo di genetica evolutiva umana dell’Università di Oxford. Il prossimo 11 aprile, su invito del CeSMAP, sarà a Pinerolo dove, nella biblioteca Civica Aliaudi, terrà la conferenza “Ci eravamo tanto amati” sul rapporto tra sapiens e neandertal.

Chi è Serena Aneli?

Una biologa molecolare e studentessa del dottorato di Genetica Umana all’Università di Torino. Da sempre sono appassionata di storia e di storie: quelle delle persone che hanno vissuto sul nostro pianeta, ma che non sono più qui da molto, a volte da moltissimo, tempo. Da alcuni corsi universitari ho imparato che era possibile ricostruire gli eventi del passato, semplicemente ascoltando ciò che i nostri antenati continuano a sussurrarci attraverso il loro DNA. Affascinatissima da questa possibilità, ho cominciato ad “ascoltare” e studiare alcune di queste storie, come quella del popolamento dell’Europa ed in particolar modo dell’Italia da circa 70.000 anni in poi, quella del nostro incontro con i Neandertal oppure quella della misteriosa origine del popolo Etrusco.

Che cosa è la bioinformatica applicata a dati di genetica di popolazioni?

Il problema (e il vantaggio) più grande, oggi, è l’analisi della sempre maggiore quantità di dati che le tecniche di biologia molecolare producono. Pensate che il nostro DNA è composto da 3 miliardi di lettere! Questa enorme mole di informazioni può essere analizzata solamente attraverso la bioinformatica, ovvero la scienza che si occupa di sviluppare metodi e software per tentare di dare ordine al caos degli organismi viventi.

Cosa racconta il nostro DNA circa la nostra uscita dall’Africa avvenuta trecentomila anni fa?

Una delle storie più interessanti sui nostri antenati riguarda le nostre origini africane. Le prove archeologiche e genetiche ci dicono, infatti, che siamo nati in Africa intorno a trecentomila anni fa e che, intorno a centomila anni fa, abbiamo iniziato a chiederci che cosa ci fosse al di là della linea dell’orizzonte, ci siamo armati di coraggio e siamo diventati migranti.

Qual è il grado di parentela tra noi, homo sapiens e i Neandertal? Come è stato documentato?

I Neandertal sono i discendenti dei nostri antenati, ma non siamo noi. Detto così sembrerebbe quasi un indovinello, eppure è la realtà. Noi, così come i Neandertal, deriviamo da una specie di ominidi che visse in Africa intorno a 700.000 anni fa. Una parte di loro rimase in Africa e da quel gruppo si originarono i Sapiens, i nostri antenati. Un altro gruppo, invece, uscì dall’Africa e si recò in Europa ed in Asia: dal gruppo europeo nacquero i Neandertal. Possiamo dire, quindi, che i Neandertal sono nostri cugini! Questa storia è frutto del lavoro di archeologi e antropologi che da molti anni studiano i resti fossili che questi ominidi ci hanno lasciato. Ma, da quando sono entrate in gioco la biologia molecolare e la genetica, la questione è diventata sempre più complessa. Quando i primi Sapiens, infatti, uscirono dall’Africa, incontrarono i Neandertal e si incrociarono con loro lasciando una traccia minima ma ancora oggi evidente nel nostro DNA. Questo fa di loro quindi, seppur per una piccola parte del nostro genoma, i nostri antenati.

È vero che i Neandertal si prendevano cura delle persone più deboli e malate? Come è testimoniato?

È vero! Ci sono moltissime testimonianze archeologiche e qui vi riporto la storia di uno di loro, Shanidar. Chiamato con il nome della grotta nel quale fu trovato, Shanidar era un Neandertal vissuto circa 50.000 anni fa nell’attuale Kurdistan. Il suo scheletro è una testimonianza incredibile dell’umanità dei Neandertal: Shanidar, infatti, era claudicante, non aveva un avambraccio, era sordo e orbo; eppure, aveva raggiunto la veneranda età di circa 40 anni. Questo è stato possibile solamente grazie all’aiuto dei suoi compagni che lo hanno aiutato a muoversi, a fuggire dai predatori e lo hanno nutrito.

Quindi i Neandertal non erano i “rozzi selvaggi” come si pensava?

Per lungo tempo hanno sofferto di una cattiva reputazione e di una serie di luoghi comuni che li volevano rozzi e selvaggi, mentre le scoperte archeologiche ci raccontano di una cultura complessa dalle mille sfaccettature. In sostanza, non erano sicuramente molto diversi dai Sapiens che incontrarono cinquantamila fa!

Cosa si è scoperto della cultura dei Neandertal?

Mezzo secolo di scoperte archeologiche hanno portato alla luce una serie di reperti incredibili che testimoniano l’esistenza del pensiero simbolico: tra i tanti mi piace sempre ricordare una collana di artigli d’aquila usata come ornamento. Ma i due comportamenti più “umani” sono la sepoltura dei morti, soprattutto nei Neandertal dell’ultimo periodo e, come dicevamo prima, la cura dei più deboli. Se non erano umani loro!

Esistono oggi i Neandertal?

La risposta più vicina alla verità è: non proprio. La storia dei Neandertal è una storia triste: a partire da trentamila anni fa i Neandertal scompaiono dal nostro pianeta. Molto probabilmente non è stato uno sterminio di massa perpetrato dai Sapiens, poiché si sarebbe tradotto, a livello archeologico, in una scomparsa dei fossili molto più improvvisa di quello che si osserva. Potrebbe invece essersi verificata una assimilazione degli ultimi Neandertal nei nuovi gruppi Sapiens. Solo questa sintesi tra le due culture ha permesso al Neandertal di sopravvivere ancora, non più come creatura libera sul pianeta, ma nel nostro DNA.

Cristina Menghini

 

 

Mercoledì 10 aprile alle ore 20.45, presso la Biblioteca Civica Alliaudi di Pinerolo, Serena Aneli terrà una conferenza sull’eredità genetica dell’uomo di Neandertal.
La manifestazione si colloca nel filone delle conferenze scientifiche del CeSMAP, Centro Studi e Museo d’Arte Preistorica – Museo Civico di Antropologia e Archeologia.