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Cultura  

Di cosa è ancora possibile parlare?

Di cosa è ancora possibile parlare?

I Libredì di Vita: parole in libertà all’ora dell’aperitivo

La pioggia estiva ha il potere di farmi ricordare che panta rei, tutto scorre. Tutto porta con sé la possibilità di cambiare, di diventare migliore, di crescere, di maturare. Anche un terreno sterile, come l’asfalto.

Si pensa troppo spesso che la vita sia qualcosa che cresce, invece è qualcosa che permane, fisso e indelebile. Ciò che muta è la forma, mai la sostanza. Ciò che cresce, si trasforma e invecchia è il nostro essere viventi, non il nostro essere umani. Ricordo con particolare interesse le lezioni di psicologia sociale quando si è portato l’esempio dell’esperimento Zimbardo. È curioso comprendere che il male, spesso, non è solo “banale” (come teorizzato da Hannah Arendt), ma è anche effetto del ruolo che rivestiamo.

Il male esiste ed è contagioso, ma spesso lo si relega a semplice “cosa che accade”, anziché scoprirlo come quell’ordinata dipendente dal nostro giudizio. E qui nasce un problema. Qual è il giusto giudizio? Che cosa mi dà la certezza di essere nel giusto? E se quel soggettivo giusto giudizio arreca del male all’altro, si potrà ancora qualificare come giusto? Il valore di giudizio si determina dai suoi frutti, non dalla sensatezza di ciò che li fa maturare. Oggi, ciò che infastidisce, cerne e il valore è stabilito da ciò che è meno faticoso, meno impegnativo e impegnato. Perché di impegni è piena l’agenda. Quello che serve è il disimpegno degli impegni.

Si pensa che gli spazi liberi rendano migliori le giornate grigie, perché è in quello spazio che ci sentiamo noi in un silenzio vacuo e ingannevole che fa pregustare la mela insinuandone il sapore. È un po’ come quando si portano i figli in un parco divertimenti con bar annesso: un luogo dove si può tenere tutto sotto controllo, comodamente seduti al tavolino. È anche vero che ci sono momenti nei quali si accusa di più il colpo (o i colpi) della vita e si ha un bisogno vitale di solitudine, di isolamento. Ciò che sorprende, è come, nonostante tutto, questo silenzio si riesca a trovare anche nei posti più caotici, basta che non venga intaccato lo spazio vitale personale.
Si impara a estraniarsi da ciò che affatica la mente non per mancanza di propensione a quell’attività, bensì per la consapevolezza dei limiti che ogni essere porta con sé. Si fa il possibile, l’impossibile lo si affida a chi ne è il Signore. Perché nessuno ci ha fornito il manuale di istruzioni della vita; essa si esplica da sé, ma spesso l’unica vera dimostrazione è quella per assurdo. Stile “Achille e la tartaruga”.

In questo periodo estivo, ho approfondito un autore che ho scoperto da poco: Viktor Frankl. Perché ogni volta che si pensa al dolore, ci si pone sempre la domanda da “un milione di dollari”: perché? È il per che cosa si vive, il per chi, che dà senso a ogni come, per richiamare un’affermazione di Nietzsche. Si vive in tanti piccoli “Buchenwald” mentali, torturati dai giudizi perentori degli altri, estenuati dalle pretese pretenziose di chi pensa di conoscerci nel profondo, affamati di fama e assettati di successo. Paghiamo cara la nostra libertà imprigionata dai dettami del mondo che esige perfezione e dona crudi giudizi. Per questo, si vive nel politicamente corretto del “dover dire”, del “dover fare”, del “dover essere” ciò che il mondo dice, fa ed è; anche se il fare, il dire e l’essere sono già forma della nostra sostanza. Per questo, spesso, ci si vergogna a parlare di significati, di valori e di dignità. E tutto questo è terrificante, perché è la radice di ogni totalitarismo che distrugge la libertà e la dignità d’essere di ogni individuo.

A ben ottant’anni di distanza, le domande di Frankl sono tuttora attuali: è dunque ancora possibile pronunciare queste parole senza problemi? Sono ancora parole valide? Non c’è stata fin troppa propaganda negativa, negli ultimi tempi, contro tutto ciò che esse significano o significavano?

Veritas filia temporis

Erica Gavazzi

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