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La festa come rivelazione: i sensi e il tempo nella vita cristiana. Concluso il corso di formazione promosso dalla diocesi di Pinerolo

La festa come rivelazione: i sensi e il tempo nella vita cristiana. Concluso il corso di formazione promosso dalla diocesi di Pinerolo

Si è conclusa giovedì 13 novembre la Formazione Teologica Culturale Permanente della Diocesi di Pinerolo che ha voluto dedicare quest’anno la sua riflessione al tema della festa, interrogandosi sul suo significato umano e cristiano. Due voci autorevoli – i professori Paolo Tomatis e Andrea Grillo – hanno offerto prospettive complementari: da una parte, la festa come luogo dei sensi, dall’altra la festa come tempo rivelativo di Dio. Ne emerge un quadro ricco, capace di parlare sia alla vita quotidiana sia alla liturgia, in un’epoca che rischia l’appiattimento del tempo e il consumo superficiale delle esperienze.

1. La festa e i sensi: la possibilità di un incontro (Paolo Tomatis)

Don Paolo Tomatis parte dalla constatazione concreta che oggi viviamo in un tempo nel quale si moltiplicano a dismisura le feste (giornate dedicate ad hoc), ma forse proprio per questo abbiamo perso la capacità di festeggiare. Dovremmo imparare a superare la doppia tentazione che, come Scilla e Cariddi, ci sbarra la strada: da un lato si rischia di cadere in una cultura del sentire, dove il godimento dei sensi è staccato dal “senso” e ci si disperde nella frivolezza del sensualismo e della trasgressione; dall’altro, quasi per opposizione, ci si arrocca in una cultura del “già sentito”, dove il senso è sì riconosciuto in modo tradizionalista e astratto, ma si è incapaci di usare i sensi per renderlo vivo e presente nell’esperienza.

Sembrerebbe quasi che oggi siamo destinati a dover decidere tra queste due alternative: i sensi senza il senso (evasione) e il senso senza i sensi (formalismo). Occorre invece, suggerisce Tomatis, una feconda e costante interazione: il senso deve toccare i sensi e solo così può essere recuperato.

L’invito del relatore consiste nel rivalutare un dato concreto e spesso trascurato: le feste coinvolgono i sensi. In un tempo segnato dall’astrazione digitale e dal rischio di una corporeità indebolita, la festa rappresenta un momento di ritorno al corpo, ai suoi ritmi, ai suoi linguaggi, alla sua capacità di percepire e riconoscere la realtà. La festa, afferma Tomatis, è azione e percezione, “iniziazione e tradizione”. Non è soltanto un intervallo di tempo libero, ma un’esperienza che riattiva la dimensione sensibile dell’esistenza.

In questo senso, la cultura cristiana ha ereditato dalla storia un approccio ambivalente: da una parte il cristianesimo è stato talvolta percepito come “nemico della festa” (Nietzsche definisce la festa cristiana “paganesimo per eccellenza”), soprattutto quando la festa degenerava in eccesso o si svuotava di senso; dall’altra, la liturgia cristiana è un’estetica della festa, un luogo in cui i sensi sono educati, orientati e restituiti alla loro pienezza spirituale (papa Francesco sottolineava che la comunità evangelizzatrice festeggia nella gioia).

Secondo Tomatis, la liturgia non reprime i sensi ma li purifica e li eleva, offrendo loro un orizzonte simbolico condiviso: l’udito che ascolta la Parola e il silenzio, l’olfatto che incontra gli incensi, il gusto e il tatto nella presentazione delle offerte e nell’Eucaristia, la vista che contempla i segni sacramentali a partire dai riti di introduzione. La festa cristiana non cancella la corporeità, ma la trasfigura, rendendola capace di partecipare alla rivelazione e facendo interagire significato e significanti.

Nella sua prospettiva risulta decisivo anche il rapporto tra festa e comunità. Una festa senza comunità è un consumo individuale; una comunità senza festa è una struttura funzionale e statica. La festa – nelle famiglie, nelle parrocchie, nelle città – può diventare luogo di evangelizzazione gioiosa anche oggi, in una società che alterna frenesia e disincanto. Bisogna infine non solo guardare alla festa, ma lasciarsi guardare da essa, in quella “sobria ebbrezza” che sa dire un di più attraverso segni elementari come cibo e bevanda, suono e musica, movimento e danza, che sono in fondo un’anticipazione del Regno escatologico rappresentato simbolicamente dalla Gerusalemme celeste dell’Apocalisse, proprio in forma comunitaria.


2. Il tempo festivo come rivelazione di Dio (Andrea Grillo)

Il prof. Grillo conclude il percorso teologico sulla festa partendo da una provocazione antropologica: il tempo “uniforme” dell’orologio è un’invenzione della modernità, che ci ha progressivamente abituati, dalla fine dell’Ottocento, a pensare il tempo in maniera esclusivamente binaria. Da un lato il tempo del lavoro, inteso individualisticamente come tempo “oggettivo” di rinuncia al proprio tempo; dall’altro il tempo delle vacanze, consumisticamente inteso come tempo che, utilizzando un linguaggio festivo, tenta invano di simulare le feste tradizionali, rivelandosi però un pericoloso surrogato.

Entrambi questi tempi “oggettivi” hanno in comune l’approccio individualistico, dove il soggetto presume di poter pianificare da sé il proprio tempo, dimenticando che il senso del tempo risiede nelle elementari esperienze antropologiche: la memoria del passato (racconti ascoltati), l’attenzione al presente, l’attesa promettente del futuro (compimento delle attese/desideri). Il senso originario del tempo è sempre un dono ricevuto dalla comunità e mai un’autodecisione isolata. La festa è il momento “straordinario” del tempo in cui, anche tramite le azioni simboliche del rito, si esprime il senso e la verità del tempo ordinario.

Se Aristotele definiva il tempo “misura del movimento secondo il prima e il poi”, e Agostino, pur riconoscendone l’indefinibilità (“se non me lo chiedi so cos’è, ma se me lo chiedi non lo so più”), lo interpretava come distensio animae, Grillo si pone la domanda radicale: che cosa significa entrare nel tempo?

Per Grillo, l’essere umano non entra nel tempo per natura, ma per cultura: “entriamo nel tempo mediante la parola”. La parola – umana e divina – è il luogo in cui il tempo prende forma, diventa racconto, promessa, compimento. In questa prospettiva, il racconto biblico della creazione mostra come la rivelazione del tempo festivo sia il culmine dell’opera divina: il sabato ebraico e la domenica cristiana sono il sigillo che consegna all’uomo un tempo diverso, qualitativamente altro, “l’unico tempo veramente umano”.

La festa non è evasione né pausa funzionale, ma orizzonte intersoggettivo in cui il tempo diventa relazione: promessa e perdono, attesa e compimento, impegno e riposo. Nel cristianesimo, la forma compiuta del tempo festivo è l’Eucaristia, permanenza del dono nella consumazione. Il tempo quotidiano trova invece la sua grammatica spirituale nella liturgia delle ore, che distribuisce senso all’interno delle giornate.

La festa cristiana è rivelazione di Dio come “tempo aperto”, come verbo più che come nome: un Dio che cammina, promette, anticipa e realizza; un Dio che, nel tempo festivo, offre un’anticipazione del futuro sull’umanità. Per questo Grillo invita a una rinnovata pastorale del tempo: non solo gestione delle attività, ma educazione al ritmo, alla qualità del tempo, alla capacità di riconoscere nella festa un dono che trasfigura l’ordinario.

Per approfondire, Grillo suggerisce: K. Appel, Tempo e Dio. Aperture contemporanee a partire da Hegel e Schelling, Brescia, Queriniana, 2018 (si possono saltare le sezioni più tecniche). A livello cinematografico: F. Capra, La vita è meravigliosa (1946); S. Spielberg, Salvate il soldato Ryan (1998); A. Cuarón, Roma (2018).


3. Un’unica visione: la festa tra corporeità e tempo

Le riflessioni di Tomatis e Grillo, apparentemente distinte, si illuminano a vicenda: la festa è luogo del corpo e del tempo; è spazio in cui sensi e parola, comunità e liturgia, memoria e attesa si intrecciano e si rigenerano. In un contesto segnato da individualismo e omologazione, la festa cristiana può diventare una profezia di umanità: ridà dignità ai sensi e alla corporeità, dà forma al tempo aprendolo alla promessa, ricostruisce legami comunitari autentici e annuncia un Dio che cammina con l’uomo attraversando tutta la densità dell’esperienza.

Riscoprire il senso della festa – civile e liturgica – non è un lusso, ma un’urgenza pastorale: è il modo in cui la comunità cristiana può ancora dire al mondo che la vita non è solo produzione e consumo, ma dono, relazione, rivelazione.

Denis Gallino

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