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Cultura  

All’agorà del senso. Un dibattito filosofico tra una fenomenologia del senso e un’estetica dell’essere.

All’agorà del senso. Un dibattito filosofico tra una fenomenologia del senso e un’estetica dell’essere.

Quando il bene consuma

Erica Gavazzi ha il merito di riportare subito la parola “felicità” in una zona difficile, sottraendola all’uso immediato, psicologico, quasi pubblicitario. La sua riflessione prende avvio dalla prefazione di Doriano Fasoli a La felicità che tiene, là dove la felicità viene definita un termine inflazionato e fragile. Tale fragilità non deriva soltanto dall’eccesso di discorsi che la circondano; si accentua soprattutto nella disinvoltura con cui viene impiegata per operazioni molto diverse: promessa di benessere, indice di gradimento, linguaggio dell’autorealizzazione, giustificazione della disponibilità immediata, talvolta perfino obbligo morale travestito da libertà.

La preoccupazione di Gavazzi merita di essere accolta. La felicità si indebolisce quando viene consegnata alla presa immediata del mondo. Il presente moltiplica senza sosta esperienze, relazioni, immagini di sé, ripartenze, sostituzioni, versioni aggiornate della nostra identità. Tutto può presentarsi come “buono”, “gradevole”, “desiderabile”. Il vocabolario è antico, e il richiamo a Genesi 3,6 è prezioso: il frutto appare buono da mangiare, gradevole agli occhi, desiderabile per acquistare sapienza. La scena originaria della tentazione dice qualcosa di più inquietante del semplice desiderio del male: ciò che logora può assumere il volto del bene accessibile, della promessa di maturità, dell’apertura di possibilità, perfino della conoscenza.

La domanda sulla felicità diventa allora più esigente. Il bene apparente può impoverire; il gradevole sottrarre profondità; il desiderabile pretendere una fedeltà immeritata. La confusione nasce quando la disponibilità di un possibile viene scambiata per verità, l’attrattiva per durata, l’intensità per capacità di far vivere senza esaurire.

Proteggere la felicità mediante una sostanza immobile, separata dalle esperienze che la mettono alla prova, risponde a un’esigenza comprensibile. Una definizione puramente sostanziale sottrae la parola alla dispersione degli stati soggettivi, a ciò che piace, consola, gratifica in un certo momento. Il suo limite appare quando la colloca troppo lontano dal luogo concreto in cui un’esistenza si decide.

La domanda decisiva segue un’altra via: che cosa rende felice un’esperienza? Che cosa accade quando un legame, un lavoro, una scelta, una casa, una parola, una comunità, un atto di cura, oltre la loro piacevolezza o capacità di rassicurare, permettono a una vita di durare senza tradirsi?

Interrogare la felicità in questo modo significa prendere sul serio la sua lingua comune. Quando una persona dice di essere felice con i propri figli, con i nipoti, in un lavoro ben fatto, nella preghiera, quella parola non va corretta dall’alto. Va compresa nella sua profondità. Quell’esperienza è felice perché dà gioia; soprattutto perché restituisce continuità, sottrae il tempo alla pura successione dei giorni, consente di sentire che qualcosa regge.

Il discrimine tra piano psicologico e piano filosofico passa da tale scarto. Si possono conoscere piaceri intensi dentro forme di vita che impoveriscono; si possono vivere giorni faticosi dentro un ordine più profondo, ancora capace di custodire senso, legami, orientamento, durata. Gli stati d’animo appartengono alla prima dimensione; alla seconda appartiene la tenuta di una vita.

Gavazzi coglie un tratto reale del presente quando teme che il mondo diventi soggetto pensante e donatore di possibilità, quasi un dispositivo che adegua l’esperienza dell’individuo a ciò che esso stesso considera funzionale. Il mondo contemporaneo si offre spesso come amministratore del desiderabile. Dice: scegli ancora, sostituisci, riparti, aggiornati, ottimizza la tua esperienza. In apparenza moltiplica libertà; nel suo effetto più profondo può generare una dipendenza nuova, quella da possibilità incapaci di diventare durata.

La scelta decisiva concerne allora le possibilità capaci di diventare vita. Alcune aprono, altre logorano. Alcune liberano, altre rinchiudono il soggetto in una mobilità senza seguito. Una possibilità può sedurre e restringere il futuro; può presentarsi come matura e insegnare soltanto a sopportare; può rivestirsi di salute e diventare una forma elegante di anestesia.

La parola più scomoda, su questa linea, è infedeltà. Nel linguaggio comune richiama il tradimento, l’abbandono, la rottura di una promessa, l’instabilità di chi non sa restare. Io la intendo in un senso diverso. In un lavoro più ampio e ancora inedito ho chiamato questa esigenza Etica dell’infedeltà: lontana dalla licenza di abbandonare ciò che pesa, essa indica l’interruzione della fedeltà a ciò che svuota.

Esistono legami, ruoli, lavori, immagini di sé, appartenenze, perfino virtù socialmente celebrate, che continuano a chiedere lealtà dopo aver smesso di custodire il vivibile. Restare può apparire nobile, resistere può parere maturo, sacrificarsi può ricevere approvazione. In alcune situazioni, la fedeltà all’ordine esistente tradisce la vita che avrebbe dovuto sostenere.

Il sacrificio va sottratto alla sua retorica più facile. Una rinuncia acquista valore solo quando custodisce qualcosa di vero. La sofferenza, presa in sé, non salva. Una fedeltà non merita conservazione soltanto perché chiede disciplina. Esiste una fatica che custodisce una verità ed esiste una fatica che mantiene in piedi una vita ormai incapace di respirare. Il sacrificio buono protegge una durata, apre un seguito, impedisce alla verità di ridursi a episodio. Il sacrificio cattivo svuota la persona mentre chiede di chiamare maturità la propria cancellazione.

Le esistenze ordinarie conoscono bene tale equivoco: esaurimento scambiato per dedizione, invisibilità per amore, disponibilità illimitata per responsabilità. La felicità chiede allora un’etica più esigente: distinguere la fatica che custodisce una verità dalla fatica che serve soltanto a conservare ciò che non dà più vita.

L’intelligenza assume qui un profilo diverso dal controllo continuo, dal rimuginio, dall’auto-sorveglianza. Diventa capacità di riconoscere che una ripetizione ci sta pensando al posto nostro, che ciò che chiamiamo identità è diventato copione, che ciò che chiamiamo pace è soltanto silenzio imposto. La felicità prende corpo quando smettiamo di essere pensati da ciò che ripetiamo.

Questa intelligenza raramente produce gesti vistosi. Più spesso assume la misura di uno spostamento minimo: chiedere aiuto senza vergogna, interrompere una disponibilità distruttiva, riconoscere che un lavoro non può occupare tutto, ammettere che un legame va ricostruito, accettare che una vita adulta non è una vita che basta a sé stessa. La felicità ha bisogno di tempi, luoghi, appoggi, distanze, legami capaci di sostenere senza assorbire.

Il richiamo di Gavazzi all’“io sono colui che sono” può essere accolto senza ridurre la vita umana a immobilità. Sul piano dell’esistenza finita, una vita non resta vera perché conserva intatta una sostanza sottratta al mutamento. Resta vera quando può cambiare senza tradire ciò che ha compreso come necessario. La fedeltà più profonda non sempre prende la forma dell’identico. Talvolta è fedeltà alla verità che chiede una nuova figura dell’esistenza.

Il mondo, perciò, sarebbe frainteso se venisse ridotto a semplice luogo della tentazione. Offre possibilità, e alcune sono realmente buone. Un legame, un lavoro, una comunità, una cura, un luogo, una scelta, possono far vivere. Il problema nasce quando il mondo si presenta come macchina infinita del desiderabile, senza più chiedere se ciò che offre possa durare, se renda più vivibile la vita, se custodisca o dissipi il tempo delle persone. La misura decisiva è la tenuta.

La felicità non è soltanto personale. Nessuna vita si dà da sola il tempo che abita o costruisce integralmente ciò che la sostiene. I legami, le istituzioni, le famiglie, i luoghi di lavoro, le comunità religiose e civili distribuiscono tempo, autorizzano o impediscono respiro, riconoscono o cancellano il bisogno. Una vita può essere chiamata a responsabilità, ma nessuna responsabilità giustifica l’abbandono strutturale. Dire che non possiamo salvarci da soli significa questo: nessuna vita può produrre individualmente tutte le condizioni della propria durata.

La fragilità della felicità si raccoglie allora in una distinzione essenziale: chiamare bene ciò che nutre e smettere di onorare come bene ciò che svuota, anche quando porta i nomi della maturità, della responsabilità, della pace. Una distinzione simile non può essere affidata a un algoritmo morale, né a una regola valida in astratto. Richiede etica, intelligenza, altri, tempo; talvolta anche la forza di interrompere una fedeltà divenuta distruttiva.

Il confronto credo possa proseguire da questa domanda: quali beni permettono a una vita di durare senza mentire su ciò che ha compreso, e quali, sotto il volto del bene, ne dissipano il tempo?

Giovanni Barbera

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