16 Settembre 2025
Psicologia. A tu per tu con l’ansia
Sempre più persone lamentano di soffrire di ansia e attacchi di panico. L’ansia è una compagna silenziosa ma ingombrante della vita quotidiana di molti. Non è solo uno stato passeggero di agitazione, ma può diventare un peso costante, capace di influenzare relazioni, lavoro e benessere personale. Ne parliamo con Monica Fabrizia Carrara, laureata in psicologia, counselor professionista a orientamento adleriano e operatore Tomatis.
Quali sono le origini profonde dell’ansia?
Quando parliamo di ansia, è importante distinguere bene di cosa si tratta e da dove nasce.
Spesso infatti la confondiamo con lo stress, che è una cosa diversa. Lo stress è la risposta naturale del nostro corpo e della nostra mente a una situazione che ci mette alla prova (esempio: una scadenza lavorativa, un esame o un problema familiare). Non sempre è negativo, anzi in piccole dosi può persino darci la carica per affrontare meglio le sfide.
L’ansia, invece, è una risposta emotiva anticipatoria. Questo significa che il nostro corpo e la nostra mente reagiscono “in anticipo”, attivandosi di fronte a una minaccia che a volte è minima, lontana o addirittura immaginaria. Questo porta con sé preoccupazioni costanti, paura sproporzionata e una sensazione di allarme anche quando, in realtà, non c’è un pericolo concreto.
Le origini dell’ansia sono molto profonde e risalgono all’evoluzione della specie umana.
Potremmo immaginare l’ansia come un antico campanello di sicurezza ereditato dai nostri antenati.
Esso suonava per farci scappare al minimo rumore sospetto nella foresta. Oggi quel campanello suona ancora, anche davanti a situazioni non pericolose, come un esame o un colloquio di lavoro.
Nei nostri antenati, provare ansia era utile poiché il corpo si attivava subito in caso di pericolo (per esempio un predatore), aumentando il battito cardiaco, la respirazione e la tensione muscolare, così da essere pronti a combattere o a fuggire. Questo sistema di “allarme interno” è rimasto nel nostro cervello, ma oggi può attivarsi anche quando il pericolo non è reale, bensì solo percepito o immaginato.
Dal punto di vista biologico, nell’ansia entrano in gioco diverse aree del cervello:
- l’amigdala, che ci permette di riconoscere e segnalare le minacce,
- l’ippocampo, sede della memoria, che collega emozioni e memoria,
- la corteccia prefrontale, che ci aiuta a valutare le situazioni.
Anche la chimica cerebrale ha un ruolo importante. I neurotrasmettitori come serotonina, dopamina e noradrenalina regolano il nostro umore e le reazioni allo stress. Quando questi sistemi sono in squilibrio, può essere più facile sviluppare disturbi d’ansia.
Inoltre, accanto ai fattori biologici, ci sono anche cause psicologiche e sociali. La vita a volte porta con sé esperienze traumatiche, pressioni familiari o sociali, ma anche aspettative molto alte, oppure periodi prolungati di stress possono “insegnare” al nostro cervello a reagire con ansia anche quando non sarebbe necessario.
Esiste poi, da non dimenticare, una componente genetica. Alcune persone nascono con un sistema nervoso più sensibile, che le rende più predisposte a provare ansia.
Potremmo quindi dire che l’origine dell’ansia è un fenomeno complesso nasce dall’incontro di più fattori: biologici, psicologici e ambientali. Da una parte rappresenta una risposta naturale e utile, dall’altra può diventare un problema quando si attiva troppo spesso, in modo sproporzionato o senza una causa reale.
L’ ansia può peggiorare con la ripresa delle attività scolastiche e lavorative?
Sì, l’ansia può davvero intensificarsi con la ripresa delle attività scolastiche o lavorative, ed è una reazione abbastanza comune. Ci sono diversi motivi psicologici che spiegano perché accade.
Durante le vacanze o nei periodi di pausa, le routine si allentano. Si tende a dormire di più, ci si concede tempo per il riposo o per attività piacevoli, e di solito i livelli di stress diminuiscono. Il rientro, invece, segna un cambiamento improvviso. Si torna gli orari rigidi, le responsabilità, le richieste di rendimento e, spesso, anche a dover far fronte alle aspettative degli altri. Tutti questi elementi funzionano come “stressor”, cioè fattori che riattivano i meccanismi dell’ansia.
Un altro aspetto importante è quello dell’anticipazione. Spesso l’ansia comincia già nei giorni precedenti al rientro, quando la mente si concentra su ciò che ci aspetta con il rientro. (esempio pensare ai carichi di lavoro, verifiche, valutazioni, relazioni difficili). Questo genera quella che viene chiamata “ansia anticipatoria”, che rende la transizione ancora più faticosa.
C’è poi la questione dell’adattamento. Ogni cambiamento richiede al cervello e al corpo di ritrovare un nuovo equilibrio. Chi ha una maggiore sensibilità ansiosa, o tende a vivere l’incertezza con preoccupazione, può percepire questa fase di passaggio in modo particolarmente intenso.
Infine, per alcune persone il rientro non è solo una questione di ritmi e organizzazione, ma tocca significati più profondi: la paura di non essere all’altezza, di fallire, di deludere gli altri. Questi pensieri possono alimentare e mantenere l’ansia.
La ripresa delle attività quindi, si, può rappresentare un momento critico in cui l’ansia tende a crescere. Non è necessariamente un segnale patologico e la differenza sta in come la affrontiamo.
Strategie come riprendere le routine in modo graduale, curare il sonno, praticare tecniche di rilassamento e cercare supporto sociale possono aiutare a ridurre l’impatto e gestire meglio l’ansia.
Perché anche i giovani soffrono d’ansia?
L’ansia purtroppo non è un fenomeno che riguarda soltanto gli adulti, ma colpisce sempre più anche i giovani.
In Europa si stima che circa l’8 per cento degli adolescenti tra i 15 e i 19 anni soffra di disturbi d’ansia. In Italia, secondo i dati dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, oltre la metà degli studenti ha sperimentato sintomi ansiosi nel 2024. (Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, consultazione 2024)
I ragazzi possono sviluppare ansia per diversi motivi. Dal punto di vista psicologico, dobbiamo sempre ricordare che la loro mente è ancora in fase di costruzione e le capacità di regolare le emozioni, calmarsi, ridimensionare le paure o dare un significato realistico agli eventi non sono ancora pienamente sviluppate. Per questo anche situazioni che a un adulto possono sembrare banali diventano fonte di forte preoccupazione.
Un altro elemento fondamentale è l’apprendimento sociale. I bambini molto piccoli osservano e interiorizzano il modo in cui genitori e le figure di riferimento reagiscono alle difficoltà. Se crescono in un contesto dove percepiscono ansia, insicurezza o paura, tenderanno a interpretare molte situazioni come pericolose. (genitore spaventato spaventante)
Pensiamo ad esempio ad un bambino di nove anni che affronta il primo giorno di scuola in una nuova classe. Razionalmente sa che non c’è un vero pericolo, ma non ha ancora sviluppato la capacità di ridurre l’incertezza. Nella sua mente si affollano pensieri come “E se non piaccio ai compagni? E se sbaglio davanti a tutti?”. In quel momento il corpo risponde con tachicardia, stomaco chiuso, sudorazione, fino a farlo piangere o rifiutare di entrare in aula. L’ansia nasce quindi non da un pericolo oggettivo, ma dalla combinazione tra vulnerabilità emotiva e significato attribuito alla situazione.
Nei bambini piccoli l’ansia non si mostra tanto con pensieri espliciti, quanto attraverso il corpo e i comportamenti. Possono comparire mal di pancia o mal di testa frequenti senza cause mediche, difficoltà a dormire, sudorazione o battito accelerato. Dal punto di vista comportamentale si nota spesso “evitamento di situazioni nuove”, pianti eccessivi, difficoltà a separarsi dai genitori, oppure regressioni a comportamenti tipici di età più piccole. A volte l’ansia si maschera dietro a scatti di rabbia o oppositività. Sul piano emotivo emergono preoccupazioni sproporzionate per l’età, sensibilità al giudizio e bisogno costante di rassicurazioni.
Negli adulti i sintomi si fanno più complessi e coinvolgono corpo, pensieri ed emozioni. Sono comuni tachicardia, tensione muscolare, disturbi gastrointestinali e insonnia. Dal punto di vista psicologico prevalgono le preoccupazioni difficili da controllare, i pensieri catastrofici, l’irritabilità e una costante sensazione di allarme. Anche il comportamento può cambiare, con la tendenza a evitare le situazioni temute o a cercare continue rassicurazioni.
Quando l’ansia diventa patologica?
Come dicevamo l’ansia fa parte dell’esperienza umana, ma diventa clinicamente rilevante quando non è più un’emozione passeggera.
Se l’ansia è come un campanello che ci avvisa di fare attenzione, nel disturbo d’ansia diventa un allarme che non smette mai di suonare, anche quando non c’è nessun incendio.
In questi casi parliamo di disturbo d’ansia quando è costante e persistente e compromette lo studio, il lavoro o le relazioni, si accompagna a sintomi fisici intensi come tachicardia, vertigini, tremori, sudorazione o veri e propri attacchi di panico, e porta a evitare situazioni quotidiane per paura di sentirsi male.
I disturbi principali che possiamo ricordare sono: il disturbo d’ansia generalizzato, caratterizzato da preoccupazioni costanti e difficili da controllare; il disturbo di panico, le fobie specifiche, cioè paure intense e sproporzionate verso oggetti o situazioni particolari; l’ansia sociale, che si manifesta soprattutto nelle situazioni in cui ci si sente esposti al giudizio degli altri; e l’ansia da separazione.
Quali sono gli approcci terapeutici?
Per trattare l’ansia esistono diversi approcci psicoterapeutici, che possiamo distinguere in due grandi direzioni.
Gli approcci “top-down” partono dalla mente cosciente, cioè dai pensieri, per influenzare emozioni e corpo. L’obiettivo di questo approccio è modificare il modo in cui la persona interpreta le situazioni.
- In questo ambito rientrano la terapia cognitivo-comportamentale (CBT), che insegna a riconoscere e correggere pensieri catastrofici;
- la terapia metacognitiva, che lavora sul rimuginio e sul rapporto con i pensieri;
- gli approcci psicodinamici, che esplorano le radici inconsce dell’ansia.
Per esempio, una persona che teme di parlare in pubblico impara a riconoscere il pensiero “tutti mi giudicheranno male” e a sostituirlo con una valutazione più realistica, riducendo così l’ansia.
Gli approcci “bottom-up” invece partono dal corpo e dalle emozioni per influenzare la mente. L’obiettivo è ridurre direttamente l’attivazione fisiologica tipica dell’ansia.
Qui troviamo le tecniche di rilassamento e di respirazione, la mindfulness e la meditazione, l’EMDR (Questa tecnica viene usata spesso nei traumi ma utile anche per l’ansia) e altre terapie corporee ed esperienziali.
Ad esempio, chi soffre di attacchi di panico può imparare a regolare il respiro e rilassare i muscoli, calmando così il corpo e, di conseguenza, anche i pensieri.
Molto spesso gli psicoterapeuti integrano entrambi gli approcci proponendo sia esercizi di respirazione (bottom-up) sia tecniche di ristrutturazione cognitiva (top-down).
Quali percorsi sono più consigliati?
Davvero non esiste un’unica strada valida per tutti. La scelta dipende molto spesso dalla persona, dalla gravità dei sintomi e dagli obiettivi del trattamento.
Ci sono però alcuni interventi con evidenze scientifiche più solide.
La Psicoterapia cognitivo-comportamentale (CBT) o le Tecniche di rilassamento e mindfulness sono un esempio (come il rilassamento muscolare progressivo, la respirazione diaframmatica sono ad esempio efficaci nel ridurre ansia e stress, soprattutto se integrate alla psicoterapia).
Anche le Terapie brevi – strategiche sono utili per focalizzarsi su difficoltà circoscritte e ottenere miglioramenti in tempi più rapidi.
Infine rimando anche ai metodi meno diffusi, come il Tomatis o il protocollo SSP di Porges, che utilizzano la stimolazione uditiva per influenzare il sistema nervoso e ridurre l’attivazione dello stress. Si tratta però di approcci ancora sperimentali, che richiedono ulteriori studi per confermarne l’efficacia.
Cristina Menghini

Monica Fabrizia Carrara è laureata in Psicologia, indirizzo Tecnologie di supporto clinico alla persona. La sua passione per la psicologia è nata in un secondo momento, dopo aver iniziato il percorso formativo presso l’Accademia di Belle Arti di Torino e avvicinandosi al sociale attraverso le Artiterapie, con un Master di I livello in Artiterapie.
Alcune esperienze legate alla salute l’hanno portata ad approfondire tematiche personali e a maturare il desiderio di formarsi ulteriormente. Ha quindi intrapreso gli studi come Counsellor professionista ad orientamento Adleriano presso l’Istituto Adler di Torino e ha conseguito il titolo di Operatore Tomatis, formandosi sotto la guida del dottor Campo.
Nel 2017 ha fondato, insieme ad altri professionisti, il Centro Arteascolto. Oggi vi lavora come libera professionista, accogliendo nel suo studio persone che attraversano fasi delicate della loro vita e che sentono il bisogno di un supporto.
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