13 Maggio 2026
Hantavirus. Meno fauna selvatica, più rischi per la salute
Il declino della grande fauna aumenta roditori e parassiti, quadruplicando il rischio di zoonosi come Lyme e hantavirus. Proteggere gli ecosistemi salva l’uomo.
La salute dell’uomo è profondamente intrecciata a quella degli ecosistemi in cui vive. Negli ultimi decenni, numerosi studi hanno mostrato come la perdita di biodiversità, in particolare il declino della grande fauna selvatica, possa avere conseguenze inattese e potenzialmente pericolose per la salute pubblica. Tra queste, un aumento del rischio di malattie trasmesse dagli animali all’uomo, le cosiddette zoonosi.
Uno degli effetti più significativi, e meno intuitivi, della scomparsa dei grandi animali è la proliferazione di roditori e dei parassiti che li infestano, con un conseguente incremento della probabilità di infezioni umane causate da batteri e virus anche molto gravi, come quelli responsabili della malattia di Lyme, della peste e dell’hantavirus.
Le zoonosi sono malattie infettive che possono essere trasmesse dagli animali all’uomo. Secondo numerose ricerche epidemiologiche, queste malattie tendono a essere più frequenti nelle aree in cui la biodiversità è ridotta e dove le grandi specie animali sono in declino.
Per comprendere meglio i meccanismi alla base di questo fenomeno, un gruppo internazionale di biologi ed ecologi, provenienti dall’Università della California a Santa Barbara, dalla Smithsonian Institution, dal Centers for Disease Control and Prevention (CDC) e dalla State University of New York, ha condotto uno studio sperimentale pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences.
La ricerca si è svolta in Kenya, nell’ambito del Kenya Long-Term Exclosure Experiment, un progetto di lungo periodo che studia gli effetti dell’esclusione della grande fauna selvatica sugli equilibri ecologici. In alcune aree sperimentali, grandi erbivori e predatori sono stati deliberatamente esclusi per osservare come il territorio si trasformi in loro assenza.
I ricercatori hanno analizzato: l’abbondanza delle diverse specie di roditori; la quantità e la varietà di pulci presenti e il numero di pulci infettate da batteri del genere Bartonella, microrganismi molto diffusi che possono provocare diverse patologie anche nell’uomo.
I risultati sono stati chiari: nelle aree prive di grandi animali, il numero di roditori raddoppia. Ancora più sorprendente, però, è che la densità delle pulci sui singoli roditori raddoppia a sua volta, portando di fatto a una quadruplicazione del numero complessivo di pulci.
I motivi precisi di questo aumento non sono del tutto chiariti, ma il risultato finale è evidente: più roditori, più pulci e più parassiti trasmissibili all’essere umano. Questo scenario è particolarmente preoccupante perché l’assenza della grande fauna coincide spesso con una maggiore presenza umana.
Da un lato, la perdita di grandi animali è frequentemente causata dall’espansione delle attività umane. Dall’altro, le persone tendono a frequentare di più le aree considerate “sicure” perché prive di animali potenzialmente pericolosi, aumentando così il contatto diretto o indiretto con roditori e loro parassiti.
Questo aumento del rischio non viene compensato dalla scomparsa delle pulci associate alla grande fauna. Nei tropici, infatti, i grandi ungulati ospitano pochissime pulci, mentre i grandi carnivori, che potrebbero ospitarne alcune, hanno densità molto basse e contatti limitati con l’uomo.
Sebbene lo studio si concentri sul batterio Bartonella, gli autori sottolineano che i risultati sono probabilmente validi anche per altri patogeni trasmessi dai roditori, tra cui:
- Borrelia burgdorferi, responsabile della malattia di Lyme;
- gli hantavirus, che causano gravi sindromi polmonari o renali;
- Yersinia pestis, il batterio della peste.
Questi microrganismi sfruttano i roditori come serbatoio naturale e possono raggiungere l’uomo attraverso pulci, urine, feci o saliva.
Tra le malattie emergenti legate ai roditori, l’hantavirus merita particolare attenzione. Si tratta di una malattia virale rara ma potenzialmente letale, che può causare febbre alta, emorragie e gravi insufficienze respiratorie o renali.
A livello globale si stimano tra i 150.000 e i 200.000 casi all’anno, con modalità di trasmissione che avvengono principalmente attraverso l’inalazione di particelle contenenti urina o deiezioni di roditori infetti. La trasmissione da persona a persona è rara, ma possibile per alcuni ceppi.
Esistono due forme cliniche principali:
- Sindrome polmonare da hantavirus (HPS), diffusa soprattutto nelle Americhe, colpisce i polmoni ed è la più letale. I primi sintomi includono tosse, difficoltà respiratoria, febbre e dolori muscolari. Nei casi più gravi, può evolvere rapidamente in insufficienza respiratoria. Circa il 38% dei pazienti che sviluppano questa sindrome muore.
- Febbre emorragica con sindrome renale (HFRS), più comune in Europa e Asia, colpisce prevalentemente i reni. I sintomi vanno dal mal di testa intenso e nausea all’ipotensione, emorragie interne e insufficienza renale. La mortalità varia dall’1 al 15%, a seconda del ceppo.
Il recente focolaio di hantavirus a bordo della nave da crociera MV Hondius ha riportato l’attenzione su questa infezione. Diversi passeggeri sono risultati positivi e alcuni sono deceduti. Le indagini suggeriscono che il contagio potrebbe essere avvenuto durante escursioni a terra in aree endemiche; oppure a causa della presenza di roditori a bordo, entrati tramite il carico.
In ambienti chiusi come le navi, la diffusione può essere facilitata da condizioni igieniche non ottimali o da una cattiva gestione degli alimenti.
L’hantavirus viene diagnosticato tramite test PCR. Purtroppo, non esiste una cura specifica né un vaccino approvato. Il trattamento è di supporto e può includere ossigenoterapia, respiratori e dialisi. Un intervento medico precoce aumenta le probabilità di sopravvivenza.
Nonostante la gravità della malattia, i casi restano rari. Tuttavia, sintomi simil-influenzali dopo un soggiorno in aree a rischio dovrebbero sempre essere valutati da un medico.
Da decenni, alcuni laboratori, anche in ambito militare, lavorano allo sviluppo di vaccini contro l’hantavirus. Sono stati ottenuti risultati promettenti, come vaccini a DNA capaci di indurre anticorpi neutralizzanti. Tuttavia, la necessità di più dosi, la difficoltà di condurre studi clinici su larga scala e la scarsità di finanziamenti rallentano il processo.
Nuove tecnologie, come i vaccini a mRNA e terapie basate su anticorpi, potrebbero accelerare lo sviluppo se crescesse la domanda e il supporto istituzionale.
La lezione che emerge è chiara: la perdita di grandi animali non è solo una questione ambientale o etica, ma anche un problema di salute pubblica. La biodiversità funziona come una barriera naturale contro la diffusione di patogeni.
Proteggere gli ecosistemi significa quindi proteggere anche noi stessi. In un mondo sempre più interconnesso, prevenire le zoonosi richiede un approccio integrato che tenga insieme ecologia, medicina ed epidemiologia. La salute dell’uomo, in definitiva, comincia dalla salute degli ecosistemi.
Massimiliano Motta
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