Occorre, in questo periodo di emergenza sanitaria, che tutti e, in particolare i cattolici, testimonino vicinanza e gratitudine a chi ogni giorno è impegnato nella cura dei malati di covid-19. Questa la ragione che ha spinto il responsabile dell’Ufficio diocesano di Pastorale sociale e del lavoro, Giancarlo Chiapello, a scrivere il seguente messaggio.

Giancarlo Chiapello

L’UPSL Pinerolo, ufficio diocesano di pastorale sociale e del lavoro, desidera esprimere al personale sanitario e assistenziale, che ogni giorno affronta l’emergenza pandemica in prima linea, piena solidarietà nella consapevolezza di un impegno straordinario a garanzia della salute di tutti di fronte all’innegabile pericolosità di un virus che mette a rischio gli stessi lavoratori e lavoratrici e che rappresenta un richiamo alla responsabilità di tutti. Nella consapevolezza che nulla sarà come prima anche per il settore sanitario e che la crisi, dunque, diventa occasione di nuovo discernimento e di nuova progettualità, come ricordato dalla CEI già a marzo citando Benedetto XVI, ci troviamo ad esprimere una gratitudine che vuole essere testimonianza di un’autentica cura delle relazioni, come da invito da parte del nostro Vescovo attraverso la lettera pastorale “Vuoi un caffè?” e secondo la linea tracciata da Papa Francesco nell’Enciclica “Laudato Si’”: “qualsiasi forma di lavoro presuppone un’idea sulla relazione che l’essere umano può e deve stabilire con l’altro da sé” (Ls, 125). È la convergenza tra lavoro e cura che il Progetto internazionale “The future of work-Labour after Laudato si’” ha condensato nel titolo del suo rapporto finale “Care is work, work is care”, traducibile come “prendersi cura vuol dire lavorare, lavorare vuol dire prendersi cura” che vale per tutto il mondo del lavoro ed è fortemente evidenziato in questo tempo così complesso proprio dal personale sanitario ed assistenziale che non può tribolare nel vedersi riconosciuti, attraverso il confronto ed il dialogo, protezione e giusto valore del proprio lavoro la cui dignità è da tutelare perché è, nel suo complesso, parte fondamentale del tessuto di relazioni delle nostre comunità.

Un ulteriore accenno grato va fatto per gli operatori, medici, infermieri, oo.ss., che si stanno prendendo cura nelle RSA dei nostri anziani più fragili: non si possono non ricordare le parole del Santo Padre proprio rivolte nel 2018 a Riga, a chi è più avanti negli anni “voi che avete attraversato molte stagioni, siete testimonianza viva di costanza nelle avversità, ma anche del dono della profezia, che ricorda alle giovani generazioni che la cura e la protezione di quelli che ci hanno preceduto sono gradite e apprezzate da Dio e che gridano a Dio quando sono disattese. Voi che avete attraversato molte stagioni non dimenticatevi che siete radici di un popolo”. Il lavoro nelle residenze contribuisce a difendere queste radici. Alla luce della programmazione della prossima attività dell’ufficio il lavoro sanitario verrà ripreso nei “laboratori dei racconti”, secondo l’idea dell’assemblea della lettera pastorale, perché “il Papa afferma che abbiamo bisogno di storie “per non smarrirci … storie che aiutino a ritrovare le radici e la forza per andare avanti insieme”. Le nostre storie, comunitarie e individuali forgiano il nostro senso del tempo, di modo che possiamo navigare con speranza verso il futuro … Abbiamo bisogno di storie che modellino la nostra vita in un tempo di calamità” (padre Timothy Radcliffe op, Osservatore Romano, 21 maggio 2020).