Erano gli anni cinquanta del secolo scorso quando il fisiologo americano Ancel Keys arrivò in Italia alla ricerca di un regime alimentare salutare. E trovò che gli ingredienti utilizzati della gente del sud della penisola corrispondeva a ciò che egli cercava. Cereali, legumi, pesce, frutta, ortaggi, olio extra vergine di oliva, noci e mandorle costituivano un mix vincente per la popolazione di quella zona che risultava mediamente più sana degli americani presi come riferimento e si ammalava meno di malattie cosiddette “da civilizzazione”.
Keys studiò a fondo le abitudini alimentari degli abitanti del bacino del Mediterraneo, ne riconobbe il ruolo nella prevenzione delle malattie cardiovascolari e coniò il termine “dieta mediterranea”. Le proprietà benefiche di questa dieta vennero riconosciute da innumerevoli ricerche e da allora venne presa ad esempio diventando famosa in tutto il mondo.
Fu consacrata definitivamente il 16 novembre del 2010 quando il comitato intergovernativo dell’UNESCO riunito a Nairobi iscrisse ufficialmente la dieta mediterranea nel Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità.
Oggi viene issata a vessillo di un regime alimentare capace di allungare la vita, far invecchiare in salute, diminuire la probabilità di contrarre patologie quali diabete, ipercolesterolemia, ipertensione, obesità.
Mangiare in questo modo è da considerarsi come un obiettivo tendenza da contrapporre alle diete figlie della globalizzazione, del consumismo, del cibo spazzatura, delle multinazionali.
Regina indiscussa di riviste specializzate e autorevoli testi scientifici, fino ad oggi nessuno aveva mai osato metterla in discussione.
Ma da qualche tempo sulla rete circolano articoli di tutt’altra opinione. Qualcuno insidia la sua efficacia e parla più o meno apertamente di controindicazioni.
La bontà della dieta mediterranea non è più valida? Sta per crollare un mito?
Occorre fare un po’ di chiarezza. Il concetto di dieta mediterranea va inteso non solo come un elenco di alimenti da assumere, ma deve essere considerata semmai come uno stile di vita.
Per capire che cosa questo significhi, occorre immergersi nella realtà dell’Italia del sud di settanta anni fa e considerare elementi quali il movimento, la scelta delle materie prime e l’approccio sociale al cibo dei suoi abitanti.

Movimento
Questa dieta apporta giornalmente una discreta quantità di calorie date da cereali, olio, legumi, frutta a guscio, necessarie alla gente di allora per affrontare le lunghe giornate di lavoro nei campi, la gestione degli animali, gli spostamenti spesso percorsi a piedi o in bicicletta.

Materie prime
Frutta e verdura non erano coltivate con la quantità di pesticidi, fitofarmaci, fertilizzanti utilizzati ai nostri giorni. Assumere questi alimenti significava fare scorte di molecole preziosissime per la salute. Gli animali venivano allevati senza essere imbottiti di antibiotici e forse rispettando maggiormente i loro cicli vitali. La carne, consumata saltuariamente, era una preziosa fonte di proteine, vitamine, sali minerali.

Approccio sociale
Il cibo veniva trattato con rispetto e assunto con sobrietà. Si consumavano generalmente una colazione, un pranzo e una cena. Durante la giornata non erano previsti coffee break con cappuccino e cornetto, né merende a base di gelati o cioccolata con panna. I pasti erano frugali, realmente poveri. Forse ci si riempiva veramente la pancia solo nei giorni di festa. E per gustare un dolce occorreva aspettare un compleanno o le feste comandate.

E oggi?
La dieta mediterranea resta un modello valido e di riferimento, ma occorre interpretala in questa logica. Più che adottare semplicemente un regime dietetico, occorre far proprio uno “stile di vita mediterraneo”.
Dobbiamo prima di tutto recuperare spazi, nelle nostre giornate, per l‘attività fisica. Molti studi dimostrano che il movimento ha effetto terapeutico su diverse patologie, tra le quali il diabete e l’ipertensione. Oltre naturalmente a migliorare l’umore e allontanate la depressione.
Relativamente alle materie prime, meglio scegliere ingredienti di qualità, considerando che tra i maggiori nemici della nostra salute ci sono gli additivi e i contaminanti.
A tal proposito alcuni articoli sostengono che la dieta mediterranea oggi faccia bene solo ai ricchi, ovvero a quelle persone che si possono permettere l’acquisto di prodotti biologici venduti spesso a prezzi troppo alti. Riflessione amara e non così lontana, a volte, dalla realtà. Ma con un po’ di pazienza si riescono a trovare imprenditori onesti. Non economici: onesti. Abbiamo la fortuna di vivere in un territorio ricco di aziende che producono il biologico, che rispettano l’ambiente, la terra, gli animali, l’acqua. Rivolgiamoci con fiducia a questi produttori.
E poi andrebbe rispolverata una virtù oggi un po’ dimenticata: la sobrietà. Impariamo dalle generazioni passate ad avere rispetto per ciò che arriva nel piatto, acquistando il giusto, riducendo gli sprechi e consumando con parsimonia, con rispetto, con gratitudine.

La lettera pastorale di monsignor Derio Olivero, pubblicata in occasione dell’anno dedicato al cibo, può essere un’utile guida per avvicinarsi in questo senso allo “stile mediterraneo”.
Non possiamo più disgiungere il binomio alimentazione-sostenibilità. La terra soffre. Ci dicono che stiamo superando il limite di non ritorno per salvare il pianeta. Deve essere un nostro impegno, assolutamente prioritario, fare la spesa con coscienza e scegliere alimenti che limitino il consumo di suolo, di acqua e di emissioni di anidride carbonica. Un dato tra tanti: per produrre un chilogrammo di carne bovina sono necessari circa 14.500 litri di acqua. Per produrre un chilo di soia ne bastano 600.
E in fin dei conti, quali sono gli alimenti sostenibili? Guarda caso quelli individuati da Keys 60 anni fa.
D’altronde ricordiamoci che la comunità scientifica concorda sul fatto che noi occidentali ormai mangiamo sempre, comunque, troppo.
Allora può essere un’idea pianificare “a tavolino” e fare la lista degli acquisti non quando si è a stomaco vuoto, perché se facciamo la spesa quando si esce stanchi e affamati dal lavoro corriamo il rischio di riempire il carrello con alimenti non necessari e poco salutari. E addio dieta mediterranea.
Per concludere, gli articoli che biasimano questa dieta denunciano in realtà la mancanza di un “sistema mediterraneo” e non certo la scelta di utilizzare ingredienti semplici, ricchi di antiossidanti, sali minerali, fibra e vitamine.
Possiamo, per concludere, confermare senza ombra di dubbio che la dieta mediterranea fa bene se gli alimenti sono genuini, assunti nelle giuste quantità, rispettosi dell’ambiente e se è presente l’attività fisica.
È dunque ancora e sempre un modello valido, ma va interpretato con la matura consapevolezza di un cittadino del terzo millennio.

Silvia Mazza