10 Settembre 2025
Ciò che dà senso a tutto ciò che un senso non ha
«Il buon pastore dà la vita per le pecore. Il mercenario vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore» (Gv 10, 11-13).
E il lupo esiste. Eccome se esiste. Non quello delle fiabe, terribile e funesto o il canide delle foreste, protettivo e intelligente. No, la metafora, quel lupo; il lupo che divora la mente, che ti strappa il cuore e lo disperde nel buio eterno della grotta dell’oblio e del silenzio.
Quando sei prigioniero di questa caverna, incatenato alle pareti umide della roccia, senza poterti muovere o voltarti e ciò che vedi è solo il buio e le ombre furtive che scivolano vorticose lungo la parete, cosa puoi fare? Se nessuno ti libera da quelle catene – e tu non ce la fai, perché sono ancorate energicamente al muro di fronte a te e il metallo con il quale sono costruite è troppo resistente per poterlo scalfire e distruggere, cosa ti rimane tra le mani?

Solo un pugno di emozioni, della stessa consistenza delle effimere, ma più pesante di un sasso. Un giorno le senti, le percepisci, vivide, tangibili, riesci a toccarle sezionando le lacrime e ti ci aggrappi per non morire in quel dolore che ti squarcia l’anima come quando, in agosto, in mezzo all’oceano, imperversa la pioggia torrenziale dell’uragano, e il giorno successivo, non le senti più: quelle stesse emozioni ti hanno svuotato della loro stessa essenza e sei rimasto fermo sulla tua barca spezzata, in mezzo all’oceano, provando dentro di te solo assenza e il silenzio della acque chete ti incanta come il canto di quelle sirene che ammaliano e rapiscono. «La speranza è l’ultima a morire» recita un famoso proverbio, ma, spesso, è la prima che muore, rimanendo incatenata nel fondo del vaso.
«Se una lampadina si fulmina è perché ha visto qualcosa che non le è piaciuto» (Stefano Benni, “Saltatempo”).

«Ci sono momenti nelle nostre vite in cui la porta si apre, e puoi fare la scelta di attraversarla: puoi chiamare con il suo nome ciò che è stato taciuto per molto tempo e accorgerti che hai qualcuno vicino di cui poterti fidare per accompagnarti» (Hanya Yanagihara, su Electric Literature) là dove tu non riesci ad andare da solo. Tutto è diverso quando cerchi di guardare il mondo con gli occhi accecati dal dolore. Mia nonna, tantissimi anni fa, mi disse: «Non puoi vedere bene con gli occhi annebbiati dal dolore» ed è vero. Ma, chi – o che cosa – riporterà il cristallino della nostra mente nitido com’era nell’età dell’infanzia e tergerà quel velo unto calato sulla vita con il suo sudario di consapevolezza e perdono? Chi mostrerà ai prigionieri nella caverna che quello che vedono sono solo ombre di un passato che non più tornare e che, là fuori, c’è un futuro meraviglioso che li attende?

In occasione della “Giornata mondiale per le prevenzione del suicidio”, Rocchina Stoppelli, presidente dell’associazione “La Tazza Blu” di Torino, ha risposto alle mie domande.
1) Quando e perché è nata l’associazione “La Tazza Blu”?
La Tazza Blu è un’associazione di volontariato fondata nel gennaio 2019 da Rocchina e Francesco, genitori di Giulia, che si è suicidata poco prima di compiere 17 anni.
L’associazione si dedica alla prevenzione del suicidio tra adolescenti, con l’obiettivo di rompere il silenzio che circonda questo tema, promuovere l’ascolto e costruire una rete di sostegno.
Ne fanno parte volontarie, volontari e genitori che riconoscono l’importanza di portare la salute mentale delle e dei giovani al centro dell’attenzione pubblica.
2) Qual è la vostra missione?
Il nostro obiettivo principale è quello di rompere il silenzio e superare lo stigma che ancora oggi circondano il tema del suicidio, in particolare tra le e gli adolescenti.
Creare spazi sicuri e protetti, guidati da professioniste e professionisti esperti, dove sia possibile affrontare il tema in modo rispettoso, accogliente e costruttivo.
Dare voce ai pensieri suicidari, aiutando le e gli adolescenti a riconoscerli, comprenderli e condividerli senza paura né vergogna.
Fornire strumenti concreti alle figure adulte di riferimento – genitori, insegnanti, educatori, operatori – per riconoscere i segnali di disagio e intervenire in modo tempestivo ed efficace.
Favorire una rete di supporto tra scuola, famiglia e territorio, affinché nessuno si senta solo nell’affrontare situazioni di fragilità.
Sostenere il protagonismo giovanile, coinvolgendo attivamente ragazze e ragazzi in attività di prevenzione, ascolto e sensibilizzazione.
3) Perché vivere (quindi perché la scelta di vivere è sempre la scelta migliore e più giusta – intendendo per “giustizia”, il rendere a ciascuno ciò che gli appartiene in quanto tale)?
Chi si suicida non compie una scelta libera e consapevole. Vive un dolore psichico talmente intenso da offuscare ogni altra possibilità, fino a far sembrare il suicidio l’unica via di uscita. Per questo non possiamo parlare di “scelta”: è piuttosto l’effetto di una sofferenza mentale che non ha trovato ascolto e parole.
4) Quando la distanza tra ciò che realmente è la vita (un’eterna ripartenza, un continuo imparare a volersi bene e a voler bene, un viaggio continuo per imparare che si può credere all’amore e al fatto che qualcuno ci ami, ecc…) e quello che si sente della vita stessa (che l’amore che si riceve sia immeritato, che ciò che è stato rovinato della nostra vita – reputazione, relazioni ecc – non si potrà mai più recuperare, che non può esistere nessuno che ci ami veramente, ecc…) è troppo grande e si crede che chiedere aiuto significhi essere un peso o essere inutile o viene considerato come un fallimento personale, in che modo la persona si può “auto-aiutare”? Quali strumenti possiamo fornire ai lettori, giovani e meno, sull’argomento?
Ancora oggi ci chiediamo perché Giulia non abbia chiesto aiuto, non ci abbia parlato di questo dolore che la attanagliava.
Le risposte che ci diamo sono molte ma la più dolorosa è che lei non abbia riconosciuto i pensieri di morte che la attraversavano, non sia riuscita a trovare le parole per esprimerlo.
Ed è proprio qui che nasce la nostra responsabilità di adulti: se noi non parliamo di suicidio, se continuiamo a evitarlo o a far finta che non esista, come possiamo pretendere che siano loro, i ragazzi, a farlo?

«Quando uno è triste non servono le classifiche […] la propria tristezza diventa una grande campana in cui ci si chiude» (Stefano Benni, “Achille pié veloce”).
Mi sono chiesta spesso cosa sarebbe successo se quel giorno di tanti anni fa, io avessi posto realmente fine alla mia esistenza. Oggi, so con certezza che Dio mi abbia donato la grazia di tornare indietro nel tempo, per abbracciare quella bambina e consolarla, per fermare quella ragazzina, mettendole una mano sulla spalla, porgerle quel vaso dei dolori, riaprirlo con lei per liberare la speranza intrappolata sul fondo, mostrandole che, fino a quando non lo avrebbe vissuto, non avrebbe potuto conoscere le meraviglie che il domani aveva in serbo per lei. E per ogni essere umano vivente. Perché c’è e ci sarà sempre un futuro migliore per coloro che vivono l’inferno. Qualsiasi esso sia. È come la neve quando cade, il futuro: prima o poi arriverà imperturbabile e acquieterà ogni cosa con il suo “passo silenzioso”, dimostrando «la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio» (Gv 16, 8). Perché la pena del peccato rimane, la giustizia non sempre trionfa e di giudizi è pieno il mondo, ma tutto questo è stato sconfitto dalla Vittoria, ora e sempre.
Per tutti i Jude che sopravvivono nel mondo: il mondo ha bisogno di voi, del vostro modo unico di percepirlo, di ciò che solo voi – e nessun altro – può regalargli. Animo! – diceva la mia guida spirituale. «Coraggio! Non temete: io ho vinto il mondo» (Gv 16, 33).

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