L’intervista è dell’ottobre 2016, a cura di Cristina Menghini.

Alessandro Roccati, egittologo, una passione che ha coltivato fin da piccolo: «Posso testimoniare che all’età di 12 anni leggeva già i geroglifici», conferma il cugino Dario Seglie, direttore del CeSMAP di Pinerolo.

Scherzando l’egittologo sostiene che il “grande” Alessandro Roccati fu suo nonno, un geologo morto di tifo contratto in Sardegna. Nato a Parigi, dove il padre si era trasferito e sposato, nella metà dell’800 provenendo da Gassino, rimase quasi subito orfano e in seguito alla morte dei genitori fu “rispedito” in Italia, insieme con i suoi fratelli, da uno zio prete che se ne prese cura. Fu questo zio a promuovere la costruzione della Chiesa della Crocetta a Torino.

Il “nostro” Alessandro, invece, è un egittologo nato nel 1941.

Ha sempre avuto una particolare curiosità per la cultura e per le lingue antiche. Inizia a studiare latino prima di compiere nove anni. Successivamente al latino si è interessato alla lingua degli etruschi. Si iscrive al ginnasio dove intraprende lo studio del greco, che diventa subito una sua grande passione. Un amico di famiglia, docente universitario di egittologia, gli consiglia numerose letture, anche di grammatica, che subito lo ammaliano. Inizia a approcciarsi anche la lingua tedesca: la maggior parte dei testi di egittologia, infatti, sono scritti proprio in quella lingua.

Terminato il liceo sceglie, con l’appoggio della famiglia, la facoltà di lettere nell’Università di Roma, l’unica nella quale si insegnava egittologia. Laureato ottiene alcune borse di studio che gli consentono di viaggiare molto: un anno in Inghilterra, un altro in Germania, due a Parigi. La sua carriera lavorativa inizia con degli ingaggi da parte di archeologi. Lavorando nel museo egizio di Torino si accorge che manca un vero esperto di egittologia da circa trent’anni. Grazie alla fiducia del professor Silvio Curto, entra alle dipendenze del Museo Egizio dove ha avuto accesso ai documenti di più difficile interpretazione presenti nell’archivio. Questi manoscritti gli permettono di fare numerose scoperte, ricomporre testi e pubblicare numerosi libri. La sua prima pubblicazione ha visto la luce quando aveva appena 19 anni.

Lavora per quindici anni nel museo torinese. Grazie a Curto il museo in quel periodo si arricchisce di nuovi mezzi di studio. Già docente di corsi di lingue a Torino, Genova e Milano, ottiene una cattedra molto ambita all’Università di Roma. Trascorre anche un anno intero ad Assuan, negli anni 70, per occuparsi di restauri in occasione del trasporto del santuario di File, costituito da 40 edifici, costruiti con 45000 blocchi decorati di pietra. Nei suoi viaggi si fa accompagnare anche dai suoi studenti.

Oltre a Curto, è il padre che lo incoraggia a seguire i suoi interessi scientifici.

Roccati è riconoscente a Donadoni perché lo “ha reclutato” per le sue missioni archeologiche, che si svolgevano principalmente a Luxor. Grazie a queste missioni è stato possibile ricostituire l’80% dell’insieme decorativo di una grande tomba oggetto dello scavo archeologico.

Ritorna annualmente per venti anni in Sudan per studi archeologici. Gli scavi erano stati intrapresi dal professor Sergio Donadoni che glieli consegnò alla fine della sua carriera. Tali scavi portarono alla luce edifici della città capitale di Napata. In seguito sono stati proseguiti da un allievo di Roccati, ora docente presso l’Università di Venezia.

Per una decina di anni attiva dottorati di ricerca consorziati in egittologia, che formano molti degli egittologi di oggi. In questi dottorati gli studenti usufruivano di borse di studio in sinergia con altre sette università associate, occupandosi di ricerche monografiche che permisero la stesura di importanti pubblicazioni.

Il professor Roccati, fin da piccolo convinto vegetariano, prosegue tutt’oggi i suoi studi. Lo abbiamo incontrato a Pinerolo, nella redazione di Vita Diocesana, per un’intervista che ci ha affascinati.

 

Professore, qual è la sua scoperta più emozionante?

Studiando una pubblicazione ungherese, nella biblioteca del museo Egizio, in un locale ora adibito ad altro uso, mi accorsi che i frammenti di un papiro che avevo studiato a Torino completavano parti mancanti in un papiro conservato a Budapest.

Un’altra scoperta importante fu quella fatta a Berlino Est quando una mattina mi accorsi, studiando un ostracon, che il suo testo conteneva un passo non ancora noto di un importante testo sapienziale. L’ultima scoperta è molto recente e l’ho fatta già da “pensionato”. Un egittologo italiano che vive in Giappone ha scoperto che lastre di pietra inscritte in geroglifici acquistate da un museo di Tokio appartenevano a decorazioni di un’antica tomba venduta illegalmente all’asta. Il frammento parla di un giovane egiziano, all’epoca di Pepi I, il quale intraprese un viaggio in Asia, recandosi in tre località differenti, la più lontana nel centro dell’Anatolia. Questo viaggio fu fatto per comprare argento e si scopre ora che viaggi di questo tipo erano frequenti. Grazie a questo reperto si documenta che l’Anatolia era già attiva a livello economico dal terzo millennio avanti Cristo.

Qual è la bugia più grande che si racconta sull’Egitto?

Uno dei grandi problemi è la costruzione delle piramidi, argomento sul quale sono state fatte numerose teorie false, analizzando solo un particolare aspetto per poter far combaciare le proprie convinzioni.

Quale rapporto tra Bibbia ed Egizi?

Sono due visioni da prospettive diverse che a volte sono comuni e altre volte si completano. La prima menzione di Israele compare in un documento egizio in un periodo storico nel quale Israele teoricamente non doveva ancora esserci. La letteratura egizia non è stata trasmessa in modo diretto e il suo recupero è stato reso possibile solo dal deciframento dei geroglifici. C’è ancora molto da scoprire!

Un rammarico come egittologo?

Il Museo Egizio fortunatamente recuperato dal nuovo direttore. Lo stato italiano ha abdicato nella gestione del Museo Egizio cedendolo a una fondazione che ha assunto il direttore attuale, molto competente nel suo lavoro. Il problema è che l’obiettivo principale del Museo è diventato quello di speculare sul pubblico e non di studiare e finanziare ricerche.

Cristina Menghini

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