16 Luglio 2026
Ponte Morandi 8 anni dopo. Parla la presidente del Comitato Ricordo Vittime, Egle Possetti
Il 14 agosto 2018 il crollo del ponte Morandi provocò 43 vittime. Quattro di loro vivevano a Pinerolo: Claudia Possetti, il marito Andrea Vittone e i figli di lei, Manuele e Camilla Bellasio. Alla vigilia della sentenza di primo grado, attesa per il 16 luglio, abbiamo parlato con Egle Possetti, sorella di Claudia e presidente del Comitato Ricordo Vittime Ponte Morandi, per ripercorrere questi anni di dolore e di attesa.
La prima scelta importante fu quella di celebrare i funerali a Pinerolo e di non partecipare ai funerali di Stato organizzati a Genova. Come maturò questa decisione?
Fu una scelta immediata. Eravamo a Genova, io e Marcello Bellasio, il papà dei miei nipoti. Quando sentimmo parlare dei funerali di Stato, dicemmo subito che non avremmo partecipato. Naturalmente ci confrontammo anche con mia sorella Nadia. Le ragioni erano due. Innanzitutto avevamo percepito immediatamente che c’era qualcosa di anomalo in quella strage e sentivamo la distanza di uno Stato che non aveva protetto i suoi cittadini. In secondo luogo, volevamo che le salme fossero riportate nella nostra città, in mezzo ai nostri amici e a coloro che volevano bene a Claudia, Andrea, Manuele e Camilla. Celebrare i funerali a Genova avrebbe reso molto più difficile la partecipazione di tante persone che desideravano essere presenti alla cerimonia.
Le esequie furono celebrate il 18 agosto nel Duomo di Pinerolo dal vescovo Derio Olivero.
Sì, fu proprio il vescovo Derio a presiedere la celebrazione e a pronunciare l’omelia. Per noi era importante che l’ultimo saluto avvenisse a Pinerolo, nella nostra città e dentro la nostra comunità.
Quando nacque l’idea di costituire un comitato dei familiari delle vittime?
Praticamente subito. Manifestai immediatamente questa volontà e già nel messaggio che lessi durante il funerale di mia sorella, dei miei nipoti e di mio cognato avevo scritto che avremmo fatto tutto il possibile per far emergere la verità.
Nel mese successivo fui contattata dalla presidente di un’associazione dei familiari delle vittime del terremoto dell’Aquila, che aveva perso una nipote nella tragedia. Parlammo a lungo e le confidai il desiderio di far nascere un comitato, perché ritenevo che fosse la strada più efficace. Lei mi incoraggiò molto e mi disse: «è la scelta giusta, perché soltanto così sarete più forti e riuscirete a far sentire maggiormente la vostra voce, invece di agire ciascuno per conto proprio».
Il Comitato nacque quindi a Pinerolo. A fondarlo davanti a un notaio pinerolese fummo mia sorella Nadia, Marcello Bellasio e io. Circa due mesi dopo la tragedia incontrammo gli altri familiari, presentammo loro l’associazione e chi desiderò aderire lo fece. È nato così il Comitato Ricordo Vittime Ponte Morandi».
Quante famiglie sono rappresentate oggi nel Comitato?
Non parlerei di un numero preciso di famiglie, perché in alcuni casi più vittime appartenevano allo stesso nucleo familiare. Nel Comitato è rappresentato poco meno della metà delle 43 vittime, quindi circa una ventina di persone decedute».
Quali sono state le principali battaglie portate avanti dal Comitato in questi anni?
Innanzitutto abbiamo seguito il processo e ottenuto un risultato che considero storico: il Comitato è riuscito a costituirsi parte civile nel procedimento penale. Esiste infatti una norma che, in linea generale, impedisce alle associazioni nate dopo un determinato evento di costituirsi parte civile. È una norma comprensibile, pensata per evitare che vengano create associazioni fittizie allo scopo di ottenere benefici economici. Nel nostro caso, però, era evidente che un’associazione di familiari delle vittime non avrebbe potuto essere costituita prima della tragedia.
Il nostro avvocato ha argomentato molto bene questa particolarità, richiamando anche il precedente della costituzione di parte civile dell’ANPI nei procedimenti relativi a fatti della Resistenza. Siamo così riusciti a entrare nel processo. È stata la prima volta che un’associazione costituita da familiari di vittime e nata dopo l’evento è riuscita a essere ammessa come parte civile.
Questo è molto importante, perché significa essere parte attiva nel processo. Noi familiari pinerolesi siamo inoltre costituiti personalmente come parti civili. Possiamo intervenire, presentare testimoni e mettere a disposizione tecnici e consulenti. Se fossimo soltanto parti lese, non potremmo fare tutto questo: dovremmo limitarci ad ascoltare.
Il Comitato è intervenuto spesso anche nel dibattito pubblico attraverso comunicati e prese di posizione.
Abbiamo sempre cercato di rimanere attenti a ciò che accadeva. Quando uscivano articoli, commenti o ricostruzioni che ritenevamo sbagliate, intervenivamo con dei comunicati. Abbiamo cercato di contrastare quelle che, senza mezzi termini, considero delle idiozie, diffuse talvolta per confondere la materia processuale, l’opinione pubblica e la comprensione dei fatti.
Forse non abbiamo sempre avuto una grande risonanza mediatica, ma non ci siamo mai fermati. Abbiamo continuato a intervenire ogni volta che ci sembrava necessario difendere la verità dei fatti e il rispetto dovuto alle vittime.
Avete contestato anche alcuni riconoscimenti pubblici assegnati alla famiglia Benetton o alle società a essa collegate.
Sì, in questi anni abbiamo visto davvero di tutto. Ricordo anche un riconoscimento attribuito negli Stati Uniti. Abbiamo assistito a situazioni che, dal nostro punto di vista, erano difficili da accettare. Ogni volta abbiamo cercato di far sentire la nostra voce.
Un altro risultato importante è stato il provvedimento a tutela dei familiari delle vittime di tragedie legate alle infrastrutture di trasporto.
Dopo il crollo ci siamo resi conto delle enormi difficoltà nelle quali possono trovarsi le famiglie. Alcune avevano perso la persona che portava a casa lo stipendio e si erano trovate improvvisamente anche in una situazione di grave difficoltà economica. Proprio le persone maggiormente in difficoltà furono spesso le prime ad accettare i risarcimenti, rinunciando così alla possibilità di costituirsi parte civile.
Abbiamo quindi chiesto un provvedimento che, sulla scorta delle normative previste per le vittime del terrorismo e della mafia, garantisse una tutela immediata ai familiari. Dopo quattro anni di battaglia, il Parlamento ha approvato il provvedimento all’unanimità. Alcune persone nelle istituzioni lo hanno sostenuto e portato avanti, ma anche noi non abbiamo mai smesso di chiederlo.
Queste misure potranno essere applicate alle famiglie coinvolte in future tragedie simili alla nostra. Avremmo desiderato un perimetro molto più ampio, capace di comprendere tutte le grandi tragedie, ma sarebbe stato difficile quantificare gli importi necessari e inserirli nel bilancio dello Stato. È stato quindi necessario restringere l’ambito agli eventi legati alle principali infrastrutture di trasporto.
Speriamo naturalmente che non debba più accadere nulla di simile e che queste norme abbiano anche una funzione deterrente. Qualora però si verificasse un’altra tragedia, i familiari potrebbero ricevere subito un sostegno economico, assistenza psicologica e alcune tutele, come una priorità nelle assunzioni per i congiunti delle persone decedute.
Torniamo a Pinerolo. Nel territorio sono stati realizzati diversi luoghi dedicati alla memoria delle quattro vittime. Uno dei primi fu il sentiero inaugurato il 13 ottobre 2019.
Occorre distinguere due percorsi. Il primo è dedicato specificamente a mio nipote Manuele Bellasio. Fu realizzato dal Cai di Pinerolo perché Manuele era un allievo del gruppo giovanile di mountain bike e si stava preparando a diventare istruttore. Nei pressi di Casa Canada è stato quindi inaugurato il Sentiero Bellasio, un percorso che può essere affrontato anche a piedi, ma che è attrezzato soprattutto per la mountain bike e presenta alcuni passaggi tecnici.
C’è poi un secondo itinerario, dedicato a Claudia, Andrea, Manuele e Camilla. Parte dalla stazione di Pinerolo e raggiunge Casa Canada attraversando la collina. Anche questo percorso è stato tracciato dal Cai ed è percorribile sia a piedi sia in bicicletta. È piuttosto lungo, soprattutto se affrontato a piedi.
I due percorsi sono differenti, ma si sviluppano nella stessa zona, sulla collina pinerolese del Talucco. Rappresentano due modi diversi di mantenere vivo il ricordo: uno è legato in modo particolare alla passione di Manuele per la mountain bike, l’altro abbraccia la memoria dell’intera famiglia.
Il 13 dicembre 2022 è stato poi inaugurato uno spazio commemorativo in piazza d’Armi.
Sì. In piazza d’Armi è stato creato un angolo dedicato alle quattro vittime pinerolesi. Ci sono un leggio con una targa, quattro alberi e due panchine. Ciascuno dei quattro alberi è dedicato a una delle vittime. L’intervento è stato realizzato con il contributo del Rotary Club Pinerolo e del Comune ed è stato uno dei primi segni pubblici attraverso i quali la cittadinanza ha voluto custodire la loro memoria.
Esiste anche un secondo luogo nel Parco della Pace.
Sì. Il progetto è nato su iniziativa dell’associazione “Noi per Voi” di Masone, un Comune vicino a Genova. L’associazione sta cercando di piantare, in ciascuna delle città colpite dalla tragedia, 43 alberi, uno per ogni vittima. Nel Parco della Pace di Pinerolo è stato così realizzato un percorso formato da 43 piante. Il Comune ha collaborato scegliendo alberi un po’ più grandi rispetto a quelli utilizzati in altri parchi. La nostra famiglia cerca di prendersene cura, soprattutto in questi primi anni: li irrighiamo e facciamo il possibile perché possano svilupparsi e crescere sani. Anche questo è un modo concreto di custodire la memoria.
A Genova, nel dicembre 2024, è stato invece inaugurato il Memoriale 14.8.2018. Che cosa rappresenta per voi familiari?
È un luogo che abbiamo chiesto fin dall’inizio. È molto bello, anche se intorno sono ancora in corso alcuni lavori e quindi non riusciamo ancora a valorizzarlo pienamente. Fa parte del progetto studiato dall’architetto Stefano Boeri, che sarà tra l’altro ospite a Pinerolo nel mese di settembre nell’ambito del Pine Hope Festival.
Per noi il Memoriale è indispensabile. Deve permettere di fare memoria e di raccontare ciò che è accaduto. Fra vent’anni ci saranno persone che non sapranno nulla del ponte Morandi e di quel 14 agosto 2018. Quel luogo dovrà spiegare loro che cosa è successo e ricordare le vite spezzate dal crollo.
In questi anni si sono creati rapporti di amicizia fra i familiari delle diverse vittime?
Certamente. Con le famiglie che fanno parte del Comitato c’è un grande affetto. Con alcune persone è nata un’amicizia importante, molto profonda. Abbiamo condiviso un’esperienza che nessuno avrebbe mai voluto vivere e che crea inevitabilmente un legame particolare.
A volte non abbiamo neppure bisogno di parlarci: basta guardarci negli occhi e ciascuno comprende immediatamente quello che l’altro sta provando. Sono nate amicizie importanti e intense, costruite dentro un dolore comune ma anche attraverso tanti anni di impegno condiviso.
P.R. – Foto Lino Gandolfo
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