Una vita consumata in soli 22 anni quella di Marie Charlotte Vaudey (1807-1829), la giovane religiosa francese che fondò la congregazione delle Suore di San Giuseppe di Pinerolo. Di lei si sapeva poco o nulla, fin quando suor Claudia Frencia iniziò un’avvincente ricerca che l’ha condotta fino alla pubblicazione del libro “Una Speranza per la città” (Vita editrice).

Il volume è stato presentato lo scorso venerdì a Pinerolo nella basilica di San Maurizio in una serata ricca di emozioni, tradotte in musica dalle esecuzioni del  coro InCantando dell’Istituto Maria Immacolta (diretto da Rosy Zavaglia) e interpretate dai lettori Mauro Borra e Maria Finello.

Dopo il saluto di suor Gemma Valero, madre generale delle Suore di San Giuseppe, moderati dal direttore di “Vita Diocesana Pinerolese”, Patrizio Righero, sono intervenuti Paolo Pivaro e Margherita Drago che hanno tracciato il contesto storico in cui si colloca l’opera di madre Speranza.

Quindi la parola all’autrice, suor Claudia Frencia, che ha raccontato il suo percorso di ricerche tra Italia e Francia che l’ha portata a ricostruire la biografia di Marie Charlotte Vaudey.

Il libro è disponibile a Pinerolo presso: redazione di “Vita Diocesana Pinerolese” (via Vescovado, 1); Istituto Maria Immacolata (viale Rimembranza, 86); Libreria Mondadori (piazza Barbieri, 15).

Photogallery di Lino Gandolfo 

Marie Charlotte Vaudey, una Speranza per la città

La congregazione delle Suore di San Giuseppe di Pinerolo è stata fondata, con tanto amore e sacrificio, da una giovanissima religiosa di soli diciotto anni: madre Speranza Vaudey. Sulla sua figura  è in uscita un libro di suor Claudia Frencia, vicepreside e docente di Lettere presso la scuola media dell’Istituto Maria Immacolata di Pinerolo. S’intitola: “Una Speranza per la città”  ed è un lavoro davvero prezioso, frutto di approfonditi studi e di una ricerca appassionata, che aiuta a conoscere meglio anche la storia di Pinerolo e chiarisce, documentandoli bene, alcuni punti della vita della protagonista. La prefazione è firmata dal nostro vescovo emerito, monsignor Pier Giorgio Debernardi.  Un ricco apparato iconografico accompagna il testo, permettendo di vedere i luoghi in cui madre Speranza è nata e vissuta e di conoscere i volti di alcune persone che l’avvicinarono.

«Il mio lavoro di ricerca sulla vita di madre Speranza è stato piuttosto complesso e lungo – racconta suor Claudia nelle pagine finali. – Ho iniziato nel 2005; dopo aver letto con attenzione le “Cronache” della nostra congregazione, che riportano la storia della fondazione e una breve biografia di suor Speranza Vaudey, ho desiderato conoscere maggiormente le sue radici. Mi sono recata una prima volta a Les Chapelles, suo paese natale; ho incontrato una discendente dei Vaudey, Justine Tetu, che mi ha dato alcune informazioni, ma non ho trovato documenti, perché l’archivio parrocchiale è andato perduto interamente per un incendio. Al cimitero, situato ai lati della chiesa, ho trovato la lapide dei genitori di madre Speranza; leggendo l’iscrizione ho appreso che sicuramente lei aveva dei fratelli. Ho scritto in seguito ai vari archivi savoiardi: archivio dipartimentale di Chambéry e archivi diocesani di Chambéry e di Annecy». Dopo un fitto scambio epistolare con gli archivisti, suor Claudia si è recata a Les Chapelles per una seconda volta: «Ho incontrato il sindaco, Gilles Flandin, nativo del paese; da lui ho ricevuto alcune spiegazioni importanti […]. Ho scoperto le notizie più interessanti negli archivi di Annecy: le suore della Casa madre conservano un diario di monsignor Rey che contiene, giorno per giorno, tutti gli avvenimenti concernenti la Diocesi di Pinerolo e poi di Annecy, a partire dal 1825. In queste pagine, molto sgualcite, si trova tutta la storia degli inizi della nostra congregazione, vista con gli occhi di un pastore d’anime: l’arrivo delle suore, la reazione della gente, le ansie del vescovo, l’insediamento nel convento di San Francesco, la malattia e la morte di madre Speranza. Interessanti anche le notizie su padre Pio Bruno Lanteri e sul rapporto del vescovo con i valdesi: questo diario è uno spaccato di storia pinerolese».

Così, con l’apporto di tutte le tessere del mosaico tanto amorosamente cercate, la storia di madre Speranza è andata dispiegandosi pian piano sempre più lineare. Certo scrivere un libro su di lei resta comunque un lavoro difficile, perché la fondatrice non ha lasciato nessuna memoria, nessun diario, nessuna lettera. Niente, neanche una riga, con una scelta molto probabilmente voluta, per vivere con coerenza lo spirito di nascondimento e di semplicità della sua congregazione. Eppure suor Claudia riesce ugualmente a farci conoscere la figura di questa giovane religiosa, tanto umile e tanto grande.

Marie Charlotte Vaudey nacque a Les Chapelles, in Savoia, il 20 ottobre 1807. Charles Alexis, suo padre, era un discendente dei conti Vaudey, originari dell’antico ducato di Borgogna, appartenenti alla nobiltà francese fin dall’undicesimo secolo. Era coltivatore e maniscalco, ed era considerato di classe sociale agiata. La madre si chiamava Lucie Lorendot. Marie Charlotte era la seconda piccina giunta a rallegrare un focolare domestico che in seguito avrebbe visto nascere altri nove bambini  (due dei quali sarebbero morti con pochi giorni di vita). Entrambi i genitori erano cattolici convinti che seppero restare fedeli alle loro convinzioni religiose anche durante i torbidi della Rivoluzione francese. La piccola Marie Charlotte ricevette il Battesimo dalle mani di un novello sacerdote, anch’egli nativo di Les Chapelles, Alexis Billet,  futuro  arcivescovo di Chambéry e poi cardinale, importante protagonista della cultura e della spiritualità francese. Possiamo facilmente immaginare che l’infanzia di Marie Charlotte fu piena di giochi, data la nidiata di bimbi che c’era a casa sua. La formazione scolastica non fu trascurata: frequentò la scuola di Les Chapelles, che era una delle cosiddette “scuole di latinità”, in cui gli allievi ricevevano un insegnamento equivalente a quello impartito nelle classi di liceo. Ben presto sentì sbocciare nel cuore la vocazione: a soli quattordici anni, nel 1821, entrò fra le Suore di San Giuseppe di Chambéry, dove venne accolta da madre Saint-Jean Baptiste Marcoux,  una religiosa di grande valore a cui  suor Claudia dedica un intero capitolo. Il 7 ottobre 1822, a quindici anni, Marie Charlotte, ora suor Speranza, fece la vestizione religiosa; il 5 ottobre 1824 ci fu la sua professione perpetua, nelle mani di monsignor Francesco Maria Bigex, (già vescovo di Pinerolo e poi arcivescovo di Chambéry). Intanto il nuovo vescovo di Pinerolo, il savoiardo Pierre-Joseph Rey, conosciute le necessità della sua Diocesi, iniziò una fitta corrispondenza con madre Marcoux per ottenere l’invio di alcune religiose a cui affidare l’educazione delle fanciulle, la cura dei malati e il servizio dei poveri. Le difficoltà per questa impresa erano molte, a partire da quelle economiche, ma il vescovo amava ripetere: «La Provvidenza occorre provocarla per costringerla ad aiutarci; gettare il seme e attendere, ma gettarlo… sempre e comunque».

Finalmente madre Marcoux decise di acconsentire al vivo desiderio del vescovo, mandando tre  suore, tra cui la diciottenne Speranza Vaudey, che venne nominata superiora della piccola comunità. Nel settembre 1825, col cuore pieno di entusiasmo, le tre giovani giunsero a Torino dove studiarono i primi rudimenti di italiano. L’8 novembre 1825, raccolte e silenziose, senza nessuna manifestazione pubblica, arrivarono a Pinerolo. Si recarono  subito da monsignor Rey che inizialmente le sistemò in un’ala del vescovado. Tre anni dopo, il vescovo volle accompagnare la comunità, che nel frattempo si era arricchita di nuove vocazioni, nello stabile che era stato sede del convento dei Frati Minori di San Francesco (l’attuale Casa madre delle Suore di San Giuseppe). Per acquistare a favore delle suore questo caseggiato e avviarne la ristrutturazione, monsignor Rey vendette una croce e un anello di diamanti, doni preziosi che aveva ricevuto dal re Carlo Felice. Per far fronte alle spese elevate giunse anche il contributo di altri benefattori, tuttavia i lavori necessari erano molti e il luogo continuò ad essere molto umido, danneggiando la salute delle religiose. La vita delle prime suore era dura per la grande povertà, tanto che a volte non avevano nulla da mangiare. Madre Speranza affrontò la miseria con  coraggio e dignità. Nella sua delicatezza, preferì non informare  della situazione né monsignor Rey né madre Marcoux, per non gravarli dei propri problemi. Inoltre, madre Speranza e la sua comunità ebbero anche a che fare con le assillanti pretese di un vicino piantagrane, come talora succede.

Nonostante queste grosse difficoltà, l’apostolato delle suore fra i poveri e i bambini fu come un raggio di sole. Madre Speranza, con la sua bella intelligenza, imparò presto il piemontese: così poteva predicare in dialetto ai poveri, mentre il vescovo serviva loro la minestra. Ma la vita dura, le preoccupazioni, l’impegno generoso nell’apostolato, le penitenze segrete limarono presto le forze della giovane superiora.  Nell’autunno del 1827 un episodio tragico: dopo aver servito alle suore da mangiare, madre Speranza riservò per sé gli avanzi rimasti sul fondo del recipiente. Disgraziatamente il povero cibo, impregnatosi di verderame, le causò subito violente convulsioni. Il medico riuscì a salvarla dall’involontario avvelenamento, però il suo  fisico  rimase   indebolito. Sembrava essersi ripresa, ma il 7 novembre 1828 ricominciarono i suoi problemi di salute, con terribili coliche che le impedivano di reggersi in piedi. Il 20 febbraio 1829 spirò dolcemente nel Signore. Aveva ventuno anni. Come una rosa spezzata dall’aratro, morì prematuramente. Ma il suo nome e la sua memoria esalano ancora oggi il  profumo di Cristo.

 

Donatella Coalova