Spesso e vie del Signore sono molto avventurose, soprattutto per chi gli dona la sua vita e si lascia guidare dallo Spirito. È il caso di Patrick Milan Napal, un sacerdote che presta il suo ministero nella chiesa cattolica di Uralsk, nel Kazakistan occidentale. Ma il Kazakistan non è la sua patria.

Patrick, 37 anni, è nato a Magallanes, nelle Filippine, da una famiglia povera. «Ho dovuto aiutare i miei genitori, specialmente mia madre, a guadagnare qualcosa. Mia sorella Jean e io andavamo in strada con pentole e cucchiai in mano e gridavamo a gran voce vendendo il cibo che mia madre cucinava. A volte mia madre lavava i panni sporchi dei nostri ricchi vicini e andavamo ad aiutarla raccogliere i vestiti e a restituirli…»
Scopre la sua vocazione fin da ragazzino. «Avevo circa cinque anni quando ho capito che volevo diventare prete. Se mi chiedevano che cosa avrei voluto fare da grande io rispondevo: “Voglio essere un prete”. I miei amici mi prendevano in giro perché avevo preso l’abitudine di pregare prima di dormire e, a volte, avevo paura di non riuscire a fare le mie preghiere, così ogni volta che ne avevo la possibilità, anche quando giocavo, mi mettevo in ginocchio in un angolo e pregavo. Per i miei compagni di gioco questo era strano».
Patrick a soli 16 anni entra in una congregazione religiosa e pensa di proseguire come “fratello”, senza dover diventare sacerdote. Dopo un periodo di discernimento capisce che la sua strada non è in quella comunità, così inizia a cercare un nuovo ordine religioso. «C’erano tre Congregazioni con cui ero in contatto in quel periodo: una negli Stati Uniti, una in Russia (la mia comunità attuale) e una in Italia. Quella americana fu la più veloce a rispondere e quindi ho pensato che fosse la comunità giusta per me, sono andato in America nel dicembre 2006, ma nella prima settimana dell’aprile del 2007 mi hanno detto che non avevo la vocazione e quindi dovevo tornare nelle Filippine. Avevo il cuore spezzato. Mi è sembrato che tutto il mondo mi fosse caduto addosso, pensavo di morire».
Tornato a casa Patrick forma un gruppo che si mette a servizio dei poveri. «Era un’organizzazione laica con l’intenzione di diventare una congregazione religiosa, con l’autorizzazione del vescovo locale di Davao che mi aveva dato un sacerdote per accompagnarmi nello sviluppo del gruppo. In quei giorni andavamo come volontari nell’ospedale psichiatrico dei Padri Maristi ogni domenica, e abbiamo organizzato programmi di alimentazione per i bambini poveri, abbiamo fatto apostolato nelle strade e organizzato attività spirituali per giovani e famiglie nelle case».

Intanto Patrick riallaccia i contatti con la comunità russa. Si tratta della congregazione dei Canonici Regolari di Gesù Signore fondata da due sacerdoti statunitensi con la mission di far rivivere la Chiesa cattolica in Russia e negli ex Paesi dell’Unione Sovietica.

Quindi riprende il suo percorso e vive un periodo di tirocinio pastorale in Armenia dove si trova molto bene, ma per finire gli studi teologici viene mandato in Kazakistan. «Sono arrivato nel settembre 2017, ho terminato la mia teologia e sono stato ordinato diacono il 13 maggio 2018. Ero andato in Kazakistan solo per motivi di studio, ero convinto che sarei tornato in Armenia. Ma Dio aveva un piano diverso». Per lui segue un difficile periodo di ricerca e discernimento che termina con l’ordinazione presbiterale il 2 aprile 2019.

 

La sensibilità di Patrick per i poveri e per le persone abbandonate non viene mai meno ed è proprio con loro che vive esperienze pastorali molto intense. «In Russia ho lavorato come volontario in un ospizio di anziani abbandonati dai loro cari. Nessuno degli ospiti dell’Ospizio era cattolico. Molti di loro, però, erano credenti (alcuni ortodossi)». E ci racconto tre storie «dolorose, ma belle.

 

 

Lena, Valdimir e Baba Masha

«Lena aveva 80 anni ed era alcolizzata. Ha trascorso i suoi ultimi giorni in quell’ospizio. Andavo ogni giorno a darle da mangiare, tranne la domenica. Mi chiamava papà, era molto debole e fragile. Aveva paura di morire. Ho avuto la possibilità di parlarle della vita eterna che Dio si sta preparando per noi, e ho avuto il coraggio di chiederle, sul suo letto di morte, se voleva essere battezzata, e lei ha detto “sì”. Così l’ho battezzata sul suo letto e tre giorni dopo è morta. Era l’unica cattolica in quel posto, ma solo per un tempo molto breve. È stata la “figlia” più anziana che ho avuto!»
E poi c’è l storia di Vladimir, un marinaio, vedovo, padre di tre figli che lo hanno abbandonato.

«La prima volta che l’ho incontrato era molto riservato. Ha cercato di ignorarmi, ma sentivo che stava prestando attenzione alla conversazione che avevo avuto con un altro uomo nella stessa stanza. Poi un giorno mi ha permesso di dargli da mangiare per pranzo. Quello fu l’inizio della nostra amicizia. Aveva più di 70 anni. Era quasi cieco. Mi ha chiesto se avessi figli? Io ho risposto “no”. E lui: “questo è molto male”. E poi mi ha chiesto: “perché non ti sei sposato”? Gli ho detto: “se fossi sposato non potrei essere qui per nutrirti e stare con te”. Poi mi ha chiesto: “perché sei qui?”. Ho risposto: “perché sono cristiano, credo in un Dio che mi ama, e che vuole che io condivida quell’amore con gli altri». Poi ha chiesto: “chi è questo Dio?”. Ho detto “È Gesù”. E lui: “non capisco perché vieni da me, non volevo nemmeno parlare con te, ma tu vieni ancora da me. Perché?” Ho detto: “Perché ti voglio bene”. E proprio in quel momento dai suoi occhi sono iniziate a scendere le lacrimi e mi ha detto: “grazie per non essere sposato, grazie per essere qui con me, grazie per volermi bene”.

Infine c’è la storia di baba (nonna) Masha. «Lei aveva tre figlie: Vera (Fede), Nadyezhda (Speranza) e Lyubov (Amore). Una di loro è già morta; una è malata e una la visitava ogni settimana. Era una ortodossa battezzata, originaria dell’Ucraina, ma si era trasferita a Vladivostok quando aveva vent’anni. Sebbene fosse stata battezzata non praticava la sua fede a causa della persecuzione durante il periodo dell’Unione Sovietica. Aveva un problema al braccio sinistro e io le facevo un massaggio che le piaceva molto. Giunse il momento in cui capii che stava morendo. Le ho parlato della vita dopo la morte e ho capito che non ci credeva. Le ho detto che se non ci credeva io sarei stato triste. Lei mi ha chiesto: “perché?” E io le ho detto “perché non la vedrò in paradiso”. E lei: “come fai a sapere che ci vai?”. E io: “Perché Gesù ha detto questo e Gesù sta preparando un posto per me in paradiso”. Allora mi chiese: “Se credo, Gesù porterà anche me in paradiso?” Ho sorriso e detto: “Sì. Il paradiso è così bello che nessuno può descriverlo: senza dolore, senza lacrime, solo gioia e pace con Gesù, con Mamma Maria, i santi e gli angeli». Baba Masha rimase in silenzio per un po’, poi mi guardò e chiese: “Quando ci incontreremo in paradiso, non mi massaggerai più?” Anche se avevo le lacrime agli occhi, la domanda del massaggio in paradiso mi fece sorridere e le risposi: “Baba Masha, non avrai bisogno di un massaggio in Paradiso, perché lì non ci sarà dolore”. E lei disse: “Ma io voglio ancora il tuo massaggio”. Allora le ho detto: “Ok, se credi in Gesù, se credi che Lui ti ama, e se credi che ti stia preparando un posto per te in Paradiso, allora ti vedrò in paradiso e quando saremo lì ti farò il massaggio. Affare fatto?”. E lei disse sì.

Ho chiamato il prete ortodosso per prepararla a una morte santa, ma il prete non è venuto. Quindi l’ho detto al mio superiore che ha ascoltato la sua ultima confessione. Quindi ha ricevuto il sacramento degli infermi. Stavo tornando nelle Filippine quando ho saputo che è morta lo stesso giorno in cui ho lasciato Vladivostok».

In prima linea per annunciare il Vangelo

Patrick non parla (e canta!) solo un buonissimo italiano. Oltre alla sua lingua natale, il cebuano, parla il tagalog (filippino), l’inglese, lo spagnolo e il russo, lingua usata anche in Kazakistan dove è viceparroco.

«Ci sono pochissimi cattolici, circa 25.000 su quasi 19 milioni di abitanti. Nella mia precedente Parrocchia c’erano 54.000 abitanti nella città, ma avevo solo 25 parrocchiani e non tutti erano cattolici, venivano anche degli ortodossi perché non avevano una chiesa lì. Veniva anche una donna musulmana che si è sposata con un cattolico e porta i suoi figli in chiesa quasi tutte le domeniche, quindi la vediamo come parrocchiana.

Ogni tanto riceviamo alcuni kazaki nella nostra Chiesa ma pochi di loro hanno accettato la fede cattolica. Nella mia precedente parrocchia, c’era un vecchio kazako che ora è cattolico, è diventato cattolico nel carcere dove ha incontrato il cappellano.
Un’altra donna con suo figlio è diventato cattolica in segreto, perché hanno paura che i loro parenti possano scoprirli e rinnegarli.

In quella lavoravo nel mio giardino ogni giorno dopo il lavoro. I vicini mi vedevano lavorare e hanno iniziato a venire a parlare con me e poi li ho invitati a venire in Chiesa. Non erano kazaki, erano russi, e sono venuti in chiesa cinque di loro. La cosa triste è che quando ho lasciato quella parrocchia, hanno lasciato anche la chiesa. Si erano attaccati a me e non a Gesù. Non avevano ancora radici. Prego ancora per loro e a volte mi chiamano per Whatsapp».

Patrick ha sempre desiderato andare in prima linea, dove i cristiani sono pochi ed è stato accontentato: «Qui nella mia nuova parrocchia, dove ogni domenica vengono circa quaranta persone, c’è una madre che è per metà tatara e per metà kazaka e con le sue tre figlie stanno facendo il cammino di catecumenato».

Patrizio Righero