A margine dell’incontro “Le migrazioni e il nuovo umanesimo mediterraneo”, organizzato lo scorso 10 maggio dal Centro Missionario Diocesano, abbiamo posto qualche domanda al relatore, monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo.

Guardando ai flussi migratori nel Mediterraneo non si può non fare riferimento alla Libia. Quale è oggi la situazione di questo paese?

È tragica! Fino all’inverno scorso il vescovo maltese, delegato apostolico per Tripoli e amministratore apostolico di Bengasi, non è potuto andare a Bengasi. Gli han detto: “Il lasciapassare lo diamo, ma non possiamo garantire che possa ritornare”. Il suo predecessore ha avuto l’episcopio bombardato e ogni sera doveva cercarsi un posto per dormire: senza più alcuna sicurezza, è caduto in depressione ed è morto.

Al momento religiosi e religiose sono stati richiamati dai superiori perché il rischio di vita era continuo. L’unico rimasto è questo vescovo maltese; va e viene e non partecipa neanche alle riunioni della Conferenza perché non è sempre in grado di potersi muovere.

La situazione dei campi di prigionia?

Sono una bomba a orologeria. Questi uomini vengono arruolati nelle milizie, o costretti a pagare per andarsene, oppure li fanno fuori. Il problema è che non c’è interlocutore, non si può stare né con Haqftar né con Serraj, però qualcuno dovrà pur prendere in mano questa patata bollente. L’Italia sta cercando di fare qualcosa, ma non ne ha la forza. Si pensa che Francia e Stati Uniti abbiano delle mire ben nascoste. È una partita diplomatica sottile e sotterranea che impedisce di trovare una soluzione; nessuno si vuole giocare la faccia in una vicenda oggi affidata alle armi: chi ne soffre veramente sono gli abitanti.

Quale relazione esiste tra scafisti e mafia?

La magistratura ha fatto parecchie indagini e anche processi. Senza un punto di appoggio sulla nostra sponda, gli scafisti non potrebbero operare. Quando questi poveretti arrivano, qualcuno se ne deve far carico. Però se gli scafisti hanno mano libera dettano le condizioni. I migranti arrivano qui e devono essere sistemati da qualche parte, ci vuole una interlocuzione che non può essere alla luce del sole. Che la mafia possa proliferare in tutto questo è ovvio. Tutti gli affari da noi vedono direttamente o indirettamente la mano del potere mafioso che ancora esiste.

Da marzo lei è anche referente regionale del Servizio per la tutela dei minori nella Chiesa. Che cosa si sta facendo su questo fronte?

La Conferenza Episcopale su precisa indicazione del Papa si sta organizzando sia a livello nazionale, sia con dei referenti regionali di supporto alle Diocesi con servizi composti prevalentemente da laici con professionalità precise: psichiatri, psicologi, neuropsichiatri, coppie di genitori, docenti, per offrire alle vittime la possibilità di parlare.

Si istituiranno dei centri di ascolto tutelati perché chi ha subìto violenza possa esporre il suo caso e poter attivare una giusta procedura. La CEI discuterà ed approverà le linee guida per l’attuazione di questo servizio di tutela dei minori e dei violati. Poi con un’attenzione particolare si costituiranno i centri. Il papa chiede di spostare il baricentro dalla figura del “violatore” – da prendere in consegna per un processo canonico e per aiutarlo ad uscire dalla sua devianza – per portare l’attenzione sul “violato”. Oggi la preoccupazione principale è fare in modo che possano venire fuori da un abisso. Ci sono descrizioni paurose di quello che produce una violazione in un adolescente o in un giovanissimo: dal rifiuto della propria corporeità, all’avvelenamento delle relazioni, alla sfiducia negli altri, alla situazione di una permanente depressione: i guasti sono talmente tanti che non si possono improvvisare le procedure di intervento. Quindi si sta mettendo in modo un meccanismo di presa di coscienza e di raccolta di professionalità per offrire a chi ha subìto violenza i luoghi giusti in cui manifestare la propria situazione e trovare aiuto psicologico, morale e giuridico per uscirne fuori.

Secondo lei qual è la radice di questo fenomeno?

Escludiamo che possa essere la scelta celibataria e che possa essere una tendenza omosessuale: le indagini dei casi escludono questi collegamenti. Immaturità, fragilità e incapacità ad instaurare relazioni mature stanno alla base di questa abiezione che provoca tanto danno e per la quale la recidiva è notevole. Non sono casi o esperienze isolate, ma si ripetono e si fa un gran fatica per ricostruire le motivazioni per cui un ministro sacro cade in questa situazione.

Sono delle situazioni di una complessità notevole per entrare nelle quali ci vuole molta attenzione e conoscenza dei meccanismi psicologici legati alla figura del violatore e, per quanto ci riguarda, alla figura della persona consacrata.

Monsignor Mogavero con il vescovo Derio e i responsabili del Centro Missionario di Pinerolo