Sono andato a prenderli la scorsa settimana nella sua casa di Piscina. Me lo aveva detto più volte: «alcuni dei miei libri li lascio a te, a Vita Diocesana. E altri alla biblioteca Bonatto». Erano già pronti, impacchettati in borse e scatoloni (ma non solo libri, ho trovato anche fascicoli con suoi manoscritti inediti, appunti, riflessioni sparse, poesie). Sopra, scritto a grandi caratteri con un pennarello nero, c’era il mio nome. Era già tutto pronto. Come se lo sentisse. A consegnarmi il tutto, con le lacrime trattenute a stento, la sorella e il fratello.

Domenico Carosso, nato a Brusasco nel 1946, è scomparso lo scorso 25 marzo, a 74 anni di età. Improvvisamente. Ma ci ha lasciato una eredità culturale importate. Un pezzo della sua anima geniale e travagliata.

Lo vogliamo ricordare con il contributo di due suoi amici che lo hanno conosciuto e apprezzato.

Patrizio Righero

 

Un’intelligenza interpretativa e creativa

Riaccostando gli scritti poetici, critici, filosofici, le traduzioni dal tedesco e dal francese, di Domenico Carosso, che ebbi la fortuna ,anni orsono, di conoscere alla Sacra di S. Michele per un Convegno su Clemente Rebora, ritrovo l’intellettuale pluridimensionale in essenza:ovvero, non l’accostamento edonistico, dilettantesco di multiformi interessi,ma l’esigenza unificante di un’istanza interpretativa e creativa motivata da una radice umanisticamente etica, religiosa, cristiana. Stava lavorando ad un libro sui “Santi sociali” piemontesi che sarebbe uscito per i tipi di Vita Editrice.

Laureato all’Università di Torino, Docente per decenni di Scuola Superiore, ha coltivato gli ambiti della poesia, della critica cinematografica, della critica d’arte, della critica letteraria, della ricerca filosofica e della traduzione letteraria, terreno, quest’ultimo, in cui ha manifestato soprattutto la sua perizia e la sua sensibilità linguistica, la sua tendenza poliglotta e mitteleuropea che gli derivava dalla parte materna.

I saggi sull’attore umorista americano Jerry Lewis, sul regista polacco Tadeusz Kantor, sul cineasta francese Jean Marie Straub, su Hölderlin e su Proust; e le traduzioni, tra cui le più recenti, del poderoso volume di Heimo Schwilk sulla vita “lunga quanto un secolo” di Ernst Junger, vincitore del Premio Comisso, a Treviso, nel 2014; e della raccolta poetica di Godehard Schramm “Amare l’Europa dolceamara”; e, dal francese, “Logica e fondamento dell’etica” di Padre Pierre Jean Labarrière, sono tutti lavori sostenuti da un umanesimo religioso, dalla ricerca di un’unità interiore e pre-ideologica, nell’uomo, nella sua arte e nella sua cultura.

Se la poesia è in buona parte dedicata a Lucia, la donna amata, che lo aveva preceduto nella morte (“Diario dei nostri sentimenti”, “Colloqui”, “Lucia porta del bacio, tavola del silenzio”), c’è una zona apparentemente più “divertita” e curiosamente “gastronomica” della sua scrittura critica: “Cibi e vino dei desideri nella vita e nei romanzi di Mario Soldati”; “I promessi sapori”, “Il sugo della storia di Alessandro Manzoni”, il “barocco” gastronomico di Manzoni e Gadda: che richiamano, ad esempio,nel panorama della critica letteraria italiana del tardo Novecento, i saggi di Piero Camporesi, o “Il calamaio di Dioniso” di Pietro Gibellini (il vino nella letteratura italiana); e sono richiami che eliminano il sospetto di gratuità, di divertissement, in questi scritti gastronomico-letterari di Domenico.

Il significato autentico dell’estesissimo lavoro intellettuale di Domenico, che sembrava sempre consapevole dei suoi limiti, della dispersione, anziché delle sue eccezionali risorse, si può trovare, ad esempio in un testo su Hölderlin, edito in “Ermeneutica letteraria. Rivista internazionale”, dove il ritmo della poesia è considerato il «rapporto di tutte le facoltà spirituali che solo nella poesia pervengono all’unità». E dove il passaggio dall’antichità classica al cristianesimo è espresso in questi termini: «…alla religione plastica dei Greci, capace di costituirsi secondo la propria esperienza storica, subentra la figura, prima nascosta, di Cristo […] La luce greca declina nella notte cristiana ,un tempo storico si apre e insieme si chiude e questa cesura della storia è appunto Cristo che appare celandosi». Mentre in Proust, Carosso evidenzia la “disciplina interiore”, la “costruzione del tempo” che, come riconosce lo stesso Proust, fa pensare ad una cattedrale: «i novatori degni di diventare un giorno dei classici obbediscono ad una severa disciplina interiore, e sono innanzi tutto dei costruttori, la cui costruzione, proprio perché nuova, richiede tempo per essere individuata e riconosciuta […]. Proust evoca il tema della chiesa, della cattedrale: proprio come le chiese contengono dei pensieri che sono le linee d’architettura, altrettanto potenti e oscure, la Recherche è assimilata ad una cattedrale,in una famosa lettera a Jean Gaigneron: “Et quand vous me parlez de cathédrales -scrive Proust – je ne peux pas ne pas  ȇtre emu d’une intuition qui vous permet de deviner ce que je n’ai jamais dit à personne  et que j’écrit ici pour la première fois”» (E quando mi parli di cattedrali non posso fare a meno di essere commosso da un’intuizione che ti permette di indovinare ciò che non ho mai detto a nessuno e che scrivo qui per la prima volta).

Dal Cristianesimo a Proust il passaggio sembra arrischiato, ma nell’intelligenza umanisticamente correlativa e interculturale di Domenico Carosso, il rischio, l’azzardo sono componenti di una ricerca unica, per il suo coraggio, per la sua veritiera originalità.

Paolo Leoncini

 

Buon viaggio, professore!

Il professor Carosso era molto legato a me, ma soprattutto a mio padre e mia madre. Quando frequentava casa mia io ero poco più di una bambina che però, fin da subito, aveva riconosciuto in lui una figura poliedrica, di grande valore e culturalmente quasi irraggiungibile da cui rimasi, allora e per sempre, intellettualmente affascinata.

Storico e filosofo, ma soprattutto cultore appassionato del cinema tedesco, provò ad inculcarmi per questo lo stesso suo entusiasmo, ma senza troppo successo.

Ma, nonostante il non condiviso amore per Herzog o Fassbinder, ci scoprimmo invece vicini di pensiero su molti altri argomenti, sebbene stare al passo con la sua sconfinata cultura davvero non era cosa da poco.

Eppure quel professore onnisciente, lettore onnivoro e compulsivo, quasi impossibile da cogliere in fallo, era invece un uomo umile, schivo e solitario, dalla personalità fragile e dall’umanità così esposta da essergli quasi dannosa.

Lui, che inconsapevolmente mi insegnò a sviluppare il senso critico e l’amore per la verità vera e non manipolata, a documentarmi cercando fonti realmente attendibili prima di esprimere un giudizio o un’opinione, a setacciare il dettaglio e considerare tutte le ipotesi prima di prendere per buono tutto ciò che mi viene riportato, era un essere ingenuo ed emotivamente indifeso, davvero molto facile da ferire nei sentimenti e nell’orgoglio, a volte senza nemmeno rendersene conto.

Le nostre mamme, seppur di età diverse, si ammalarono della stessa malattia quasi contemporaneamente e fu proprio in quel frangente che colsi la sensibilità quasi fanciullesca di Domenico che, sebbene ormai uomo adulto e autonomo, amava profondamente sua madre e ne temeva la dipartita con la stessa disarmante paura di un bambino.

La nostra non è stata una frequentazione assidua e in effetti da quando mio padre è mancato nel 2002 le nostre occasioni di incontro le potrei contare sulle dita di una mano. Tuttavia, in quelle poche, ha sempre ed inevitabilmente prevalso il desiderio reciproco di metterci al corrente di tutto così da restare presenti l’uno nella vita dell’altra. L’ultima volta aveva affrontato uno scomodo viaggio in treno per venire a visitare una mostra organizzata dal Comune di Caluso per celebrare il decennale della morte di mio padre. Lo accompagnai alla stazione e in quel paio d’ore insieme riemerse un mare di ricordi e di buone intenzioni di ritrovarci presto, anzi prestissimo.

Era ottobre del 2012.

Non ci siamo più visti e da oggi so che non lo faremo più.

Ma: nel 2016 ho scritto e pubblicato un libro in cui parlavo anche di lui. Pur temendone il giudizio glielo spedii.

Passarono mesi e quando ormai nemmeno ci pensavo più, ricevetti una sua mail, che ancora conservo, in cui, entusiasta, mi ringraziava di aver scritto proprio “quel” libro, per la delicatezza e la semplicità con cui avevo trovato il coraggio di raccontare e raccontarmi.

Toccai il cielo con un dito perché, anche se il libro nel frattempo, non era diventato un best seller, quella sua recensione così inaspettatamente positiva per me valeva più di mille vendite.

Lo sapevo ormai in età avanzata e non più in salute e anche se la sua morte non è stata una notizia del tutto imprevedibile ciò che mi fa più male è sapere che, visto il momento infausto, anche  stavolta se ne è andato solo, come quando ha preso quel treno nel 2012, come spesso nella sua vita, come sempre nella sua complessa genialità.

Buon viaggio prof. Buon viaggio amico mio.

 

Domiziana Magaton