Parlare di musica popolare può far storcere il naso a chi magari la considera una forma artistica minore e di scarso valore, che non ha poi molto da dire e non merita di essere considerata più di tanto. Spesso, però, un simile giudizio, o pregiudizio, si rivela essere profondamente ingeneroso perché non rende giustizia della vera natura di melodie, testi e interpreti che, al contrario, hanno saputo e sanno cogliere qualcosa di autentico e profondamente umano che proviene dal cuore e dalla pancia di una terra e della sua gente. Qualcosa di simile è avvenuto nella lunga vicenda artistica di Mario Piovano, ricordato e commemorato sabato 18 gennaio nel corso della presentazione del libro di Fabio Banchio “I grandi maestri piemontesi della fisarmonica” presso il museo dell’immigrazione a Frossasco.

Fuori, una fitta pioggia sul grigio dei tetti in losa e il fumo basso e profumato di legno dei camini, dentro, una sala conferenze piena all’inverosimile e il calore di ricordi che parlano di viaggi, incontri, musica, amicizia e fisarmonica. Dalle parole di Michele Colombino e del maestro Banchio emerge un ritratto fresco e tutt’altro che retorico del musicista, cantante e fisarmonicista Mario Piovano, scomparso all’età di ottantasei anni lo scorso dicembre. Su tutto emerge la semplicità e l’umiltà di un artista che ha saputo passare con naturalezza dalla ribalta del Moulin Rouge alle atmosfere più nostrane delle sagre di paese; dalle collaborazioni importanti con musicisti e cantanti di fama nazionale e internazionale alle canzoni da osteria, magari dopo una cena tra amici. Un tavolo di legno, due bottiglie di rosso e bicchieri che si svuotano senza troppi indugi. A Mario Piovano piaceva stare in mezzo alla gente e regalare a tutti la sua musica e le sue canzoni, duettando con la sua inseparabile fisarmonica.

Sapeva suonare in modo sempre discreto ed elegante, rivelando una non comune conoscenza dell’armonia e del controcanto che gli permetteva di accompagnare con sapiente ricchezza armonica anche i brani più semplici, in modo da non farli mai risultare banali.

Ma quando ci si ritrova per ricordare colui che è stato definito come il “re della fisarmonica”, il suono di questo strumento non può rimanere assente e così Luca Zanetti, noto fisarmonicista e jazzista piemontese, ha regalato ai presenti l’esecuzione di alcune tra le più famose e conosciute composizioni di Mario Piovano.

Abbiamo perciò approfittato volentieri dell’occasione per una chiaccherata con questo apprezzato professionista.

Maestro Zanetti, perché si è dedicato proprio alla fisarmonica?

Devo parlare di storia e destino. Mio bisnonno, mio nonno e uno zio, tutti di parte materna, suonavano la fisarmonica. Avevo dieci anni quando mi hanno messo per la prima volta in mano una fisarmonica. Non l’ho più posata.

Dopo la folgorazione iniziale, ho studiato con un insegnante “di paese” fino a quindici anni, età in cui ho iniziato a suonare in pubblico in un’orchestra da ballo dove ho incontrato un trombettista che aveva suonato con Giovanni Vallero. Ho voluto conoscere il leggendario fisarmonicista e compositore e, dopo poco tempo, sono diventato suo allievo. Gli devo molto, specialmente perché mi ha fatto scoprire le potenzialità di questo strumento.

Ci parli del suo incontro con il jazz. Esperienze significative e incontri importanti.

Dopo il periodo delle orchestre da ballo ho iniziato a frequentare l’associazione culturale Centro Jazz di Torino dove ho seguito diversi corsi e suonato in varie formazioni nelle quali ho incontrato musicisti bravissimi. Non posso fare qui tutti i nomi, mi piace però ricordare l’Atelier de Swing, con i chitarristi manouche Marco Parodi e Lorenzo Marino e con il contrabbassista Francesco Bertone e il trio “Something about Jazz”, con Saverio Miele al contrabbasso e Diego Mascherpa al clarinetto e al sax. Altra esperienza importante è stata la collaborazione con Mariano Deidda per i suoi lavori su Grazia Deledda, Cesare Pavese e, più recentemente, sulle opere di Fernando Pessoa che mi ha dato la possibilità di suonare con Gianni Coscia, con il clarinettista Gianluigi Trovesi e con il trombettista e compositore canadese Kenny Wheeler.

Cosa rende la fisarmonica in un certo senso unica e diversa dagli altri strumenti?

Secondo me nella fisarmonica c’è veramente qualcosa di unico, quasi magico. Questo dipende anzitutto dal fatto di nascere come strumento umile, veramente popolare, adatto a raccogliere e trasmettere le emozioni di tutte quelle tantissime persone che difficilmente entreranno nei libri di storia. E poi la fisarmonica non ha un’identità ben chiara e definita, come un violino o un clarinetto che, al di là della qualità di costruzione, sono ciò che sono e non potrebbero essere diversi. Il modo di essere della fisarmonica è diversificato e complesso: ci sono strumenti a due, tre, quattro o anche più voci; può avere solo un suono o molti suoni (registri), il suo timbro può essere adatto allo stile “musette” francese o al genere classico e jazz; può essere unisonora o bisonora; cromatica o diatonica; con tastiera a pianoforte o a bottoni… Tutto ciò dà origine a interminabili dibattiti e discussioni tra gli appassionati e gli specialisti.

È proprio per questo che qualcuno pensa a standardizzare la fisarmonica. Cosa ne pensa?

Da quando sono stati costruiti i primi esemplari di fisarmonica nel diciannovesimo secolo, questo strumento si è molto evoluto arrivando fino ad essere ammesso nei conservatori e credo che, inesorabilmente, il destino finale di tale evoluzione sarà la standardizzazione. Non sono sicuro però che questo sia un bene. Se si toglie alla fisarmonica la possibilità di essere così variegata, essa rischia di perdere parte della sua magia e di non creare più attorno a sé quella curiosità e quel richiamo che oggi ancora esercita. Faccia attenzione, quando due fisarmonicisti si incontrano iniziano immediatamente a disquisire sulle caratteristiche timbriche e tecniche dei loro strumenti. E questo è bello.

Quali tra i grandi fisarmonicisti apprezza maggiormente?

Senza dubbio il mio maestro Giovanni Vallero, autore di brani memorabili e ottimo esecutore e poi il grande Art Van Damme uno dei padri della fisarmonica jazz, ma certamente anche i nostri Gorni Kramer e Wolmer Beltrami. Penso che il musicista migliore non sia chi mette al primo posto il virtuosismo né chi tende a stupire eseguendo brani difficilissimi, ma chi ha personalità, chi ha un tocco che permette di essere immediatamente riconosciuto, anche con gli occhi bendati. Questi musicisti possiedono la grande dote di far diventare in qualche modo propria ogni cosa che suonano, e i nomi appena ricordati appartengono senza dubbio a questa categoria.

 

Massimo Damiano