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Personaggi  

Il 25 aprile di don Falco

Il 25 aprile di don Falco

Aprile 2014

Vogliamo cogliere l’occasione dell’anniversario della Liberazione per portare alla luce un documento inedito. Si tratta del diario del canonico don Giuseppe Falco parroco di San Verano in Abbadia Alpina per 47 anni (fu nominato nel 1905 e vi rimase fino alla sua dipartita nel 1952). È un documento redatto man mano che si verificavano fatti importanti riguardanti la vita della collettività abbadiese e spesso arricchito da argute osservazioni personali.

Don Falco era molto colto e nel contempo assai vicino ai suoi fedeli. Ha accompagnato per mano due generazioni inculcando loro un profondo spirito di fede, amicizia e solidarietà. Fu parroco in un cinquantennio a cavallo di due tragiche guerre che sconvolsero il mondo intero e coinvolsero tutte le popolazioni in drammatici avvenimenti e terribili sofferenze, spesso vissute in prima persona. L’evento che vi proponiamo è tratto proprio da questo diario e riguarda quanto successo ad Abbadia l’ultimo giorno prima della Liberazione. Leggiamo sul diario le parole di don Falco:

«La notte lunghe colonne di tedeschi con tutti i carriaggi, armi e munizioni ippotrainati o motorizzati, scendevano dalle valli facendo una tappa tra Porte ed Abbadia, Pinerolo e via Orbassano. Ovunque passavano lasciavano larghe tracce della loro barbarie. Arrivando nelle prime ore del mattino, abbattevano le porte, facevano scendere gli abitanti dal letto per occuparlo loro con una brutalità che può essere solo tedesca. Lungo il giorno si misero a saccheggiare le case asportando in modo particolare le biciclette, oltre 100 cavalli, vitelli, asini, bottiglie e quanto poteva loro essere utile nella ritirata. Durante la giornata di sabbato i distruttori, solo in piano e senza contare gli altri attorno, accesero tre fuochi alimentati continuamente da ogni cosa che potesse essere loro d’ingombro nella ritirata e si vedevano gettare nelle fiamme lenzuola nuove, coperte di valore, effetti di lana, flanella, fagotti di calze di lana nuovissime recanti ancora la marca di fabbrica, tutto veniva arso alla presenza della popolazione che fremeva a tale spettacolo pensando al bisogno che avevano di tali cose così preziose dopo cinque anni di guerra.
Alla sera del 24 aprile, sabbato, si spargeva la voce, ed era verità, che i tedeschi nell’allontanarsi dall’Abbadia avrebbero fatto scoppiare il deposito di munizioni, posto a 100 metri dal locale delle scuole composto da 700 casse, nel terreno di Chiabrando Simone. La popolazione era terrorizzata. Avvisato dal vigile Fumero, al quale la popolazione deve la più viva riconoscenza, mi porto con lui dal Comando Tedesco cercando, a mezzo dell’interprete, di ridurlo a più miti consigli. La prima proposta fattaci fu di prenderci come ostaggi e, se i partigiani avessero sparato nella notte, di portarci sul deposito munizioni e farci saltare in aria con quello. Proposta abbastanza generosa secondo la mentalità teutonica. Poi ci propose di mobilitare gli uomini di Abbadia per portare le cassette nelle acque del Chisone: operazione ardua e pericolosa, nello stesso tempo impossibile perché erano già le 18,30 ed alle 19 era il coprifuoco. Finalmente dopo averli supplicati di non far soffrire la popolazione, ci proposero di ritornare il giorno dopo alle 10 per prendere ordini. Abbiamo accettato, fermo restando l’obbligo di restare a disposizione del Comando colla consegna di non parlare con nessuno. Con questo più o meno pacifico accordo abbiamo lasciato la sede del Comando Tedesco, sito nella villa Baronis. Ed alla popolazione che a gruppi aspettava lungo la via in trepidazione, o pronta a fuggire per la collina, non ci restava che dire: state tranquilli, state tranquilli, ritiratevi nelle vostre case, state tranquilli; e si ritirarono non senza qualche timore.
Come Dio volle, nella notte stessa, i tedeschi ripresero la loro ritirata verso Pinerolo-Torino ed al mattino nelle prime ore si seppe che Pinerolo era tutta imbandierata per il possesso della città presa dai partigiani. Anche Abbadia in un attimo fu tutta imbandierata ed ebbe un’esplosione di gioia quale non si vide a memoria d’uomo. Alcune targhe collocate in piazza riguardanti i Balilla furono divelte o fatte a pezzi e calpestate dal pubblico. Una staffetta annunzia l’arrivo dei partigiani che a gruppi scendono dalle valli. L’accoglienza è delirante. Calorose strette di mano, abbracci e baci, una pioggia di fiori gettata da ogni finestra, ondate di Evviva li accolgono.
Ed io, ritirata la mia bicicletta, che il giorno precedente avevo nascosto nella volta della Chiesa, volo a Pinerolo al Comando militare della piazza onde venga piantonato e messo al sicuro il deposito munizioni. Il Ten. Gio. Armand (Abbadiese) è incaricato per un immediato sopraluogo ed il deposito venne difatti debitamente piantonato da una squadra di partigiani tanto più che correvano ancora voci che alcuni guastatori tedeschi stavano nascosti in Abbadia.
Da quel momento comincia una caccia spietata ai fascisti-repubblicani che a gruppi vengono portati nel campo di concentramento della Scuola di Cavalleria di Pinerolo ed i più colpevoli vengono senz’altro fucilati fra l’approvazione unanime del popolo che troppo, per causa loro, à dovuto soffrire».

È la fotografia di un fatto che sicuramente qualche abbadiese ricorderà ancora. La testimonianza di una persona autorevole e credibile che ha “vissuto” il tragico evento contribuendo, in modo determinante, con il suo coraggioso intervento, ad evitare una possibile dolorosa e drammatica conclusione a danno di tutti gli abbadiesi.

Non escludiamo che, vista l’originalità e l’importanza storica del contenuto di questo “Diario di un Parroco”, in futuro non si attinga ad esso per altre memorie vissute e di possibile interesse pubblico.

 

Elio Vallina

don falco

 

 

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