In occasione del Giorno del Ricordo, che si celebra il 10 febbraio, incontriamo Grazia Del Treppo, un’elegante e vivace signora che vive a Torino e fu testimone diretta delle vicende che condussero gli istriani, i fiumani e i dalmati ad abbandonare le loro terre, in seguito alle persecuzioni dei titini. Grazia sente il dovere di ricordare e di trasmettere la memoria di quella storia, perché solo attraverso la verità si può giungere alla riconciliazione. Dalle sue parole non emerge mai acrimonia o rancore, anzi; forte è tuttavia il desiderio di capire e di far capire, perché, almeno nel ricordo, emergano il rispetto e la solidarietà dovuti alle vittime delle foibe e dell’esodo dopo decenni di silenzio.

 Signora Del Treppo, com’era la vita in Istria quando lei era bambina?

La penisola istriana segna il confine orientale dell’Italia, ed è stata sempre luogo di incontro di popoli, di culture, di lingue, di tradizioni, riuscendo in un’integrazione che ha arricchito le diversità, finché l’ideologia politica non ha provocato fratture insanabili che hanno sconvolto per sempre la storia dell’Istria.

Ho ricordi precisi del tessuto sociale del mio paese, in cui slavi, austriaci e italiani convivevano serenamente. I miei nonni, italiani, parlavano il tedesco e il croato. Persino nella cucina si riscontravano provenienze diverse, e il lessico quotidiano comprendeva vocaboli delle altre lingue. Erano sempre vissuti in Istria tanti popoli e tante etnie, serenamente. È una zona di confine, e trovavamo naturale che il tessuto fosse multiculturale e multietnico, seppur con varie gradazioni: la costa occidentale dell’Istria era prevalentemente italiana, di impronta veneziana, mentre l’interno aveva anche una componente slava.

Quando e come si modificò questa condizione di convivenza pacifica?

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, tutto cambiò con l’arrivo del comunismo di Tito. Mentre in Italia si festeggiava la liberazione dal nazifascismo, il 25 aprile per noi, istriani, fiumani e dalmati, segnò, a guerra finita, l’inizio della più grande tragedia: uccisioni, infoibamenti, torture… Il Maresciallo Tito diede ordine di operare in modo da far andare via dall’Istria gli italiani, e ciò avvenne in poco tempo e in molti modi. Il braccio operativo del potere jugoslavo era costituito dalla polizia politica, che aveva permeato tutto il tessuto sociale. Ognuno aveva cominciato a diffidare del vicino, le spie erano dappertutto e si è minata e distrutta la reciproca fiducia, per cui si aveva paura di tutto e di tutti, anche degli amici.

Anch’io, bambina, respiravo quest’aria di paura, perché i miei genitori improvvisamente cominciarono a parlare sottovoce, a non frequentare gli amici, a essere molto attenti in ogni loro contatto. Non riuscivo a capirne il motivo.

In quell’epoca, la lotta contro gli italiani fu condotta anche tramite l’istituzione dei cosiddetti “tribunali del popolo”, che condannavano senza appello chi era ritenuto “nemico del popolo”. In questa categoria venivano fatti rientrare coloro che erano semplicemente italiani, e in particolare insegnanti, professionisti, piccoli proprietari terrieri, commercianti.

Anche la nostra famiglia fu colpita. In una serena e normale domenica pomeriggio arrivarono due uomini in borghese, che prelevarono la mamma. La paura fu grande perché non si sapeva dove l’avrebbero portata. Dopo qualche giorno di angoscia, mio papà seppe che era nelle prigioni di Pola, condannata senza processo per propaganda religiosa. Qualche tempo dopo, anche papà, considerato “nemico del popolo” perché commerciante, subì a sua volta un violento interrogatorio, fu processato e condannato al “lavoro volontario” (ossia forzato). Anche i nostri beni furono espropriati. L’ideologia permeava la società: persino l’educazione scolastica che ricevevamo era basata su propaganda politica e ateismo. Io avevo la fortuna di trovare, in famiglia, i valori cristiani.

Cosa sono le foibe, e cosa significa “infoibare”?

Gli infoibamenti furono la cosa più tragica. Il terreno carsico dell’Istria è crivellato di centinaia di foibe, che sono delle cavità profonde fino a trecento metri, dall’apertura stretta e dalla forma a imbuto. Già nel 1943, dopo l’armistizio dell’8 settembre, si erano verificate in Istria moltissime sparizioni di persone che solo molto più tardi si seppe essere state gettate nelle foibe. Lo stesso successe dopo il 25 aprile 1945, in tempo di pace. Di notte arrivavano i comunisti nei vari paesi, prelevavano uomini e donne dalle loro case, li caricavano sui camion, li portavano nei boschi, li legavano con il filo di ferro, e, sull’orlo della foiba, sparavano al primo della fila, che, precipitando nella foiba, si trascinava dietro tutti gli altri, ancora vivi. Così furono gettate nelle foibe più di diecimila persone. Particolare eco ebbe il martirio della giovane Norma Cossetto, catturata, violentata per giorni da diversi partigiani, e poi infoibata, ancora viva. Nelle foibe non furono gettati solo ex fascisti, ma tante persone innocenti. Un mio amico ebbe fra i suoi cari ben dodici persone infoibate.

L’ateismo di Stato della Jugoslavia comunista fu particolarmente duro con i cristiani?

Sì, il comunismo si scatenò in modo particolare contro i religiosi, i sacerdoti e le suore. Don Miro Bulešić, il giovane e coraggioso parroco del mio paese, appena ventisettenne, fu sgozzato il 24 agosto 1947. Il mio ricordo personale di lui è dolcissimo. Era un sacerdote innamorato di Dio, dell’Eucaristia e della sua gente. Era anche amatissimo da tutti noi. Aveva il coraggio di opporsi pubblicamente al comunismo pur sapendo di rischiare la vita. Più volte aveva parlato della possibilità che la sua vita sacerdotale potesse portare al martirio. E così fu. È stato beatificato nell’Arena di Pola il 28 settembre 2013, in una toccante cerimonia cui ho assistito. Anche Don Angelo Tarticchio venne infoibato e il suo corpo fu ritrovato nella foiba con una corona di spine in testa. Si stima che circa una cinquantina di sacerdoti siano finiti in foiba. Persino Monsignor Antonio Santin, vescovo di Capodistria, fu picchiato a sangue. Su questi sacerdoti, e su tutti i martiri del comunismo, sarebbe importante che si sapesse di più per onorarne la memoria.

Tutto questo clima di terrore provocò l’esodo massiccio degli italiani, che partirono dall’Istria in 350.000, abbandonando case e terreni. I pescatori dovettero lasciare le loro barche. Dalla città di Pola partirono trentamila persone: ne rimasero solo quattromila.

Come fu la vostra partenza?

I miei avevano “optato” per la nazionalità italiana e quindi per la partenza. Dopo molto tempo, fu concessa questa possibilità e la mia famiglia, con i miei nonni, colse immediatamente l’opportunità.

Io ricordo quel periodo con un dolore profondo. Anche se ero piccola, mi sono rimaste impresse le visite degli amici per gli ultimi addii e soprattutto la scura alba invernale della partenza. Dopo aver svuotato la casa e riempito un solo baule con il minimo necessario, ci incamminammo verso la stazione nel buio della notte, seguiti da alcuni amici. Io avevo compreso che la partenza era definitiva. Provai un dolore grandissimo, per cui afferrai la maniglia del portone di casa piangendo a dirotto: «Non voglio partire perché non torneremo mai più». Gli amici che erano nella corte con noi a quel punto si commossero intensamente. Papà fu costretto a staccarmi con forza dal portone, e ci avviammo piangendo tutti verso la stazione in un mesto corteo. Avevo capito che era un “mai più”, e che lasciavo, in quella notte, la mia infanzia insieme con la mia terra.

Cosa trovaste, in Italia, e come veniste accolti?

L’Italia non ci accolse bene, perché, fuggendo dal paradiso socialista di Tito, eravamo considerati tutti fascisti. Si verificarono perciò gravissimi episodi di violenza nei confronti dei profughi, soprattutto ad Ancona, Venezia e Bologna. Fummo accolti in sistemazioni di fortuna, in 180 campi profughi sparsi in tutta Italia, perlopiù ricavati da vecchie caserme. Eravamo sistemati in grandi cameroni, ogni famiglia in un box diviso dagli altri da coperte alte due metri. C’erano almeno dieci famiglie in un unico ambiente, con i servizi in comune, in mezzo alla promiscuità e nella povertà più assoluta.

Queste grandi sofferenze furono vissute con grande dignità e senza pietismi o rivendicazioni di diritti, senza chiedere nulla a nessuno. La mia famiglia è stata inviata prima nel campo profughi dell’Aquila, sulle montagne abruzzesi, fra i lupi; successivamente trasferita a Torino, alle Casermette San Paolo, dove, grazie all’impegno di tre sacerdoti e delle suore Missionarie della Consolata, noi bambini potemmo vivere un periodo sereno e superare i traumi dell’abbandono della casa, della terra e del quotidiano.

L’esilio rimane una condizione dell’anima, un male interiore che si acuisce con il tempo. L’esule si adatta facilmente a vivere in qualsiasi luogo, perché, dopo il primo taglio doloroso delle proprie radici, un luogo vale l’altro. Nessun luogo è quello radicato nell’anima. Col tempo la nostalgia si fa più acuta, ma anche più dolce, e nemmeno l’argento che incornicia il volto regala pace. Le radici sono sempre laggiù, nei luoghi del cuore, ma la vita continua a scorrere altrove.

Il coraggio della mia famiglia, l’esempio di fede, di dignità, di coraggio dei miei genitori mi hanno permesso di vivere serenamente anche queste sofferenze. Non li ho mai sentiti lamentarsi, non li ho mai sentiti deprimersi, ma sempre vivere con una fiducia immensa nella Provvidenza, con un profondo senso del dovere, e con la certezza che il Signore ci avrebbe sempre accompagnato, come è accaduto.

Apprezzo sempre di più i loro valori e il loro esempio, perché credo che sia stato molto difficile precipitare da una situazione di benessere alla povertà e poi anche alla miseria mantenendo l’equilibrio, la fiducia e la speranza. Sarò sempre grata del loro esempio di fede.

Ed è forse veramente solo la fede che permette di rielaborare queste esperienze con serenità e coraggio, desiderando tramandarle ma avendo il cuore profondamente pacificato.

 

Inkiostri

 

La famiglia di Grazia Del Treppo, nella foto con il padre Andrea, la madre Stefania, e il fratello Graziano nel campo profughi a L’Aquila