Don Ermis Segatti racconta l’inesauribile attualità del grande scrittore russo nato 200 anni fa a Mosca

 

Per una felice coincidenza il 2021 vede la ricorrenza dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri e il bicentenario della nascita di Fëdor Michajlovič Dostoevskij (Mosca, 11 novembre 1821). Due giganti della letteratura di tutti i tempi e due giganti anche della fede cristiana, che ne hanno nutrito e continuano a nutrirne la storia e l’immaginario.

Di Dostoevskij abbiamo parlato con don Ermis Segatti, sacerdote della diocesi di Torino e profondo conoscitore del mondo russo.

Don Ermis, a 200 anni dalla sua nascita, che cosa resta oggi di Fëdor Dostoevskij nella cultura mondiale?

È difficile avere riscontri di ciò che effettivamente rimane perché le fonti da raccogliere per rispondere a ciò che chiedi sarebbero molto diversificate. Basti pensare al mondo accademico e al “lettore comune” verso cui Dostoevskij  ha esercitato un suo magistero a prescindere dalle commemorazioni.

Il personaggio presenta elementi che vanno al di là della sua epoca e quindi ha un valore trascendente: per le domande che si pone, per le situazioni che recepisce e per il modo in cui si colloca nel dibattito accesissimo del suo ottocento russo. Allo stesso tempo, e in egual misura, lo rendono circostanziato e non avulso dal suo tempo.

Questo personaggio è difficile da inseguire nella sua influenza perché pone questioni che sono tutt’ora all’ordine del giorno e sono sollecitanti un ascolto e una risposta continui. Le pubblicazioni delle sue opere continuano ad avere successo e, per altro, si avverte che in lui c’è un tratto di inserimento nelle tensioni profonde della Russia del suo secolo che lo rendono – potremmo quasi dire – inaccessibile, perché è quel mondo che lui ha vissuto, in cui lui si è trovato a combattere.

E poi ci sarebbe ancora un altro aspetto che sta a mezza strada. Dostoevskij  è stato un personaggio attraversato da violenze interiori ed esteriori particolarmente coinvolgenti, dal modo in cui si è rapportato nell’infanzia con un padre dall’estrema violenza, al modo in cui ha attraversato anche l’esperienza dell’esilio, della prigionia e della condanna a morte, al modo in cui è stato ossessionato da forti tensioni verso il rischio supremo che è quello del gioco, fino al suo rapporto con Dio.

Tutti questi elementi sono tali per cui, in qualche modo, egli si presenta come un autore che si ravviva all’interno di tutte le crisi che ricorrono nella persona e nella società lungo il tempo. Compresa la nostra epoca che non pochi definiscono un’epoca di profonda crisi della persona e della comunità.

Dostoevskij può essere considerata un “ponte culturale” tra Russia ed Europa?

La figura di Dostoevskij  ha rappresentato uno dei ponti principali dell’occidente verso la Russia. Coltivato da chi ha una particolare sensibilità religiosa assume poi un significato del tutto particolare per l’occidente, perché l’occidente è in imbarazzo nell’affrontare scrittori che hanno nel lato religioso il fulcro della loro esperienza personale. Questo è un dato che andrebbe anche recepito. L’audience religiosa nella letteratura e nell’arte ha difficoltà in occidente a trovare antenne e valorizzatori che siano di pari intensità rispetto a ciò che si verifica, invece, nel mondo slavo e specificamente nel mondo russo.

Spesso Dostoevskij è citato dai teologi. Quale è stato il suo contributo nella narrazione e nella comprensione della fede? Si può parlare di un Dostoevskij teologo?

Dostoevskij non voleva essere un teologo. Anzi. Non ha mai fatto della teologia uno dei perni di identità sua, rispetto alla questione religiosa, e soprattutto di identità del cristianesimo. La sua è una proposta che non passa attraverso scelte di dialogo fede-ragione, ma è piuttosto nella direzione di non prestar fede alla ragione quando si parla di fede.

Questo introduce il discorso della fede in Dostoevskij. Da questo punto di vista i teologi hanno potuto delineare un inquadramento e addirittura una lettura sistematica della sua opera in termini teologici. Ma questo era del tutto fuori misura per Dostoevskij. Non che egli non fosse stato sollecitato dal pensare la fede, ma la sua convinzione più profonda è che la fede nella sua esperienza reale, cioè quella vissuta, è una esperienza che rifiuta l’affido alla ragione. Almeno nel modo in quest’ultima veniva posta con particolare intensità, se non addirittura in modo provocatorio, da pensatori come Feuerbach e Marx, per noi parlare dei nihilisti.

Bakunin, ad esempio,  ha addirittura un programma politico in cui esplicitamente si propone di cacciare il discorso di fede dall’orizzonte della civiltà sia come pensato che come attuato e strutturalmente vissuto.

Se si potesse dire in una parola quale fosse l’orientamento di fede di Dostoevskij si potrebbe dire che egli era disposto alla critica più profonda e all’esperienza più travagliata che si possa mai pensare riguardo alla fede, ma a patto che non si escluda Gesù Cristo. Invece alcuni filoni della tradizione atea oppure agnostica che si svilupparono a partire dal settecento e che premevano anche nella tradizione russa, sostenevano che il presupposto per ragionare dovesse essere quello di escludere la tradizione religiosa e specificamente il riferimento al cristianesimo e al suo fulcro, cioè Gesù Cristo.

Quale è l’attualità spirituale di Dostoevskij  nel contesto di oggi, spesso caratterizzato da una laicità esasperata?

Il suo spazio è quello che si dovrebbe sempre riservare a chi ha fatto dei problemi della fede il motivo cruciale per orientare la propria vita e per dare un senso al mondo che lo circonda. La questione religiosa in Dostoevskij è particolarmente forte in quanto egli ha presente questa centralità attraverso ciò che ha vissuto nella propria esistenza, trovandosi alle soglie della disperazione e recuperando la fede come risposta non basata sulla fiducialità di appoggi esterni, se non sul rapporto diretto con Gesù Cristo. In uno dei suoi passaggi più famosi, che ha sconcertato molti commentatori, dice che se dovesse scegliere tra la verità e Cristo, sceglierebbe Cristo piuttosto che la verità, qualora fossero tra di loro “aut aut”. Naturalmente era un’espressione paradossale, perché egli non riteneva che si trattasse di un “aut aut”. Era piuttosto una possibilità che negava la fede alla ragione, piuttosto che negare la ragione alla fede. Da questo punto di vista il suo è un contributo di fede vissuta. Dostoevskij è uno scrittore che attraverso la moltitudine di personaggi presenti nelle sue opere e attraverso ciò che egli ha detto di se stesso diventa un esempio classico di teologia praticata. Dice quel che prova della fede continuamente, dice quel che la fede è in grado di provocare nella storia attraverso forme che sono sconvolgenti come il silenzio di Cristo rispetto al grande inquisitore. Cristo non risponde, ma sotto a quelle provocazioni, nella battuta di riassunto che, nei “Fratelli Karamazov” Alëša  fa della narrazione di Ivan, c’è la convinzione che la forza di Cristo sta nella forza che il bene ha di fronte all’arroganza del male. È l’esperienza profonda del male rispetto a cui ci può essere una sola risposta: quella della fede. La fede viene descritta nel suo valore per il fatto che il male dichiara il valore che ha la fede rispetto a ciò che il male perpetra. È il male che dichiara il bene, non è tanto il bene che risponde al male.

Nei romanzi di Dostoevskij emergono spesso scelte etiche estreme. Pensiamo a “Delitto e castigo” o ai “Fratelli Karamazov”. L’autore pone i suoi personaggi in situazioni limite o comunque molto complesse.

Egli è stato un autore sconvolgente dal punto della tradizione narrativa. I suoi grandi romanzi sono romanzi ad altissima concentrazione ( 8 giorni, 6 giorni, 3 giorni…) dove gli avvenimenti più straordinari avvengono condensati con una potenza d’accumulo che è veramente straordinaria. Verrà poi anche ripresa da Aleksandr Solženicyn nel suo libro di narrazione di ciò che avveniva nei gulag e che porta un titolo su cui ha influito certamente Dostoevskij: “Una giornata di Ivan Denisovič”. Qui concentra tutto quello che poteva accadere nei gulag sovietici.

Dostoevskij ha una grande capacità di dire se stesso e ciò in cui crede. Rivolge la sua attenzione soprattutto agli anfratti più problematici della vita dell’uomo (personale e collettiva), e nello stesso tempo ha una grande capacità di porre questioni e sollevare problemi inserendo all’interno della narrazione discussioni di grandissima intensità concettuale, di grandissima intensità di senso dell’esistenza.

Che cosa possiamo dire della visione e dell’esperienza personale di fede di Dostoevskij?

Per lui la forza più potente è quella di non avere forza. La fede non ha l’appoggio della forza per affermarsi. Ha la sua evidenza che è nonviolenta, che è disarmata, ma che ha una potenza alternativa appunto perché non esercita il potere. Qui sta la radicale critica che egli esercita nei confronti delle istituzioni religiose. Lui ha avuto per sé il riferimento alla vita monastica. Non il monachesimo gerarchico, ma il monachesimo praticato dai padri spirituali, gli starec. Nei “Fratelli Karamazov” troviamo un capitolo intero dedicato allo starec  Zosima, che ha un chiaro riferimento storico nel monaco Ambrogio di Óptina Pùstyn. Questi monasteri e questi monaci insegnano l’estrema umiltà.

Il massimo della forza della fede si manifesta quando tu, nell’amore, sai renderti servo degli altri al punto tale che li disarmi nella loro potenza, ma con ciò dimostri la potenza del tuo amore disarmato, testimoniato dalla fede. Questo è il riferimento ideale di Dostoevskij ed è un riferimento che ha avuto un notevole influsso nella sua formazione. Nella tradizione russa non c’è tanto il riferimento alla parrocchia, quanto al monastero come ideale della propria fede. Sin da piccolo – Dostoevskij lo ricorda – andava in pellegrinaggio ogni anno a Zagorsk, un grande monastero non distante da Mosca. In lui questo si corona del fatto che dentro lo stesso monastero bisogna operare una riforma di radicale riconduzione della vita monastica a quella potenza creativa, propulsoria e provocatoria che il cristianesimo ha attraverso l’esercizio dell’umiltà e del servizio. Il cristianesimo più si rende impotente (cioè non legato al potere) e più esercita il suo influsso trasformatore e performante.

Quale libro consiglieresti a chi, giovane o meno giovane, si avvicina per la prima volta a questo grande autore russo?

Intanto consiglierei Dostoevskij e non chi lo commenta. Se dovessi dare un consiglio “tascabile”, in mezzo all’enorme congerie di libri che lui ha scritto (opere di varia natura), direi di leggere due capitoli dei “Fratelli Karamazov”. Dopodiché si può leggere il resto. Questi due capitoli narrano cose che sono, in quel romanzo, parte del discorso di ciò che sta avvenendo, ma sono dei momenti di pausa estrema in cui si affrontano dei problemi che sono fuori tempo. Il primo capitolo da leggere è “Zosima”, titolo che prende il nome dal monaco. Qui si dice, con parole legate alla tradizione religiosa monastica, l’ideale del cristianesimo secondo Dostoevskij.

Il secondo capitolo che si può leggere anche da solo è “Il grande inquisitore”. Quando uno ha letto quei due capitoli penso gli venga decisamente voglia di leggere anche tutto il resto e qualunque altro libro di Dostoevskij. Certamente anche quello che citavi prima, “Delitto e Castigo”, per la sua conclusione, dice al modo di Dostoevskij quale sia la potenza del cristianesimo senza potere. Come il silenzio di Gesù di fronte all’accusatore.

Poi ci sono molti libri di approfondimento. Io ne consiglio uno sulla tradizione ortodossa entro cui Dostoevskij vive e entro cui trova alimento la sua fede. È un libro che si può trovare in biblioteca e fu pubblicato a suo tempo da Città Nuova. Non parla innanzi tutto di Dostoevskij. È di Paul Evdokimov e si intitola “Cristo nel pensiero russo”. Il pensiero russo è permeato di ricerca religiosa. Il contributo che Dostoevskij e molti altri russi hanno da dare al pensiero complessivo dell’Europa è il rapporto con la questione religiosa in termini di non disagio, ma di discorso vitale. E poi ci sarebbe ancora un altro libro, meglio ancora un autore. Si tratta di un grande filosofo di Torino Luigi Pareyson che ha dedicato non poca attenzione a Dostoevskij. Digitando i loro nomi, nel web si trovano cose molto interessanti!»

Patrizio Righero

 

 

 

Le celebrazioni per il bicentenario di Dostoevskij in Russia e in Italia

La Russia attuale è attraversata dall’evidente sconvolgimento che il virus ha prodotto nella vita ordinaria e della collettività, quindi tutte le programmazioni che erano state volute sono rimaste sospese, posticipate o ridotte on line attraverso canali che sono di difficile inseguimento.

Suggeriamo, tuttavia, due associazioni con i rispettivi siti web dove è possibile trovare iniziative, appuntamenti e riflessioni anche in lingua italiana.

La prima è “Russia cristiana” (www.russiacristiana.org) che da lungo tempo, con Giovanna Paravicini, ha un centro di attenzione particolare alle problematiche sociali e spirituali di quel mondo. Dostoevskij  compreso.

La seconda è Russkij Mir, con sede a Torino (in via delle Rosine 11), che ha già in cantiere un momento di riflessione sul bicentenario. Per info: 011 547190.