3 Aprile 2026
Dall'Italia alla Bulgaria “Mi hanno chiamata Silvia”
Silvia Brun nel romanzo autobiografico “Mi hanno chiamata Silvia” racconta il suo viaggio alla ricerca delle radici bulgare e l’incontro coi genitori biologici.
Una testimonianza. Un romanzo autobiografico
Silvia Brun, nata in Bulgaria nel 1989 e oggi trentasettenne, ci propone con estrema naturalezza un romanzo autobiografico: “Mi hanno chiamata Silvia”, pubblicato da Neos Edizioni di Torino.
Una testimonianza sincera, palpitante e scorrevole; una guida preziosa per coloro che vivono l’adozione sulla propria pelle e per tutti coloro che desiderano conoscerne e approfondire la cultura.
L’autrice, che oggi vive la sua quotidianità come mamma a tempo pieno e collabora con il portale Italia Adozioni attraverso la stesura di articoli sulla propria esperienza, fu adottata all’età di un anno e mezzo in Bulgaria da una coppia italiana che aveva già due figli biologici. Erano i primi anni ’90 e Silvia ripercorre, attraverso la narrazione, il processo dell’adozione di quegli anni, intrapresa dai genitori adottivi per estendere il proprio amore oltre i confini geografici e permettere a una bimba in condizioni di fragilità di sperimentare la sicurezza di una famiglia.
Silvia cresce nella verità e con la piena consapevolezza di essere stata adottata, amata e protetta nella nostra Penisola. Fin da piccola dimostra una grande curiosità nel voler conoscere la propria storia e i luoghi d’origine. Dopo un primo viaggio di riscoperta della propria terra nel 2005, accompagnata dai genitori, accade la svolta: quando Silvia diventa mamma per la prima volta di un figlio maschio a soli ventitré anni, nasce in lei il bisogno profondo di trovare le sue radici. Tuttavia, il vero motore che la spingerà a intraprendere la ricerca delle sue origini e a prendere in mano il proprio destino sarà la una bambina. Affidandosi a un gruppo di volontariato sulla piattaforma Facebook e mossa dalla spinta di non arrendersi mai, anche di fronte alle difficoltà, riesce a trovare la madre biologica.
Qualche anno dopo, con un pizzico di fortuna, rintraccia anche il padre biologico. Con pazienza e dedizione, impegnandosi nell’apprendimento della propria lingua madre, Silvia riesce finalmente a ricomporre il puzzle del suo passato e a definire la propria identità. Lungo questo cammino non mancano delusioni e lotte, ma anche vittorie e nuove scoperte che rendono la sua storia un esempio luminoso di resilienza e amore.

Com’è maturata in te la volontà di risalire alle tue origini?
Sono sempre stata molto curiosa di conoscere la mia storia e interrogavo spesso i miei genitori adottivi; loro però, ignari delle vere motivazioni del mio abbandono, non potevano darmi le risposte che cercavo. Il momento decisivo è arrivato con la maternità. Se dopo la nascita del mio primo figlio ci avevo già provato senza successo, è stato con la nascita di mia figlia che ho avvertito un vero richiamo: un legame profondo, come un filo rosso che mi teneva unita a mia madre biologica nonostante la distanza. Ho sentito che era giunto il momento di riprovarci con tutte le mie forze. Avevo bisogno di vedere il suo volto, riconoscerne i lineamenti e porle finalmente quelle domande a cui un figlio adottato non sa dove altro trovare risposta.
Come hanno accolto questa tua scelta i tuoi genitori adottivi e tuo marito?
Quando ho comunicato la mia intenzione di iniziare la ricerca, inizialmente le cose sono andate bene; forse, in fondo, nessuno si aspettava che sarei riuscita davvero nel mio intento, dato che l’unica informazione in mio possesso era il nome di mia madre biologica. Tuttavia, con il passare delle settimane, la ricerca è diventata una sorta di ‘montagna russa’ emotiva, un misto di tensione e adrenalina. Mi sono resa conto presto che, per il bene di tutti e per preservare l’equilibrio della mia famiglia, dovevo gestire questo percorso e le emozioni che ne derivavano per conto mio. È stata una scelta di protezione verso i miei cari, un modo per affrontare quell’uragano interiore senza che travolgesse chi mi stava accanto.
Quali emozioni hai provato nel ritrovare i tuoi genitori biologici e come è avvenuto l’incontro con tuo padre?
Ho aspettato molti anni per compiere questo passo: sentivo di dover essere pronta e che fosse giusto, prima di tutto, costruire la mia vita in Italia, dal diploma fino alla maternità. Quando è arrivata la notizia che mia madre era stata rintracciata, ho provato un immenso sollievo e una felicità profonda al solo pensiero di incontrarla. Inizialmente c’era sempre un po’ di mistero attorno a lei e alla nostra storia, anche perché all’epoca non conoscevo ancora il bulgaro e la comunicazione era molto complessa. Il giorno in cui, finalmente, ci siamo trovate l’una di fronte all’altra, l’ho guardata e non ho nutrito alcuna rabbia: non ho mai sentito il bisogno di colpevolizzarla per avermi lasciata. Non cercavo un colpevole, cercavo solo la verità sulla nostra storia. Qualche anno dopo aver trovato mia madre, ho scelto di allargare le mie ricerche anche verso mio padre, sempre attraverso i social media; sentivo che fosse giusto avere l’opportunità di ascoltare il racconto delle mie origini da entrambe le parti. Nel frattempo avevo imparato il bulgaro e questo mi ha permesso di comunicare con lui molto più spesso e con meno difficoltà. Quel pomeriggio, quasi inaspettatamente, mi arrivò il suo numero di telefono. In quel momento mi sentivo felice ma stranamente serena: percepivo che stavo finalmente per completare il mio ‘cerchio dell’identità’. Quando è arrivato il giorno del nostro primo incontro ero tranquilla, quasi in una zona di comfort; in fin dei conti, grazie alla lingua comune, avevamo già iniziato a sentirci e conoscerci a fondo al telefono. Ritrovare anche lui è stato l’ultimo tassello necessario per definire chi sono oggi.
Parlaci del tuo libro
Il mio romanzo autobiografico, ‘Mi hanno chiamata Silvia’, è nato quasi per urgenza. È il racconto del mio viaggio, durato anni, per ricomporre il “cerchio dell’identità”. Ho iniziato a scriverlo sotto consiglio del mio psicoterapeuta, per dare un ordine a quel mare in tempesta che sentivo dentro durante le ricerche dei miei genitori biologici. Inizialmente doveva essere un diario personale, un’eredità da lasciare ai miei figli affinché conoscessero le loro radici, ma poi ho capito che la mia storia poteva essere utile a molti altri. Nel libro ripercorro tutto: dalla favola che mio papà mi raccontava da piccola in Veneto per spiegarmi l’adozione, allo scossone emotivo della maternità che mi ha spinta a cercare la mia ‘prima versione’ in Bulgaria. Non è solo la cronaca di un ritrovamento, ma una guida per chi vive l’adozione sulla propria pelle e per chi vuole capirne la cultura profonda, fatta di silenzi, di verità cercate e di una resilienza che non si arrende mai. Spero che chi legge queste pagine possa trovarvi il coraggio di affrontare le proprie paure. Per me, scrivere questo libro è stato l’atto d’amore definitivo verso me stessa: mi ha permesso di smettere di essere ‘solo’ una figlia o ‘solo’ una madre, per diventare finalmente Silvia, una donna intera, consapevole e in pace con il proprio passato.
Silvia Brun nasce il 5 settembre 1989 a Sofia in Bulgaria. Viene adottata nel marzo del 1991. Grazie all’appoggio dei suoi genitori adottivi ha l’occasione di viaggiare. Trascorre la sua prima vacanza studio in Inghilterra a soli 15 anni. Le due estati successive le viene data la possibilità di muoversi oltreoceano, in America. Nello stato della Georgia, ospite di una famiglia americana ha modo di perfezionare l’inglese. Sarà proprio questa lingua ad aprirle la strada per nuove opportunità. A sedici anni il cuore di Silvia la porta a viaggiare in Germania, dove dopo tre anni di continue partenze e ritorni, raggiunta la maggior età e diplomata in scienze sociali, decide di trasferirsi. Quando la sua relazione giunge al termine rientra in Italia. Qui troverà un nuovo amore e, diventata una giovane donna di 23 anni, decide che per lei è arrivato il momento di restare e costruire la sua famiglia a Torre di Mosto in provincia di Venezia. Oggi Silvia si occupa a tempo pieno di due figli, ma conserva un desiderio: parlare di sé come figlia adottiva, raccontare della sua esperienza di ricerca che in questi ultimi anni le ha permesso di conoscere le sue origini biologiche, narrare episodi della sua vita, gli avvenimenti e le nuove scoperte che le hanno dato la possibilità di colmare il suo buco. Silvia inizia la sua vita con una valigia in mano senza mai lasciarla e crede che aver avuto la possibilità di viaggiare fin da giovane sia ciò che le ha permesso di essere una donna intraprendente. Grazie al suo essere determinata non si è arresa, è stata capace in autonomia di imparare la lingua bulgara che le ha permesso di conoscere nuove informazioni sul suo passato e instaurare rapporti solidi con alcuni componenti della sua famiglia biologica. Conoscere nuove culture, imparare con facilità e grande abilità due lingue e vivere insieme a diverse famiglie, le hanno permesso di aprire i propri confini, permettendole di vedere il mondo attorno a lei come una ricchezza di cui far tesoro.
Edi Morini
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