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Personaggi  

Camillo Ruini e una CEI contestata ma non irrilevante

Camillo Ruini e una CEI contestata ma non irrilevante

Pier Giuseppe Accornero ricorda il cardinal Camillo Ruini, scomparso a 95 anni il 16 giugno 2026, e il suo ruolo di guida della CEI tra fede, società e politica

Si narra che, prima del convegno della Chiesa italiana a Loreto nel 1985, Giovanni Paolo II abbia invitato a cena la presidenza della Cei, guidata dal cardinale arcivescovo di Torino Anastasio Alberto Ballestrero, e la presidenza del comitato promotore, capeggiata dal cardinale arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini. Il Papa voleva sapere dell’Italia, della Cei, del convegno. Uomo sagace nella scelta dei collaboratori, Wojtyla rimase sorpreso dalla straordinaria sintonia di ragionamenti e di intenti con uno dei commensali e fu meravigliato dalla preparazione filosofica-teologica e dalla vivacità di idee del più giovane degli ospiti. Era Camillo Ruini, 54 anni, vescovo ausiliare di Reggio Emilia. Un anno dopo, il 28 giugno 1986, il Papa lo nominava segretario della Cei. Dei 62 anni di vita della Cei (dal 1964) quasi un terzo, 21 anni, sono sotto il segno di Ruini: 5 come segretario e 16 da presidente. Un primato ineguagliabile per un uomo che ha una formazione accademica e una lunga esperienza di «timoniere» di vicende ecclesiali e di «guida» di una diocesi complessa come Roma.

Nasce a Sassuolo, provincia di Modena e diocesi di Reggio Emilia, il 19 febbraio 1931, da una famiglia borghese. «Mio padre medico avrebbe voluto che io, unico figlio maschio, seguissi le sue orme e mi dedicassi alla medicina. Io invece entrai in Seminario». A Roma si licenzia in filosofia e teologia alla Gregoriana ed è ordinato sacerdote l’8 dicembre 1954. Dal 1957 all’86 insegna filosofia e teologia. Il 16 maggio 1983 è vescovo ausiliare di Reggio Emilia e gioca un ruolo essenziale nel secondo convegno ecclesiale a Loreto del 9-13 aprile 1985 «Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini».

Il Papa il 17 gennaio 1991 lo nomina pro-vicario di Roma, il 7 marzo presidente della Cei, il 28 giugno cardinale, il 1° luglio vicario di Roma, in autunno relatore al Sinodo speciale sulla «grande Europa», dopo la caduta del Muro. Lo conferma presidente il 7 marzo 1996 e il 6 marzo 2001 e Papa Ratzinger il 14 febbraio 2006 «donec aliter provideatur, finché non si provvederà diversamente». Il 19 febbraio 2006 a 75 anni presenta rinuncia.

La lunghissima gestione ai vertici si spiega con gli ottimi rapporti con  Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Con Ruini la Cei diventa una voce sempre più autorevole nella vita ecclesiale, sociale e soprattutto politica. La ridisegna in conformità ai desideri e alle sensibilità dei Papi: da struttura artigianale a organizzazione moderna e funzionale, grazie anche alla disponibilità dei fondi dell’8 per mille. È il modello polacco-wojtyliano: «I vescovi forza morale e sociale della Nazione». La forte visibilità gli attira la critica di essere più un «politico» che un «pastore».

Le sue iniziative e prese di posizione mirano a tenere unita la cattolicità italiana, a ravvivare l’impegno dei credenti, a chiedere coerenza anche politica con i valori cristiani. Finite la Dc e l’unità politica dei cattolici, il presidente punta sulla riconoscibilità dei cattolici, come afferma per il referendum sulla procreazione assistita: «I cattolici, anche se legittimamente collocati su posizioni politiche diverse, non devono rinnegare la propria identità, non devono rinunciare a dare alla vita sociale e culturale il proprio contributo originale e inconfondibile».

Governa, in anni difficili: «Bisogna superare quel sottile complesso che fa ritenere inevitabile un esito sempre più minoritario dell’appartenenza cristiana ed ecclesiale». Presiede con mano ferma e, con Wojtyla e Ratzinger, ribadisce «i valori non negoziabili; per i cattolici è meglio essere contestati che irrilevanti». È oggetto di critiche dal mondo ecclesiale: eccessiva valorizzazione dell’episcopato rispetto ai sacerdoti e ai laici; più spazio ai nuovi movimenti che alle associazioni tradizionali; filo diretto e senza mediazioni con i politici; eccessivo dirigismo che si esprime anche con una produzione abnorme di documenti: nei consigli permanenti e nelle assemblee c’è solo la sua «prolusione-monologo» senza vero dibattito né spazio a «chi canta fuori del coro»; la preferenza «alle persone obbedienti, che pensano poco e non danno fastidio».

Il 7 marzo 2007 segna la fine dell’era ruiniana: «Ho sempre avuto davanti la vita, la situazione e la missione della Chiesa, la realtà e i problemi della Nazione». Chiede ai politici corrotti di andarsene: «È triste e preoccupante che la questione morale coinvolga in larga misura esponenti politici che si professano cristiani». Boccia senza rimedio – in questo sostenuto dai vescovi italiani – il secessionismo leghista di Bossi, Maroni, Salvini: «L’unità della Nazione potrà essere articolata secondo modalità diverse ma non può e non deve essere negata o compromessa».

Le sue sono prese di posizioni nette: «C’è allarme sulla bioetica e l’Europarlamento attacca la famiglia»; denuncia «il declino del sistema paese e la crisi della Fiat; la Cei e la Caritas si schierano contro la legge Bossi-Fini sull’immigrazione «ma dalla Chiesa non c’è ingerenza ma contributo al bene comune, come quando diciamo no al riconoscimento delle famiglie di fatto: la famiglia fondata sul matrimonio e non su altre forme di unione è un principio non negoziabile». Attacca spesso e volentieri le iniziative e le proposte del centrosinistra-Ulivo mentre fa orecchie da mercante con le leggi di Berlusconi pro domo sua, come sostiene Montanelli: «Dà la netta impressione di preferire Berlusconi a Prodi». Auspica che gli italiani «guardino al mondo e alla vita con l’occhio della fede e non si affliggano. Invita a vincere la tentazione della sfiducia e a combattere, e «non nasconderci», la grande sfida del «regno del peccato che minaccia la fede nel comportamento e nel pensiero». Ribadisce «la necessità dell’annuncio e della testimonianza pubblica della fede».

Recentemente ha rilasciato due interviste a quotidiani nazionali affermando «Meloni governa bene» quando i disastrosi risultati del governo di destra sono sotto gli occhi e sulla pelle e carne di tutti.

Pier Giuseppe Accornero

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