4 Settembre 2026
"Tra due notti", pregare quando la luce non si vede ancora
Intervista esclusiva all’autore Eric Pearlman
Con “Tra due notti. Preghiere per chi non vuole arrendersi al buio”, Eric Pearlman torna nelle librerie italiane con il suo secondo volume pubblicato nel nostro Paese. Una raccolta di preghiere che non nasce da una fede tranquilla e senza domande, ma dal terreno molto più accidentato della vita quotidiana: paura, stanchezza, solitudine, desiderio di pace, bisogno di perdono, difficoltà ad affidarsi. Un libro nel quale la speranza non elimina la notte, ma permette di attraversarla.
Il titolo è molto forte: “Tra due notti”. Che cosa sono queste due notti?
Sono prima di tutto un’immagine della condizione umana. Il titolo nasce da alcune parole di papa Leone XIV che mi hanno colpito profondamente: senza la speranza, ha detto, la vita rischia di sembrare una parentesi tra due notti eterne. Prima non c’eravamo, dopo apparentemente non ci saremo più. In mezzo c’è questo piccolo spazio che chiamiamo vita. La domanda è: che cosa ne facciamo? La fede per me non cancella il mistero, ma impedisce che quel piccolo spazio diventi insignificante. Nel libro la speranza è proprio questo: non una lampadina che improvvisamente illumina tutto, ma una direzione verso cui continuare a camminare. (Vaticano)
Eppure fin dalle prime pagine non risparmi al lettore il buio. Non è un libro consolatorio.
Non volevo che lo fosse, almeno non nel senso facile del termine. Ci sono momenti in cui la fede si fa piccola, quando non si riesce a vedere Dio in niente e in nessuno. Fingere che non esistano sarebbe poco onesto. In una delle prime preghiere scrivo di mani aperte, di uno sguardo stanco, della nostalgia di un incontro. È lì che nasce una frase che per me attraversa tutto il libro: «Non capisco, ma mi fido». La fede non è capire tutto. A volte è restare lì.
Fratel Emanuele Marigliano, nella prefazione, parla infatti di qualcuno che non scrive perché ha già trovato la pace, ma perché è ancora in cammino. Ti riconosci?
Molto. Credo che sia una delle chiavi più precise per entrare nel libro. Queste non sono preghiere scritte da un punto d’arrivo. Sono nate mentre camminavo. Qualche volta mentre inciampavo. Qualche volta mentre cercavo semplicemente di rialzarmi. Per questo nel libro ricorrono continuamente strade, sentieri, boschi, salite, pietre, mattini che devono ancora arrivare. Fratel Emanuele usa una bellissima immagine: la speranza come bussola, non come mappa. Mi sembra esattamente ciò che volevo dire.
Nel libro Dio compare spesso dentro cose molto ordinarie: il traffico, il caffelatte, le bollette, il lavoro. È una scelta precisa?
Sì. Ho sempre un po’ di diffidenza verso una spiritualità che funziona soltanto quando tutto tace, c’è una candela accesa e siamo nelle condizioni ideali per pregare. La vita non è così. Ci sono lo stipendio che non basta, le medicine troppo care, l’autobus che parte, il lavoro da finire, le persone che ci fanno perdere la pazienza. Eppure è proprio lì che Dio deve poter essere incontrato. Una delle preghiere si intitola “Qui abita il mio Dio”. È forse una delle affermazioni più semplici e più radicali del libro: Dio abita nelle cose vere.
C’è anche molta fragilità. Paura, solitudine, stanchezza, perfino il sentirsi inadeguati. Perché lasciarle entrare nella preghiera?
Perché altrimenti che cosa porteremmo davanti a Dio? Una versione truccata di noi stessi? Nel libro ci sono preghiere che dicono: sono lento, non ce la faccio, ho paura, il mio cuore è un pasticcio, sono un discepolo storto. Non sono confessioni di resa. È piuttosto il tentativo di dire: eccomi, questo sono io. E credo che proprio lì possa cominciare qualcosa. Dio non aspetta la versione migliore di noi per amarci.
Una delle immagini più forti è quella del figlio prodigo. Perché ritorna così spesso?
Perché nel cristianesimo il ritorno viene prima del merito. Il figlio della parabola torna a casa senza avere nulla da offrire e scopre un Padre che lo sta ancora aspettando. Per me la misericordia è questa sproporzione. Non è il premio per chi è stato bravo. È l’abbraccio che permette a chi ha sbagliato di ricominciare. Nella prefazione viene evocato anche il “Ritorno del figliol prodigo” di Rembrandt: quelle mani sul figlio dicono una cosa fondamentale, cioè che prima ancora delle spiegazioni viene l’accoglienza.
Ma “Tra due notti” non parla soltanto dell’interiorità. Ci sono la guerra, i poveri, la sofferenza degli altri, il servizio.
Perché la preghiera, se rimane soltanto dentro di noi, rischia di diventare autoreferenziale. Pregare dovrebbe allargare il cuore. C’è una preghiera che chiede che la pace piova sui bambini, sui soldati strappati alle loro case, sugli ospedali distrutti. E ce n’è un’altra che dice che la porta del Regno è la porta di servizio. Mi interessa molto questa idea: non la porta della gloria, del successo o degli applausi, ma quella da cui entrano quelli che si sono presi cura degli altri con tenerezza e fedeltà.
Il libro usa spesso un linguaggio quasi fisico: sangue, pelle, terra, bosco, vento, mani. Come mai?
Perché la preghiera non è soltanto un fatto della testa. Siamo corpi, memoria, sensazioni. Credo che anche il rapporto con Dio passi attraverso ciò che vediamo, tocchiamo, annusiamo. In “Sono l’uomo del bosco”, per esempio, la preghiera passa attraverso le foglie, il muschio, il porcino, l’acqua tra i sassi, perfino un rosario di nocciole. Il creato non fa da sfondo: diventa una lingua con cui rivolgersi a Dio.
Ci sono anche alcune pagine molto ironiche. “Esperto di niente”, “Perché devo cedere sempre io?”. La preghiera può permettersi di sorridere?
Spero proprio di sì. Altrimenti rischiamo di trasformare Dio in qualcuno davanti al quale bisogna parlare soltanto in tono solenne. Nei Salmi c’è tutto: rabbia, paura, desiderio, protesta, gratitudine. Perché dovremmo censurarci? Se mi arrabbio perché devo sempre cedere, posso dirlo a Dio. Se mi sento un “professionista del quasi”, posso dirgli anche quello. L’ironia qualche volta è un modo molto serio per dire la verità.
A chi è rivolto questo libro?
Forse soprattutto a chi non sa bene come pregare. A chi comincia una preghiera e dopo due minuti non sa più che cosa dire. A chi è stanco. A chi crede ma attraversa una stagione di buio. E anche a chi magari non si definisce particolarmente religioso, ma sente che dentro la vita c’è una domanda più grande. Queste sono preghiere molto brevi proprio perché possono essere prese in mano senza preparazione. Una alla volta.
Quindi non è un libro da leggere necessariamente dall’inizio alla fine?
No. Può essere letto così, naturalmente, ma mi piacerebbe soprattutto che fosse aperto quasi a caso. O che qualcuno andasse a cercare la preghiera che gli serve in quel momento. La paura, una persona che soffre, un momento di solitudine, la gratitudine, la difficoltà di perdonare. Potrebbe stare su un comodino, più che su uno scaffale.
Se dovessi condensare tutto “Tra due notti” in una sola immagine, quale sceglieresti?
Una persona nella notte che guarda verso il punto dell’orizzonte da cui sa che arriverà il mattino. Non vede ancora il sole. Non ha garanzie sul tempo che dovrà aspettare. Ma resta rivolta da quella parte. Forse pregare è proprio questo. Aspettare l’aurora senza consegnarsi alla notte.

diffusione@vitadiocesanapinerolese.it
Eric Pearlman è nato in Louisiana, negli Stati Uniti, e da molti anni vive in Italia. Autore schivo e riservato, mantiene volutamente una distanza dalla dimensione pubblica e, per ragioni di sicurezza e privacy, non compare in fotografie o incontri promozionali. Dopo un radicale allontanamento giovanile dalla fede, vi si è riaccostato in età adulta. La sua poetica è essenziale, diretta, priva di compiacimenti, ma capace di raggiungere il cuore delle questioni spirituali ed esistenziali. Nei suoi testi convivono fragilità, ricerca, misericordia, inquietudine e speranza, con un linguaggio semplice e immediatamente riconoscibile.
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