1 Maggio 2026
“Ti ho chiamato per nome”, la testimonianza di un padre che ha trasformato in dono il dolore
“Ti ho chiamato per nome” di Federico Lerza è un libro che prende il lettore per mano e lo trascina dentro il luogo che la nostra civiltà tenta in ogni modo di rimuovere: il dolore innocente, la morte di un figlio, il collasso di ogni certezza. Suo figlio Alberto muore dopo una malattia devastante. Da lì potrebbe nascere un memoriale lacrimoso, una cronaca privata, oppure l’ennesimo testo edificante scritto per consolarsi. Invece accade altro. Nasce un racconto duro, a tratti spietato, ini cui l’autore non nasconde nulla della propria vanità precedente, della fame di successo, dell’idolatria dell’immagine, del vuoto mascherato da mondanità. «Il mio ego era il mio dio», scrive Lerza, e in quella frase c’è già il tribunale davanti al quale decide di comparire senza difese.
Il primo merito del libro è proprio questo: rifiuta la posa. Non si presenta come la testimonianza esemplare di un convertito perfetto, ma come il diario accidentato di un uomo frantumato. Lerza non abbellisce il proprio percorso spirituale, non cancella ambiguità, ingenuità, superstizioni, tentativi disperati di comprare il miracolo con pellegrinaggi e devozioni meccaniche. Racconta invece la fede come un corpo a corpo, non come un santino.
Il secondo merito è Alberto. In molti libri sul lutto chi muore diventa simbolo. Qui il bambino resta persona. La sua luce, il suo sguardo, alcune parole semplicissime – «Papà… guarda la croce» – bastano a spostare l’asse narrativo. Non è il padre a salvare il figlio con la memoria. È il figlio, paradossalmente, a salvare il padre dal naufragio interiore.
Il libro, attraversato da una sincera ricerca di fede, parla a chiunque abbia conosciuto la perdita, l’impotenza, la domanda senza risposta. Il cuore del volume è la trasformazione del dolore in dono. Da quella ferita nasce infatti “La Casa di Alberto”, opera concreta di sostegno ai fragili, ai malati, alle famiglie ferite. Il lutto non viene negato né sublimato: viene convertito in servizio.
In un’epoca che trasforma tutto in spettacolo, anche il dolore, “Ti ho chiamato per nome” compie un gesto controcorrente: restituisce gravità all’esperienza umana. Ricorda che esistono eventi che non si superano, ma si attraversano. Che alcune ferite non guariscono, però possono diventare sorgenti. Che l’amore, quando è vero, non finisce con la morte.
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