7 Luglio 2025
Un'escursione finita in elicottero
Lodovico Marchisio racconta la sua ultima salita al monolito Rocca dei Corvi (terapia contro il Parkinson) e il suo ritorno con l’elisoccorso.
Caro Direttore,
Ho voluto domenica 22 giugno, in un’assolata giornata di sole di nuovo ritornare sul monolito Rocca dei Corvi, che si trova esattamente in Val Mongia a circa 900 m di altezza, quasi per un addio ai monoliti che mi hanno sempre affascinato e che in passato avevo già salita sette volte. Ora a 78 anni ho voluto riprovare a salirla per l’ultima volta quasi trascinato da mio figlio Walter, per accontentarmi e condurmi su quella perfetta guglia la cui cima per tutti noi è il limite consentito dell’ascesa, oltre il quale si può solo più discendere, ma non pensavo che, nelle condizioni attuali (che racconterò solo a conclusione dell’articolo insieme alle altre motivazioni che mi hanno indotto a tornarci), dopo essere arrivato in vetta non potessi più scendere perché il mio corpo era esausto e non sentivo più le mie mani tanto che pregai mio figlio di accompagnare fuori dal pericolo gli altri componenti del nostro gruppo, lasciando un amico a vista alla base dell’ardito salto finale poco sotto la cima, raggiunto nel tentativo di scendere, ma con enorme fatica causa l’immobilità che mi aveva colpito e sul quale avevo deciso di fermarmi per tentare di riprendermi e potermi magari far calare senza danni fisici.
Il destino volle che stessero ancora salendo due alpinisti, Luisa e Davide, pronti ad aiutarmi, quanto restii a farsi pubblicità da veri nobili d’animo, omettendo i loro cognomi, che vedendomi in difficoltà mi sono stati vicini dividendosi i compiti, aiutandomi psicologicamente e confortandomi tantissimo, oltre a proteggermi dal vento provocato dall’elicottero chiamato dai miei familiari come soluzione più sicura per trarmi in salvo nelle condizioni in cui riversavo e che grazie ai due soccorritori e alla loro seria preparazione, riuscirono a farmi vivere una scarica di adrenalina per il tempo che durò la mia salita tratto in salvo col verricello, nel vuoto più assoluto e la cima del monolito che si allontanava da me… Il mio grazie più sincero va a mio figlio Walter che mi ha condotto in cima, a Federico, alla sua seconda esperienza su vie ferrate e a Rossella che è voluta tornare con noi in questa impresa, con un infinito grazie davvero speciale al Servizio Regionale Elisoccorso di Azienda Zero che opera a stretto contatto col gruppo Speleologico Piemontese e da terra al pronto soccorso dell’ospedale di Mondovì, che dopo avermi prontamente idratato e fatto tutte le analisi per scongiurare ogni tipo di rischio, in tre ore mi ha dimesso, con una disponibilità e cortesia veramente fuori dal comune. A conclusione di tutto, anche se non è la sede più appropriata per parlarne, per inciso va detta la vera motivazione che ci ha spinto ad avventurarci in quest’avventura ove entra in gioco il valore terapeutico del movimento verticale, come spiega la dottoressa Rossella Morra, medico e assessora ad Avigliana, per curare oltre che con le medicine in ambito sportivo, il Parkinson, camminare non basta e quindi occorre avere un gruppo, come nel mio caso, soffrendo io stesso di Parkinson che possa dimostrare come l’arrampicata e le “Vie Ferrate” stimolino la dopamina che sotto l’effetto dell’adrenalina sono i cardini fondamentali per rallentare la sua degenerazione e mantenere le abilità motorie il più a lungo possibile!
Lodovico Marchisio

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