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Lettere al direttore  

Quando la cauzione pesa meno del sangue

Quando la cauzione pesa meno del sangue

Caro direttore,

ci sono eventi che non chiedono soltanto cronaca, ma esigono giudizio morale. La strage di Crans-Montana è uno di questi. Non perché il dolore abbia bisogno di essere spettacolarizzato, ma perché il silenzio, in certi casi, diventa complicità. E oggi, di fronte alla scarcerazione di coloro che hanno provocato la morte di ragazzi e ragazze, mentre altri portano ancora nel corpo e nell’anima ferite non rimarginabili, il silenzio non è più un’opzione moralmente accettabile.
Che cosa dice una società quando chi ha causato la morte può tornare libero pagando una cauzione, mentre le vittime restano sottoterra? Che cosa afferma uno Stato quando il valore della vita umana sembra misurabile in denaro? Non è solo una questione giuridica: è una questione profondamente teologica e morale. Perché ogni vita umana, secondo la legge naturale e secondo la legge di Dio, ha un valore infinito, non negoziabile, non monetizzabile.
La teologia morale insegna che la responsabilità non si esaurisce nell’intenzione soggettiva, ma comprende le conseguenze oggettive delle azioni. Quando un comportamento – per negligenza, imprudenza o colpa grave – genera la morte di innocenti, non siamo di fronte a un semplice errore, ma a una colpa che chiede giustizia, verità e riparazione. La libertà concessa senza un serio riconoscimento del male compiuto diventa scandalo. E lo scandalo, nella tradizione cristiana, non è una parola leggera: è ciò che ferisce la coscienza dei piccoli e indebolisce il senso stesso del bene e del male.
I ragazzi e le ragazze morti a Crans-Montana non sono numeri, né “effetti collaterali” di un sistema che funziona male. Sono volti, storie, speranze interrotte. Sono genitori che non riabbracceranno più i propri figli, fratelli e sorelle che porteranno per tutta la vita un vuoto che nessuna sentenza potrà colmare. Di fronte a questo, ogni atto che sembri minimizzare la gravità di quanto accaduto è moralmente intollerabile.
La giustizia non è vendetta, ma non è neppure leggerezza. È riconoscimento pubblico del male, tutela della dignità delle vittime, assunzione piena di responsabilità. Quando la giustizia appare debole, il tessuto morale della società si lacera. E quando la vita umana sembra valere meno delle procedure, allora non è solo il diritto a fallire, ma la coscienza collettiva.
Preghiamo, sì. Preghiamo per tutti i ragazzi e le ragazze che hanno perso la vita. Preghiamo per i feriti, nel corpo e nello spirito. Preghiamo per le famiglie, perché nessuna parola umana può consolare un dolore così profondo. Ma la preghiera, se è autentica, non anestetizza la coscienza: la risveglia. E una coscienza sveglia chiede che lo Stato italiano e le autorità competenti facciano valere con fermezza i diritti delle vite spezzate, non come atto simbolico, ma come dovere morale.
Una società che non difende i suoi morti è una società che ha smarrito il senso della vita. Una giustizia che non tutela i più deboli tradisce la propria missione. E un sistema che permette che il denaro restituisca la libertà a chi ha tolto il futuro ad altri deve interrogarsi seriamente davanti alla storia, e – per chi crede – davanti a Dio.
Perché alla fine, al di là delle aule dei tribunali, resta una verità che nessuna cauzione potrà mai cancellare: le vite umane non tornano indietro, e il sangue innocente continua a gridare.

Don Luca Palombo

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