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Lettere al direttore  

Grazie, don Matteo

Grazie, don Matteo

Il suicidio di un giovane prete diventa lo spunto per riflettere sull’importanza di non lasciare da soli i sacerdoti.

Caro Direttore,

ho seguito la notizia del sacerdote di Cannobbio, don Matteo, che si è tolto la vita. Mi ha colpito molto. So che sono stati scritti fiumi di inchiostro al riguardo ma due riflessioni vorrei condividerle anche io poiché molti anni fa sono stato in seminario. La richiesta era molto alta, sia a livello di studi sia anche a livello personale. L’esperienza, pur bella che ho fatto, ha disatteso tuttavia le mie aspettative. Non tanto per il discernimento che mi ha riportato infine a casa. Piuttosto perché pensavo di entrare in una grande famiglia accogliente e invece ho trovato una grande competizione. Siamo esseri umani. Purtroppo la stessa cosa ho trovato spesso negli ambienti ecclesiali che ho frequentato. Ho dato tanti anni alla Pastorale Giovanile come educatore. Non è semplice. Pur da laico, gestire un oratorio o un centro estivo è fonte di grandi frustrazioni. Che vengono però compensate dai sorrisi dei ragazzi e talvolta dal riconoscimento dei genitori. Raramente dagli “addetti ai lavori”. Anzi, di solito sono le critiche che hanno la meglio. Le lamentele di cui parlava papa Francesco. Certo uno non lavora per il riconoscimento. Ma una volta che il prete ha “finito” la giornata? Resta da solo. È vero che non si è mai soli con il Signore ma la nostra umanità talvolta ne soffre. Personalmente sono stato fortunato e supportato da tanti sacerdoti e amici. Per questo mi sono sentito nei panni di don Matteo. Ecco dunque le due riflessioni.  

La prima. Credo che nella formazione del sacerdote manchi una parte importante: quella che aiuta a vivere le notti solitarie. La formazione più strettamente legata all’esperienza dei santi e dei mistici. I “consigli” dei padri della Chiesa, o dei santi che hanno vissuto la notte dell’anima. Sono strumenti ricchi della tradizione cattolica che abbiamo perso. Nella formazione del sacerdote si riducono alla teologia spirituale, cenerentola tra le teologie. Ciascuno può formarsi personalmente, tuttavia si perdono le tracce col passare del tempo. Penso a Santa Teresa d’Avila che scrive “Quando il demonio ti ricorda il tuo passato, tu ricordagli il suo futuro” o al Curato d’Ars che, di quando in quando, scappava dalla sua parrocchia per fuggire il suo ministero. Non era un cuor di leone. Santa Teresina di Lisieux, diagnosticata isterica post mortem da niente meno che Erickson. San Silvano del monte Athos che si sentì dire, a fronte delle forti tentazioni: “Tieni la tua anima agli inferi e non disperare”. E potrei continuare.

La seconda riflessione è che ho l’impressione che  abbiamo impostato una Chiesa “del fare” che dimentica “l’esserci”. Quante riunioni infinite (che pure ci fanno incontrare) ma che talvolta lasciano poco spazio all’ascolto e al dialogo personale. Spesso svolte per creare eventi importanti ma che restano solo esperienze. Belle le esperienze che sono il volano per la vita quotidiana. Ma la vita quotidiana è il campo di lavoro vero. Quante famiglie hanno il bisogno di trovare calore in casa e non solo il parrocchia. Le esperienze sono come il momento di ricarica. Ma la vita vera è nel grigiore del quotidiano. Spesso i preti sono chiamati a fare gli organizzatori di eventi. Ma anche loro hanno bisogno di nutrimento. E credo ci sia solo una cosa che nutra: la preghiera. Meglio se è l’adorazione silenziosa fatta in compagnia.

È pur vero che siamo in una società e in tempi particolari (affascinanti per molti aspetti). Tempi di cambiamenti. Anzi cambiamenti di epoca come ricorda spesso il nostro Vescovo. Tuttavia il cuore dell’uomo e della donna sono sempre gli stessi. Per questo è meravigliosa l’ultima lettera enciclica che ci ha lasciato Papa Francesco: quella sul Cuore di Gesù e il Cuore dell’Uomo.  

Da laico penso che forse stiamo troppo poco vicini ai nostri sacerdoti. Non serve fare qualcosa PER loro. Basta esserci.

Grazie don Matteo, che ci hai permesso di condividere questi pensieri. A Dio.

Ives Coassolo

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