19 Luglio 2025
A proposito delle proteste contro gli orali della Maturità
Una riflessione sul rifiuto di vari studenti a sostenere la prova orale degli esami di Maturità: una scuola troppo competitiva e legata a schemi vecchi?
Caro direttore,
Dopo le recenti proteste degli studenti che hanno fatto scena muta all’orale della maturità, essendomi maturato cinque anni fa vorrei fare anche io alcune riflessioni. L’ultimo caso è stato quello di Pietro Marconcini di Roma. Dopo aver ottenuto la valutazione di 83/100, ha scelto di chiedere al ministro che il suo voto fosse abbassato a 60 poiché non si sentiva rappresentato da quel voto, nonché in generale da un sistema scolastico che dà voti. Nello specifico ogni studente che ha protestato l’ha fatto per motivi differenti, ma tutti riassumibili nella critica al sistema scolastico.Trovo assurdo chiedere una scuola senza valutazioni perché le valutazioni sono alla base di qualsiasi aspetto della vita di ogni persona, ma trovo altrettanto assurdo che il Ministro dell’istruzione Valditara si sia limitato soltanto a dare una risposta all’accaduto intervenendo sulla modalità della protesta – pur discutibile – anziché riflettere sulle ragioni alla base. Per rispetto del lavoro dei docenti ha senso che il ministro voglia fare una legge che bocci chi si rifiuta di sostenere l’esame orale, ma non può chiudere la faccenda così. Ho letto, su “Il Giornale”, che Pietro è un’attivista di sinistra, lasciando intendere che la sua protesta fosse più contro il governo che non contro il sistema scolastico. Non lo so se la ragione vera sia questa. Probabile, ma tutti gli altri che hanno protestato? Mi trovo d’accordo con Maddalena Bianchi di Belluno che ha motivato il suo silenzio all’orale criticando l’eccessiva competitività del sistema scolastico e la mancanza di empatia dei docenti (i suoi). Purtroppo è vero: la scuola italiana è competitiva, ma soprattutto stressante. Dire ciò non significa voler avere una scuola più semplice, che tolga le difficoltà anziché aiutare i ragazzi a superarle a scopo formativo, significa guardare la realtà. Oggi la scuola deresponsabilizza i giovani perché nel sistema si è introitata l’idea che un insegnante debba evitare di dare 3, 4 o 5. E quando un insegnante è costretto a dare 5, il sistema gli dice che deve fare in modo di far recuperare lo studente per fargli prendere 6. In che modo? Non con la verifica dopo – dove lo studente affrontando un nuovo argomento potrebbe andare meglio alzando la media – ma ritestando lo studente sugli stessi argomenti della verifica andata male. È sbagliato perché, in primo luogo, chi prende sottogamba la materia sa che tanto troverà sempre un modo per prendere 6. In secondo luogo i compagni che vanno bene a scuola sono scoraggiati perché un sistema che dà un 8 meritato a chi studia e un 6 a chi non studia – quando dovrebbe avere un’insufficienza – ammazza il merito e genera frustrazione. La frustrazione aumenta ancora di più se si continua a dire agli studenti che tutto ciò che studiano è imprescindibile e importantissimo per la loro vita, senza distinzioni. È doveroso sapere chi è Pascoli, ma non cosa sia il Crepuscolarismo o meglio se lo si sa tanto di guadagnato, ma non è essenziale. Stabilita l’importanza di Pascoli a cosa serve fare tutta la sua produzione letteraria, ostinandosi a parafrasare tutte le poesie, con l’ansia del professore di non finire in tempo il programma? E poi perché nel 2025 ci si impunta nel voler far apprendere ai ragazzi un’infinità di nozioni, che per altro possono reperire quando vogliono su internet? Non sarebbe meglio puntare sulla qualità di ciò che si impara, valorizzando collegamenti con l’attualità o fra materie e insistendo sugli argomenti che possono toccare gli studenti da vicino? Ad esempio in storia dell’arte si potrebbero fare più approfondimenti sugli artisti di cui si hanno opere nei musei della città o della regione dov’è sita la scuola, anziché fare studiare centinaia di opere che poi si dimenticano. Fare ciò non significa ammazzare la cultura generale tanto cara a Giovanni Gentile. Significa capire che, se per l’uomo del futuro sono importanti centinaia di nozioni nelle materie umanistiche, è fondamentale conoscere quante più lingue possibili per essere d’avvero contemporanei e avere ottime conoscenze nelle materie STEM – senza le quali un nativo digitale diventa un “fallito” – uno studente non ce la fa. Vuol dire mentire raccontando che se uno non sa tutto non si realizzerà mai. Dire poi che è sempre stato così anche per i nostri nonni o genitori significa non capire che in passato ci si concentrava sullo studiare ciò che serviva realmente. Ad esempio si studiavano poesie a memoria, ma gli studenti avevano anche meno materie in generale da studiare o stavano meno a scuola e spesso non avevano compiti. Oggi invece alle medie o al liceo si fanno almeno 5 o 6 ore di scuola (senza contare i pomeriggi) poi si torna a casa e dopo pranzo si fanno almeno altre due ore di compiti, perché anche quelli sono importantissimi soprattutto se si tratta di dieci frasi di latino da tradurre, otto espressioni, più due reading comprehension, tutto per il giorno dopo. Se poi gli studenti quel pomeriggio hanno da fare sport, cenano e ciao pause. Questo meccanismo che non va bene, potrebbe anche starci se non fosse che pure durante le vacanze estive, con la scusa di dare pochi compiti, la maggioranza dei docenti li dà col risultato che poco di tutte le materie, sommato, diventa tanto, e anche in quel caso gli studenti si rilassano meno e aumentano il loro stress.Insomma il sistema italiano prepara ancora molto bene gli studenti, ma a che prezzo? Si potrebbe ottenere lo stesso risultato in un altro modo? Caro Ministro, se lo lasci dire da uno che finita l’università – nonostante abbia appena fatto tutte queste critiche al sistema – vuole fare il professore – anziché occuparsi di reintrodurre lo studio del latino (anche se facoltativo) investa tempo e risorse per tentare di trovare una soluzione. Altrimenti tra due anni, quando finirà la legislatura, si meriterà di essere ricordato come colui che per il sistema scolastico non ha fatto nulla, non ha voluto o neppure ci ha provato.
Lorenzo Battiglia
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