Gentile direttore,

scorrendo i giornali italiani in questi giorni sembra che l’Afghanistan sia stato colpito da qualche calamità naturale, l’attenzione è tutta volta ai casi umani che fanno scalpore, dal calciatore volato dall’aereo alle giornaliste estromesse dalla TV di stato.

In realtà la vicenda afghana, e la parte che vi ha avuto il nostro paese, è tutta politica, dall’invasione statunitense in ritorsione agli attentati dell’11 settembre 2001 (ma continuata anche quando, dopo pochi mesi, è stato chiaro che il ruolo dei talebani era stato marginale e molto inferiore a quello di un paese stretto alleato dell’occidente come l’Arabia Saudita, si è solo cambiato l’obiettivo dichiarato, diventato la liberazione di quel popolo da un regime oscurantista e medievale, che è anche vero, ma se in una guerra gli obiettivi cambiano in corso d’opera è perchè si tratta solo di pretesti), fino all’epilogo attuale.

In Italia la partecipazione alla guerra è stata decisa nel 2001 da un governo di destra (ma già allora con il voto favorevole del centrosinistra e la contrarietà della sola Rifondazione Comunista) e poi confermata da tutti i governi successivi fino all’attuale. Il governo Prodi, nel 2006-2008, triplicò il contingente italiano e ne fece una ostentata esibizione di un ritrovato protagonismo italiano sulla scena internazionale (e l’incapacità di sottrarsi a questa deriva segnò la crisi di Rifondazione, con l’uscita della minoranza rimasta pacifista che formò Sinistra Anticapitalista e dalle successive elezioni del 2008 con la scomparsa dei comunisti dal parlamento italiano).

Nel sistema mediatico italiano la contrarietà alla guerra, pur essendo nei primi anni una parte importante, forse maggioritaria, della società italiana, non è mai stata considerata una posizione politica con diritto di parola, è stata semplicemente sommersa sotto una valanga di insulti senza possibilità di replica, da “anime belle” ad “amici dei talebani” fino a “fate il gioco di Berlusconi”, per poi essere, dopo il 2008, semplicemente ignorata mentre in parlamento il sostegno ai “nostri ragazzi” era finalmente unanime.

In quel disgraziato paese intanto le forze di occupazione, per limitare le perdite, stavano rintanate nelle loro basi delegando il controllo del territorio ai signorotti locali con le loro bande, meno integraliste ma più violente dei talebani, il che, insieme ai bombardamenti terroristici dell’aviazione statunitense, ha finito per ridare ai fondamentalisti un certo consenso popolare, quanto meno nella speranza della fine della violenza, come già era successo nel 1996. E il risultato è quello che vediamo in questi giorni.

In questi vent’anni l’Italia ha perso, oltre alla vita di qualche decina di soldati, 8 miliardi di euro direttamente (ma che diventano qualche centinaio se consideriamo l’imponente riarmo e ammodernamento delle forze armate messo in atto dal 1991 in poi appunto in vista dell’impiego in teatri lontani) e una parte della sua già limitata credibilità.

Forse l’idea che la politica estera non si fa con le armi e che le forze armate devono essere usate solo ed esclusivamente per la difesa del territorio nazionale non era così peregrina.

Intanto, visto che diciamo di essere un paese democratico e democrazia significa appunto che le decisioni devono essere prese con una discussione collettiva, sarebbe utile che questa debacle fosse almeno l’occasione per un dibattito serio sulla politica estera e militare del nostro paese, magari cominciando con il ridurre un po’ i quasi 30 miliardi di euro che ogni anno vengono destinati alle spese militari.

 

Fausto Angelini – Sinistra Anticapitalista

 

 

Gent.mo lettore,

la sua lettera solleva una questione che, purtroppo, resta troppo spesso ai margini del dibattito mediatico e politico: le spese militari e la nonviolenza come strumento di soluzione dei conflitti. Fino al 2004 era possibile scegliere l’obiezione di coscienza alla leva obbligatoria, poi con l’istituzione del Servizio Militare professionale, il servizio civile ha perso la valenza di rifiuto all’uso delle armi. Questo ha portato, soprattutto tra i giovani, ad una generale desensibilizzazione sull’argomento. Le manifestazioni e le azioni per la pace, come pure convegni e pubblicazioni, sono state relegate ad una nicchia sempre più esigua, ma non estinta. A proposito dell’Afghanistan, l’associazione Pax Christi ha dichiarato: «Come organizzazione internazionale per la pace con un profondo impegno per la nonviolenza, siamo affranti da ciò che decenni di guerra e violenza hanno prodotto.  Attenzione immediata a protezioni fisiche e dei diritti umani per i più vulnerabili; responsabilità per le atrocità; e sforzi diplomatici per coinvolgere i talebani a ogni livello, da quello locale a quello internazionale, per quanto difficili e spesso inaffidabili possano essere, sono essenziali. Ma una profonda riflessione sul fallimento della guerra e sulla necessità di investire in strumenti efficaci per costruire una pace giusta deve essere intrapresa anche a livello nazionale e internazionale». L’invito per tutti è a «riflettere attentamente su quali strategie nonviolente per la protezione delle comunità vulnerabili e, in particolare, delle donne e delle ragazze, potrebbero essere applicate ora in Afghanistan. Il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite e la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA) dovrebbero essere pronti a raccogliere informazioni e riferire pubblicamente le prove di gravi violazioni e abusi commessi da tutte le parti in conflitto. Infine, come organizzazione basata sulla fede, Pax Christi International invita tutte le persone di buona volontà a pregare per il popolo dell’Afghanistan e a impegnarsi in ogni sforzo per porre fine alle sofferenze che il popolo afghano ha sopportato per decenni di guerra senza fine».

Credo che la comunità cristiana e quella civile dovrebbero davvero prendere sul serio questi appelli non solo per l’Afghanistan, ma anche per tutte quelle aree del pianeta interessate da conflitti spesso deliberatamente ignorati e sottaciuti. Il rischio, sulla questione delle guerre e degli interventi militari, è quello di continuare ad assistere passivamente ad una progressiva anestesia delle coscienze che, peraltro, sta già avvenendo su molti fronti eticamente sensibili.

 

P.R.