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Fatti e opinioni  

Volenterosi ed Europa: uniti nel nome, divisi nella sostanza

Volenterosi ed Europa: uniti nel nome, divisi nella sostanza

La riunione del gruppo dei “volenterosi” ha evidenziato le divisioni europee sul sostegno all’Ucraina, mostrando che la mancanza di una strategia comune.

L’ultima riunione del gruppo dei cosiddetti “volenterosi”, convocata per discutere nuove forme di sostegno all’Ucraina, ha finito per sollevare più dubbi che certezze. Al di là delle dichiarazioni d’intenti e dei richiami all’unità, ciò che è emerso con chiarezza è la profonda eterogeneità di visioni e priorità che attraversa il fronte europeo. Un gruppo nato per mostrarsi coeso e determinato rischia di evidenziare, ancora una volta, le faglie di un’Europa che, pur dichiarandosi solidale, fatica a parlare con una sola voce. Il presidente francese Emmanuel Macron, promotore dell’incontro, sembra muoversi con crescente disinvoltura tra le esigenze di politica estera e le urgenze della politica interna. In un contesto nazionale reso instabile da tensioni elettorali e cali di consenso, Macron punta evidentemente a rafforzare la propria leadership internazionale, tentando di rilanciare un’immagine di guida europea autorevole e propositiva. Ma questa ambizione, se non sorretta da una strategia comune e condivisa, rischia di restare un’iniziativa isolata. Tra i temi più delicati, l’ipotesi finora solo accennata ma non esclusa dell’invio di truppe europee in Ucraina. Una prospettiva che, almeno per il momento, spacca l’Europa. L’Italia esclude l’invio di truppe in missioni NATO o UE in Ucraina, ma non rifiuta in assoluto ogni possibile azione NATO. Una posizione di cautela, condivisa anche da altri Paesi, che sottolineano come il sostegno all’Ucraina debba rimanere saldo, ma entro i confini di un equilibrio che non precipiti in una spirale di coinvolgimento diretto. La Germania, pur senza chiudere la porta, resta defilata, anche se dietro la prudenza di Berlino ci sono ragioni operative. La Bundeswehr è in difficoltà, le risorse umane e logistiche sono limitate, e l’eventuale partecipazione a una missione sul campo solleva più interrogativi che soluzioni. In questo quadro, l’idea stessa di “intervento” si scontra con una realtà militare poco pronta e con la necessità condivisa da molti di evitare che soldati europei diventino bersagli di un conflitto non ancora stabilizzato.Sullo sfondo, la consapevolezza che senza l’appoggio determinante degli Stati Uniti la difesa dell’Ucraina resterebbe incompleta. Fortunatamente, Washington ha recentemente riaffermato il proprio impegno, ma l’Europa sa di non poter delegare in eterno. Eppure, allo stato attuale, manca ancora un dispositivo di sicurezza europeo pienamente credibile, capace di agire autonomamente senza scivolare in avventure rischiose o premature. In questo contesto, ha fatto discutere la telefonata di Macron a Donald Trump, un gesto che molti hanno letto come un segnale ambiguo, tra il realismo geopolitico e l’azzardo diplomatico. Nel concreto, i “volenterosi” non hanno deciso nulla di vincolante. Nessun passo avanti sull’invio di truppe, nessun vero salto strategico, ma solo una discussione che ha spostato il baricentro del dibattito verso una maggiore assertività. Un risultato parziale, forse necessario, ma non ancora sufficiente a far parlare l’Europa con autorevolezza.Resta la questione di fondo,  la forza e la coerenza dei “volenterosi” saranno decisive per rafforzare un’Europa ancora segnata dalle divisioni? Il rischio, piuttosto concreto, è che senza una visione condivisa, senza un quadro operativo chiaro, anche questa iniziativa finisca per tradursi in una parentesi retorica, utile a mostrare intenzioni ma incapace di produrre effetti reali. Il progetto europeo, messo alla prova da anni di crisi interne, sfide migratorie, scosse economiche e derive sovraniste, ha oggi bisogno non di singoli protagonismi, ma di una regia comune. Senza un passo avanti deciso verso una politica estera e di difesa davvero integrata, anche i “volenterosi” resteranno un esercizio di volontà più che uno strumento di cambiamento.

Stefania Parisi

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